giovedì 7 aprile 2016

Ebrei e arabi uniti nella... nostalgia

Nostalgia (נוסטלגיה)
di Eshkol Nevo

traduzione di Elena Loewenthal

Neri Pozza, 2014 (2005)
pp. 411
18


La letteratura israeliana è fra le più vivaci. Esiste una triade in qualche modo “sacra” e che risponde ai nomi di Yehoshua, Oz, Grossman. Questi appartengono a una generazione, se vogliamo, passata. Non che la loro vena letteraria si sia esaurita o che vivano di rendita. Anzi, continuano a scrivere e a fornire grandi prove di presenza intellettuale. Cito solo l’ultimo Oz, lo straordinario “Giuda”, ma, come dire, c’è posto per tutti, anche per nuove voci. Una di queste è Eshkol Nevo.
“Nostalgia” è diventato uno dei libri obbligatori per l’esame finale del liceo, in Israele. È un libro che parla agli uomini, tutti, ma quando si tratta di letteratura israeliana subito il lettore si chiede che tipo di inquadratura viene riservata all’eterno conflitto ebreo-palestinese. Nevo non rinuncia a trattare questo tema e non ha timore a ricordare come la proclamazione di indipendenza dello stato di Israele per gli arabi abbia un significato diverso, traducibile con il termine Naqba. Più o meno: catastrofe. I palestinesi pagarono un prezzo altissimo e ancora oggi, di quel prezzo, pretendono un risarcimento. Molto ruota attorno alle case che gli arabi abitavano e da cui vennero cacciati. Nevo, in alcune sue dichiarazioni, non ha mancato di rilevare l’ironia della situazione: nelle scuole israeliane, durante l’ora di storia non si parla di Naqba, poi gli studenti cambiano insegnante, passano all’ora di letteratura e trovano “Nostalgia” che invece ne fa menzione. Ovviamente, Nevo usa gli strumenti suoi propri, quelli della letteratura.
Il set scelto da Nevo è un villaggio che si trova a metà strada tra Gerusalemme e Tel Aviv. Sono praticamente due villaggi gemelli, uno di fronte all’altro: la parte ricca e la parte povera, la prima abitata da ashkenazi dell’Europa e la seconda da ebrei del Kurdistan. In mezzo, c’è un centro commerciale come a dire che il capitalismo è il terreno comune e non importa da dove vieni. Qui è stata combattuta una battaglia importante nella guerra del 1948: i due villaggi erano abitati da palestinesi e adesso non ne è rimasto alcuno.
Tuttavia, essendo un romanzo e non un saggio, Nevo costruisce la “sua” storia e la tecnica prescelta, come nello stile che lo contraddistingue, è la polifonia. Personaggi diversi e di conseguenza voci diverse. In questo è agevolato dall’ebraico, che offre un’ampia possibilità di sfumature essendo una lingua ricchissima, con uno strato biblico e un livello di strada che combina anche parole arabe e l’influenza americana.
Quali sono queste voci? Intanto Amir e Noa, lui studente di psicologia a Tel Aviv e lei di fotografia a Gerusalemme, che cercano di capire, abitando assieme, se possono funzionare come coppia. Ma ogni coppia marcia col suo ritmo, la vita è difficile, c’è molto da imparare sul dare e sul cedere ed è importante distinguere quello che ha più valore. A Noa sembra mancare l’ispirazione abitando con Amir e pure lui, a dire il vero anche a causa del tirocinio in una clinica per malati mentali, rimpiange i momenti di splendido isolamento. Poi vengono la casalinga Sami, che si concede qualche fantasia sessuale sullo studente vicino di casa, Amir, e l’amico di quest’ultimo che scrive lettere dal Sudamerica. E ancora la coppia che ha perso un figlio in Libano: marito e moglie non si parlano più e chi ne fa le spese è il figlioletto Yotam, un ragazzino di grande perspicacia e sensibilità che si lega ad Amir e, di riflesso, a Noa.
Infine l’arabo Saddiq, il personaggio più tragico del romanzo, quello che non soddisfa appieno perché resta in sospeso. Ma, a ben guardare, è la storia degli arabi e degli israeliani eternamente in sospeso. Saddiq, che abitava in una casa del villaggio prima del 1948, deve ritrovare la catenina d’oro lasciata in eredità alla madre dalla nonna. A causa di una sua incursione in un appartamento, finalizzata al rinvenimento del monile, viene arrestato. Da quel momento la sua voce tace dietro le mura di una prigione. Muore letterariamente, ed è un peccato, mentre Rabin viene assassinato nella realtà.
Ecco la nostalgia: chissà che non sia la condizione perenne in cui vivono gli uomini, nostalgia come desiderio continuo per qualcosa che non c’è più. Una persona, un luogo, un sentimento, una situazione di vita. Prima o poi tutti i personaggi del romanzo rimpiangono una perdita, del figlio o del fratello morto, della serenità familiare, dell’incanto dell’innamoramento, della casa espropriata, della patria lontana, della pace. E prima o poi tutti i personaggi provano a ricucire gli strappi, si adattano, cambiano, recuperano una parte di quello che hanno perso come se fosse necessario avvicinarsi a un precipizio e guardare giù, nel buio, prima di tornare a camminare lontano dal burrone. È il secondo libro, dopo “La nostalgia dei desideri”, che leggo di Eshkol Nevo. Per adesso non ha tradito le attese.

Marco Caneschi

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