mercoledì 6 aprile 2016

#CritiComics - Rose selvagge e fantasmi del passato: le murder ballads secondo Erik Kriek

In the pines. 5 murder ballads
di Erik Kriek
Eris Edizioni, 2016

Traduzione di Fay R. Ledvinka
Postfazione di Jan Donkers
pp. 132 
€ 16.00 

È sulle note di Where did you sleep last night che Erik Kriek ci accompagna all'interno del suo nuovo libro, In the pines (Eris Edizioni, 2016), una raccolta di cinque murder ballads che il fumettista olandese trasporta dalla musica alla carta rispettandone la tradizione ma apportando significative modifiche che regalano nuove suggestioni e nuovi punti di vista.

Ma cosa sono le murder ballads? Partite dalla Vecchia Europa ma proliferate e sviluppatesi nel Nuovo Continente, le murder ballads sono un sottogenere a sé stante della musica folk statunitense. Assassini e assassinati sono i protagonisti di queste ballate - alcune inventate, altre tratte da fatti di cronaca - che vanno a scavare (a volte con intenti morali) nell'America rurale e puritana, poco importa che sia quella dei Padri Fondatori o quella dei giorni nostri visto che le pulsioni, i desideri e le discriminazioni che le accomunano sembrano le stesse.

Erik Kriek mantiene inalterato un certo ritmo delle murder ballad, ovvero quel continuo andirivieni tra presente (dove la condanna viene scontata) e passato (dove il peccato è stato commesso). Questo dialogo continuo delle due linee temporali permette a Kriek non solo di trovare un ritmo del racconto omogeneo per ognuna delle cinque ballate trasposte, ma gli dà soprattutto l’occasione di dosare tensione e colpi di scena senza mai forzare la struttura del racconto, inserendoli così nella trama come elementi che si svelano naturalmente col proseguire del racconto.



Se quindi Kriek rimane fedele alla storia originale (ripescando anche le versioni più vecchie ballate) e alla loro struttura, si prende notevole libertà nelle sfumature che dona a ogni singolo adattamento. Kriek ammanta In the pines di un'atmosfera da horror, ritagliando le ombre con larghe campiture di nero che in coppia con l'illuminazione monocromatica differente per ogni storia, formano un gotico allucinato perfetto per gettare i protagonisti nell'orrore delle loro azioni. Kriek libera così i fantasmi e gli spettri dei suoi personaggi: in Pretty Polly le ossessioni di Edgar Allan Poe sembrano unirsi a quelle di Norman Bates; in Taneytown il protagonista è perseguitato da un ragazzo impiccato, mentre in Caleb Meyer è un lupo parlante a tenere sveglia la protagonista. The Long Black Veil diventa invece un thriller in miniatura fatto di segreti e cose non dette, mentre Where the Wild Roses Grown si trasforma in un noir dove il lettore è in continua attesa di un delitto continuamente rimandato e che infine accadrà in maniera inaspettata.

Erik Kriek evoca fantasmi per raccontarci l'America puritana che cova pulsioni e desideri sotto le pesanti coperte di una morale rigida che non prevede trasgressione alcuna. Il passato ritorna, sotto forma di spettro o di senso di colpa. Sono gli stessi uomini e le stesse catene morali di Edgar Lee Masters, Sherwood Anderson, John Steinbeck sino ad arrivare a Stephen King. È l'America che ancora si divide in uomini buoni e uomini cattivi e che cerca attraverso le storie di metterci in guardia dalla natura delle nostre azioni e dai tremendi giochi del destino. E se questi ultimi risultano incontrollabili e spesso beffardi, le prime ci danno solo l'illusione di poter essere controllate attraverso la nostra morale, pronte come sono a mutare non appena affiora un desiderio proibito o un'ossessione.

Matteo Contin
@matteocontin

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