martedì 12 aprile 2016

La sicurezza e le sue ombre: insicurezze percepite e manipolate, problemi di ordine pubblico e minaccia terroristica

La sicurezza e la sua ombra
di Fabrizio Battistelli

Donzelli, 2016


pp. 290
€ 19.50


All'indomani degli attentati del 22 marzo a Bruxelles, che hanno sensibilmente contribuito ad aumentare l'atmosfera di paura e sgomento evocata dal “trauma” della strage di Parigi del 13 novembre e dell'attacco sferrato a Charlie Hebdo a il 7 gennaio 2015, in un'Europa scossa da un conflitto che offusca e confonde la distinzione tra un fronte interno ed uno esterno – e quindi anche la distinzione tra le misure di sicurezza che tradizionalmente li contraddistinguono – si assiste alla proliferazione di interpretazioni del fenomeno terroristico da parte di esperti, attori politici e campagne mediatiche che, in maniera più o meno tendenziosa e generalmente preoccupata, pongono l'attenzione e sono fautori di sempre più incalzanti quesiti riguardo al contemporaneo e massivo fenomeno migratorio. Tali interrogativi si nutrono della crescente sensazione d'insicurezza avvertita dalla società: riguardano la domanda di misure rassicurative, preventive e repressive e le politiche atte a elaborarle e metterle in pratica.

In un contesto come quello odierno, in cui alle minacce presunte rese forti dall'allarmismo populista si sovrappongono quelle reali, e nel quale le macroscopiche criticità insite in fenomeni quali l'immigrazione e l'accoglienza da parte dei Paesi che ne sono meta vengono troppo facilmente accostate all'insidia dell'estremismo islamico, un libro come La sicurezza e la sua ombra rappresenta un utilissimo strumento per districare ciò che, alla luce del bombardamento mediatico e di un panorama politico le cui fattezze possono spesso apparire poco chiare a causa del mix di elementi innovativi e reazionari che lo animano, pare inestricabile: la differenza tra rischi e minacce e l'insidiosità della confusione fra queste due categorie, la faticosa individuazione della linea di demarcazione tra un'analisi dei dati oggettivi basata sullo studio dei comportamenti sociali e politici e la manipolazione di questa allo scopo di acquisire consensi. 

L'imprescindibile premessa, secondo il sociologo Fabrizio Battistelli, è quella di operare una prima macrodistinzione tra sicurezza sociale e sicurezza strategica e delle cause che sono alla radice del loro contraltare, della loro “ombra”, il senso d'instabilità percepito: nel primo caso esso sarebbe legato a fattori di matrice economico-sociale (un mercato del lavoro pericolante con, come sfondo, una crisi economica di enorme portata, un welfare non all'altezza della situazione), mentre nel secondo avrebbe tra i suoi motori propulsivi la microcriminalità, la criminalità organizzata e il terrorismo, ma anche banali atti d'inciviltà. A nutrire un senso d'inquietudine ampiamente condiviso a livello sociale intervengono le due strategie di segno opposto che più di frequente, alternandosi, sono state proposte dalla politica: allarmismo ed elusione. La prima strategia si palesa quando coloro che Becker (e Battistelli, riproponendone la definizione) chiama gli “imprenditori morali” sono “attori pronti a lanciare l'allarme su questa o quella minaccia, a trasformarla in un'emergenza sociale e, potendo, in nuove norme punitive”. Il loro operato ha come premeditata conseguenza la propagazione di vere e proprie ondate di panico, fenomeni di ansia collettiva (un'interessante analisi è dedicata alle ragioni per cui la percezione della minaccia interessi in maniera più o meno intensa i differenti gruppi sociali) oggetto della quale sono la devianza e l'immigrazione, spesso accomunate tra loro anche quando il collegamento fra esse è inesistente o indimostrabile.

La seconda strategia è quella dell'elusione, che affronta i problemi della sicurezza evitando d'affrontarli, ricorrente nelle politiche di centrosinistra fino alla prima metà degli anni Novanta, frutto di un certo imbarazzo nell'includere all'interno della propria agenda tematiche giudicate tradizionalmente appartenenti alle politiche di segno opposto.

Coi toni lucidi e obiettivi che caratterizzano uno studio scientifico, l'autore si spinge alla presa in esame degli esiti di programmi politici così distanti, ovvero un'insicurezza ancora più pronunciata che, in molti casi, ha l'effetto di lasciare larghi margini alla strumentalizzazione di tale stato emotivo e di formulare risposte “d'impatto”, generalmente inscrivibili in politiche rassicurative basate sulla prevenzione situazionale e sulla repressione a discapito di una prevenzione strutturale (che preveda cioè interventi d'inclusione sociale, politiche educative a lungo termine, maggiore coinvolgimento degli abitanti delle periferie, ecc). Occuparsi infatti, come nella trattazione di Battistelli, di sicurezza percepita significa anche occuparsi di sicurezza manipolata e delle ripercussioni, anche drammatiche, che essa può avere:
Grazie altresì all'iniziativa di determinati partiti e gruppi politici pronti alla strumentalizzazione, divampa il conflitto tra ultimi e penultimi. Socialmente e fisicamente vicini gli “insicuri” (i residenti esasperati dall'abbandono da parte delle istituzioni e dal degrado urbanistico e sociale) odiano e temono i “non sicuri” (cioè coloro dai quali pensano che in qualsiasi momento possa provenire un danno: nomadi, immigrati, richiedenti asilo e altri outsider persistenti).
Ulteriore e necessario strumento d'indagine è la distinzione tra le tre categorie di danni in grado di causare insicurezza sociale: i pericoli, i rischi e le minacce, che si differenziano in considerazione della propria genesi e del grado d'intenzionalità che li rappresenta. I primi, i pericoli, sono esogeni in quanto provengono dall'esterno della società e sono inintenzionali poiché imputabili alla natura (cataclismi, terremoti, eruzioni vulcaniche, ecc). I rischi si originano invece all'interno della società: sono frutto della decisione dei singoli, di una collettività o di una rappresentanza di essa. Per quel che riguarda l'intenzionalità, essi assumono la forma di esiti inattesi a partire da decisioni funzionali, “a fin di bene”: sono dunque intenzionali nel perseguimento di una finalità “giusta” e inintenzionali nel produrre un risultato negativo (un esempio può ben essere rappresentato dall'inquinamento ambientale come conseguenza dell'industrializzazione). Le minacce invece possono essere sia interne che esterne alla società che ne è oggetto e sono caratterizzate da un massimo grado d'intenzionalità.

Le insidie sottese a una più o meno consapevole attenuazione dei confini semantici che delimitano le suddette categorie, quando non a un loro volontario strappo in virtù di una forzosa corrispondenza tra le ultime due, si concretizzano nella contraffazione dell'analisi dei fenomeni cui vengono imposte: nel caso dell'immigrazione, fenomeno che di per sé, in nome della molteplicità di differenze tra individui e gruppi sociali che lo animano, può essere foriero tanto di esiti negativi che positivi, l'isolarne tendenziosamente la rischiosità e farle assumere l'aspetto univoco della minaccia può dar adito a pericolose dietrologie xenofobe:
Sfortunatamente, la consapevolezza che molte delle nostre decisioni più importanti si applicano a fenomeni polivalenti come sono i rischi, viene artatamente manipolata da alcuni. Perseguendo fini propri, costoro si dedicano a fomentare il panico tra i cittadini presentando i rischi come minacce. I conflitti urbani appartengono largamente a questa categoria. A strumentalizzare sono quegli spregiudicati “imprenditori morali” cui abbiamo fatto riferimento più volte; per fini politici (elettorali) ed economici (massimizzazione dell'audience), questi soggetti cavalcano la paura provocata sia da comportamenti effettivamente minacciosi (come l'illegalità, a cominciare dalla più visibile di tutte, quella predatoria), sia dalla semplice esistenza di diversità (identità altre, come quelle degli immigrati stranieri), indebitamente assimilando queste ultime a minacce. Mentre le minacce sono stati del mondo caratterizzati da una dannosità la quale, oltre che intenzionale, è anche univocamente tale, i rischi sono caratterizzati da un'intenzionalità totalmente diversa e sono polivalenti: presentano, in una proporzione che solo un'apposita analisi può valutare di volta in volta, potenzialità di segno negativo e potenzialità di segno positivo. (…) In questo quadro l'immigrazione costituisce un esempio di polivalenza del rischio, nel senso di compresenza nel medesimo fenomeno di potenzialità plurime e in certa misura contraddittorie. Da numerosi punti di vista (demografico, culturale, economico) l'immigrazione è funzionale per società di accoglienza come quella occidentale, europea e italiana.
Tra le attualissime minacce alla sicurezza, un capitolo (“La città insicura: terrorismo islamico e minaccia populista”) viene dedicato al centro urbano come sede privilegiata sia del conflitto interno, cioè tra coloro che fanno parte della stessa comunità, sia come obiettivo ambìto degli attacchi esterni, in questo caso drammaticamente rappresentato dagli attacchi terroristici. Da sottolineare il passaggio in cui, facendo riferimento a quest'ultimo caso, l'autore definisce il terrorismo come “fragoroso silenziatore”: esso infatti, imponendosi come protagonista indiscusso sul piano mediatico, adombra tutte le tematiche di altro genere che pure non sono meno considerevoli d'attenzione (ragione per cui una parte politica la cui agenda non riesca a soddisfare istanze di altra natura, ad esempio di tipo economico-sociale, può approfittare dell'emergenza e del conseguente allarmismo per riguadagnare consensi dando risposte “gridate”, tese a rassicurare gli elettori e consistenti nell'elaborazione di misure di sicurezza tanto preventive quanto repressive); d'altro canto esso inquina e compromette la necessaria analisi del fenomeno migratorio come oggetto di studio (e dunque di una proposta politica che riesca a fornire soluzioni mirate in considerazione delle risorse a disposizione e nel rispetto dei diritti umani) a se stante.

Parte del saggio è poi orientata allo studio sistematico dell'utilizzo del “pezzo forte sicurezza” durante le campagne elettorali (politiche, comunali a Roma e Milano ed europee) svoltesi in Italia dal 2007 sino a oggi, sui mezzi effettivamente impiegati per raggiungere l'obiettivo proclamato nonché, dati alla mano, dei risultati raggiunti. Viene inoltre affrontata un'accurata descrizione dei provvedimenti che costituirono quel “pacchetto sicurezza” sottoposto da Maroni al Consiglio dei Ministri nel 2008 – e da esso approvato – del quale una delle più ingombranti conseguenze, oltre al molto discusso reato di clandestinità, fu la potestà sindacale di emettere provvedimenti relativi alla “sicurezza urbana” (i quali potevano essere “anche” privi dei necessari requisiti di contingibilità e urgenza): un empowerment poliziesco dei sindaci che diede il via a una serie di ordinanze spesso provocatorie e inutili. Una stagione di “sicurezza creativa” che si chiuse quando la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi dal Tar del Veneto nel procedimento tra un comune e un'associazione anti-razzista dichiarò l'illegittimità costituzionale dell'articolo del decreto di legge.

In altri momenti della trattazione (“Disneyland contro Splatter: tre casi italiani”) si mettono a confronto le due diverse (sia sul piano retorico sia per ciò che riguarda i provvedimenti presentati e messi in atto) strategie usate per garantire sicurezza e ordine pubblico a Roma durante il mandato di Veltroni e quello di Alemanno (che all'emergenza-sicurezza aveva dato, durante una molto anticipata campagna elettorale, particolare rilievo) e, all'interno di esse, quale minore o maggiore ruolo abbiano giocato la prevenzione situazionale (ad esempio, durante l'amministrazione affidata al centro-destra, il concorso dei militari nel controllo della sicurezza urbana, il censimento dei nomadi e l'allontanamento delle prostitute dalle vie consolari) e quella strutturale (ad esempio le operazioni di mediazione sociale ed educazione alla legalità da parte di Veltroni).

Le tematiche relative alla sicurezza urbana e nazionale costituirono un nodo centrale anche durante la competizione elettorale (che in molti casi registrò i toni duri dello scontro) svoltasi a Milano tra il sindaco uscente Letizia Moratti e Giuliano Pisapia e rivestirono un ruolo centrale nel corso delle elezioni politiche del 2013 e di quelle europee del 2014, con l'apparizione sul già molto friabile terreno della scena politica italiana di attori completamente nuovi (Matteo Renzi, Beppe Grillo e Matteo Salvini).

In conclusione, La sicurezza e la sua ombra riunisce in sé diversi pregi: quello di una proposta  di metodo chiara e funzionale a una corretta indagine dell'oggetto preso in considerazione, di una dissertazione accorta e puntuale nel presentare i dati che ivi raccoglie e nell'argomentare le conclusioni derivanti dalla loro analisi. Inoltre la consapevolezza che dallo studio di carattere sociologico debbano scaturire anche riflessioni che possano influenzare la realtà si traduce in un approccio “pratico”: la proposta di tesi relative al nodo sicurezza-insicurezza affrontato tanto nel discorso pubblico e quindi diretta agli esperti (che vengono esortati a non cadere vittime di un certo riduzionismo e della trappola della “fallacia ecologica” tenendo sempre conto della complessità dell'oggetto indagato) e alla classe politica, quanto nell'ambito della pratica sulla e per la sicurezza e  dunque diretta alle istituzioni e ai cittadini. Una trattazione appassionante – che peraltro si fregia uno stile fluido che ne rende godibili i contenuti –  la cui lettura è vivamente consigliata a tutti coloro che desiderino una visione più lucida e comprensiva dell'attualità politica e sociale, tanto italiana quanto europea, alle prese con due fenomeni inediti per la loro forma e portata: la massiccia ondata migratoria che interessa Italia ed Europa e la minaccia del terrorismo.



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