sabato 16 aprile 2016

#CritiCinema - Maurizio Grande "La commedia all'italiana"




Commedia all'italiana
di Maurizio Grande
Bulzoni, 2002

pp. 280
€ 22




Commedia all’italiana è una definizione coniata dai nostri cugini francesi sul calco del film Divorzio all’italiana del 1961. Maurizio Grande in questo saggio la ricostruisce e la scompone, a partire dal modo in cui essa ha saputo inserirsi tra i macrogeneri della commedia e del realismo, dando così forma a una produzione eterogenea e composita posta tra la fine degli anni ’50 e la prima metà degli anni ’70 del secolo scorso.  
Si potrebbe circoscrivere nascita e fine della commedia all’italiana al 1958 con I soliti ignoti e ad Amici miei del 1975, curiosamente diretti entrambi da Mario Monicelli, uno di quei Mostri di una irripetibile generazione di registi, attori, sceneggiatori italiani. Naturalmente la discussione su quali titoli si candidino ad aprire e chiudere, potrebbe continuare all’infinito non inficiando per questo la cornice temporale appena menzionata.
Il libro ci aiuta ad inquadrare e a squadernare i temi principali presenti in queste opere e riguardanti principalmente lo scollamento tra io e prestazioni sociali dettato dalla ripresa economica degli anni del Boom (altro titolo fondamentale), alla luce di un rapidissimo cambiamento socio-culturale che investe un Paese arretrato e impreparato a questo tipo di svolte repentine. L’italiano medio qui raffigurato rimane spesso con un piede nella società adulta, in cui cerca disperatamente di inserirsi senza averne i mezzi o la vocazione, e l’altro nel limbo di un disadattamento-esclusione sul quale ricade la ragione principale del meccanismo comico. Da Buster Keaton a Charlie Chaplin, da Totò ad Alberto Sordi, infatti, fatte salve le ovvie macrodifferenze, il terreno comune è proprio quello dei reiterati e patetici tentativi di essere come gli altri.
Secondo l’autore la forma comica sancisce l’appartenenza alla società, così come la forma tragica ne registra l’esclusione; il comico, quindi si può leggere come epopea dell’ingresso nella società precostituita, come riconoscimento della legge dell’adattamento e come assuefazione elastica alla mobilità del comportamento spesso contraddittorio e sempre mascherato. Non siamo molto lontani dall’interpretazione freudiana della collisione tra pulsioni dell’io ed esigenze di convivenza collettiva. I temi dell’infedeltà coniugale e dell’adulterio, per esempio, vengono nella commedia all’italiana spesso tradotti e dicotomizzati tra l’amore-eros delle pulsioni basiche individuali e l’amore-matrimonio delle forme di vita associata, le quali richiedono una rinuncia dell’io e un suo necessario quanto grottesco mascheramento per ottenere l’inclusione nel corpo sociale. 
Diviso in sezioni tematiche che vanno dal lontano cinema italiano dei Telefoni bianchi negli anni ’30, all’Epos capovolto della commedia italiana dei ‘60, fino ai costruttori di maschere esemplificati da Sordi, Totò e Tognazzi, il saggio di Maurizio Grande si offre come una lettura approfondita e mai banale, suggestiva e accessibile a tutti, imprescindibile al pubblico di appassionati che vogliano allungare lo sguardo su uno dei fenomeni più rilevanti della cultura italiana del secondo ‘900.
Ma la dialettica del malessere collocata sul tortuoso ingresso nella società adulta (e perciò stesso adulterata) non è l’unico motivo portante del libro: i riferimenti a Frye, Lacan, Bachtin, Bergson, Lukàcs ampliano il riverbero del comico fino a portarlo sulle tracce di un discorso più esteso che lo vedrebbe come lo stratagemma per evadere dalla realtà sociale e politica del proprio tempo, attuata fin dai tempi della commedia attica e sintetizzata nei conflitti familiari e consociativi che stanno alla base di ogni tipizzazione di commedia. In ciò la commedia all’italiana si allineerebbe in quanto requisitoria feroce e tenera sul paesaggio-passaggio alla modernità e ai suoi gu(a)sti.
Si esce da questa lettura con la netta sensazione che, in luogo di un disimpegno divertente, comico, e da epos capovolto, i film della grande stagione cinematografica italiana contengano in realtà una metafora impietosa di disfatta umana e sociale, sebbene edulcorata da vicende eroicomiche. Qui sta forse tutta la differenza con l’innocua e annacquata commedia italica odierna, spesso non in grado di cogliere il portato emotivo e culturale di un’epoca attraverso l’alchimia di sana cattiveria e di caricatura-deformazione del reale che finisce poi col risultare più autentica del reale stesso.
I protagonisti della commedia italiana odierna (forse specchio a loro volta di una società liquida, che ha perso il senso dei perimetri, dissipato l’ordine simbolico di una cornice morale, metabolizzato la mancata corrispondenza tra imperativi categorici e significati fondativi) risultano sfilacciati e incongrui nel raccontare i nostri tempi proprio perché manca loro non tanto l’aggancio al presente e ai suoi assetti, quanto la capacità mimetica di rappresentarlo a partire dalle sue – comiche? - (s)torture.
Destino di maschera e di eroe popolare, ritratto di vizi e deformità, schedario di costume e bozzetto di nuovi soggetti sociali emergenti, il film italiano leggero degli anni ’50 e ’60 in verità enuncia una descrizione impietosa della nuova realtà che va consolidandosi: quella dell’elogio della furbizia, della poetica della mediocrità, dello smarrimento esistenziale e morale, della crisi dei valori di riferimento relativi a una società che cambia troppo in fretta e che si dimostra impreparata e inadeguata di fronte al nuovo che avanza, del ricorso a strategie apparentemente vincenti che mascherano l’incapacità, l’inettitudine e il fallimento di individui meschini e gretti, intrappolati nel meccanismo dell’adattabilità ad ogni costo, incapaci di sottrarsi al tracollo economico e sentimentale.
Questo, sostanzialmente, l’asse portante di pellicole nelle quali la fluidità di ripresa, il senso del ritmo, del dialogo, dei tempi comici, le sceneggiature e i copioni elaborati da scritture capaci, solide, professionali, rappresentavano poi un valore aggiunto.
Il tracciato del comico, secondo Maurizio Grande, s’inserisce sempre sul tragico, e a partire da quest’assunto l’autore asserisce che la commedia all’italiana si può leggere come una forma estetica che si interroga sul malessere del soggetto contemporaneo e sulle strutture profonde del comico; sui rapporti fra catastrofe della storia e fallimento dell’individuo, tra epos piccolo-borghese del successo e soggetto avido e millantatore, addomesticato anche quando si finge ribelle e indipendente.

Il libro si apre con una puntuale prefazione di Orio Caldiron che spiega come il volume, nato da un progetto editoriale concordato con lo stesso autore sin dal 1995, sia una riproposta di due testi in precedenza pubblicati dal compianto Maurizio Grande: Il cinema di Saturno. Commedia e malinconia (1992); Abiti nuziali e biglietti di banca. La società della commedia nel cinema italiano (1986), dal quale sono state eliminate alcune parti.

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