sabato 2 aprile 2016

#CriticaLibera - Gotico vintage per un’autrice dimenticata

Non toccare il gatto
di Mary Stewart
Rizzoli, 1977
pp. 238

Titolo originale Touch not the cat (trad. di Pier Francesco Paolini)

Su un piano puramente oggettivo, esistono svariati motivi per cui un lettore non dovrebbe interessarsi a questo volume:

1.  La scomodità: Mary Stewart non è più edita in Italia da almeno trent’anni, ne rimangono tracce sporadiche nelle biblioteche, nei mercatini dell’usato o nelle librerie dei nonni. Nessuno – ed è un peccato – ricorda più nemmeno la sua straordinaria saga sul ciclo bretone, la sua riscrittura vivida e originale delle avventure di Merlino, Artù e i cavalieri che lo servivano. Quest’opera poi è sicuramente minoritaria nella produzione autoriale, quindi può presentare serie difficoltà di reperimento.
2.  La versione italiana: non me ne voglia il traduttore, ma i congiuntivi esistono, e lui spesso non sembra esserne consapevole. Questo può provocare orticaria, reazioni inconsulte ed esplosioni colleriche da parte del lettore, che inizia a segnare con profondi solchi di matita la pagina per indicare i passi che andrebbero riscritti  obbedendo alle sacre leggi della grammatica italiana. A questo si aggiungono numerosi refusi, che passano in secondo piano soltanto perché paragonati al ben più drammatico problema precedente.
3.  La trama: il romanzo, di per sé, presenta tutti gli elementi della narrativa di consumo di massa. La protagonista e narratrice, Bryony, è una ragazza giovane, graziosa e sufficientemente ingenua, coinvolta suo malgrado nel mistero che circonda l’improvvisa morte del padre. Se a questo si aggiunge l’appartenenza ad una nobile dinastia di antica origine, l’ambientazione gotica, l’eredità contesa di un castello decadente ed una relazione telepatica di lunga data con un misterioso amante, fascinoso quanto sconosciuto, il quadro è completo (e sufficiente, immagino, a far inorridire gli spiriti più critici).

Eppure. Eppure qualcuno sceglierà forse di andare in biblioteca, o al mercatino dell’usato, o nella libreria dei nonni, per cercare comunque questo libro. E, dopotutto, potrà non pentirsene.

1.   L’autrice: Mary Stewart sa scrivere, e piacevolmente. Questa può non essere la più riuscita tra le sue opere, ma mostra già l’abilità della scrittrice nel dosare la narrazione, distribuire gli indizi, costruire una storia che prende il lettore e lo trattiene fino all’ultima pagina. Per chi la conosce, Non toccare il gatto è un modo per conoscerla meglio, al di fuori dell'epopea arturiana inaugurata con La grotta di cristallo. Per chi non la conosce, può invece essere un buon punto di partenza alla riscoperta di un’autrice quasi dimenticata, almeno sul suolo italico.
2.  Lo svago: con un po’ di vergogna, il lettore disposto a sospendere l’incredulità riconoscerà alla fine di essersi appassionato alle vicende narrate. Di aver, magari, rinunciato ad uscire un sabato pomeriggio, o accantonato faccende urgenti pur di arrivare in fondo. Non si tratta, è sicuro, di un romanzo intellettualmente impegnat(iv)o, non ci sono risvolti educativi degni di rilevanza, né morali suggerite o imposte. Viene tuttavia riconosciuto e sancito il sacrosanto diritto del lettore di abbandonarsi ad una forma di letteratura che sia puro gusto, puro piacere, puro lasciarsi andare. Di permettersi, anche, di fare il tifo per i personaggi, di sperare che le cose non siano come sembrano, di gioire quando un’intuizione si rivela sempre più probabile, pagina dopo pagina.
3. La trama: ebbene sì, ancora lei. Perché c’è anche chi ama le vicende gotiche e misteriose, gli elementi sovrannaturali, le storie d’amore difficili e tormentate (specie quelle che, come in questo caso, vengono continuamente messe in relazione con l’esplicito ipotesto shakespeariano costituito da Romeo e Giulietta). E laddove l’intreccio si presenta a tratti debole, l’intelligenza dell’autrice può contribuire a riscattarlo, attraverso una rilettura ponderata di temi usurati: la costruzione ambientale è armoniosa, equilibrata; i personaggi sono ben caratterizzati; lo stesso argomento della telepatia, che avrebbe potuto trascinare l’intero romanzo in un abisso grottesco, viene motivato, indagato, rinnovato.

Per quanto riguarda me, non sono tuttora in grado di formulare un giudizio univoco. So per certo che i punti problematici potrebbero essere per molti insuperabili e inaccettabili. Io stessa, inizialmente, non avrei mai pensato che mi sarei lasciata avvincere e mi sono trovata costernata dalla mia incapacità di chiudere il libro prima di averlo finito. Forse la mia tolleranza è legata ai miei trascorsi con l’autrice, letta e amata appassionatamente durante l’adolescenza. Alla luce di questo amore mai sopito, tuttavia, mi permetto di consigliare almeno un tentativo. Gli elementi sono stati messi sulla bilancia, faccia ora il lettore i suoi calcoli accorti.

Carolina Pernigo

                                                                                                                                                                                                   

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