venerdì 25 marzo 2016

L'ultimo capitolo della Trilogia dell'Ibis dello scrittore indiano Amitav Ghosh

Diluvio di fuoco (Flood of Fire)

di Amitav Ghosh

traduzione di Anna Nadotti e Norman Gobetti
Neri Pozza, 2015

pp. 704
18,50


Eccoci arrivati alla conclusione della Trilogia dell’Ibis già sviluppata su Critica Letteraria con “Mare di papaveri” e “Il fiume dell’oppio”. In una recente intervista, Amitav Ghosh ha assicurato che è davvero finita qui, con “Diluvio di fuoco”, aggiungendo tuttavia di volere lavorare a due ulteriori volumi, uno sul rapporto tra letteratura e ambiente, l’altro sulla ricerca storica compiuta. Cercherò di tenere separati due aspetti, quello relativo al perché Amitav Ghosh si è imbarcato, è il caso di dire visto che la Ibis è una goletta, in una simile avventura e il messaggio che vuole trasmetterci e l’aspetto prettamente letterario.
Sul primo punto, c’è poco da girare intorno: quel che è successo con la prima guerra dell’oppio fra Cina e Impero Britannico a cavallo degli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento è l’antecedente diretto e di più facile lettura dell’imperialismo moderno. L’imponente ricostruzione di Ghosh mostra come la narrativa sia ancora in grado d’illustrare il senso profondo degli eventi e una costante della storia: l’Occidente ha palesato istinti egemonici, imperialisti appunto, con i quali ha preteso, illudendosi, in una sorta di eterogenesi dei fini, di risolvere le tensioni del mondo. Se in Iraq, o in Afghanistan, è intervenuto per esportare la democrazia, legittimando il conflitto con pretesti rivelatisi fasulli, tipo le armi di distruzione di massa in mano a Saddam, in Cina nell’Ottocento il mantra era la libertà di commercio. In nome del libero mercato, da venerare come una religione, l’Impero Britannico mosse guerra ai mandarini che avevano interdetto nel territorio cinese il traffico di oppio.
L’Impero Britannico non poteva permettersi che venisse inceppata una macchina che muoveva dall’India per generare immense ricchezze. Già, perché la trilogia arriva con quest’ultimo volume in medias res, dove ci sono assedi e cannoni, ma parte da lontano. Dal Bihar, regione indiana un tempo lussureggiante, trasformata in una terra di monocultura dedicata al redditizio oppio. Il prezzo pagato dall’India al colonialismo britannico: un ambiente distrutto, una sistema sociale e di tradizioni devastato in nome di quella droga che doveva prima raggiungere Calcutta e da qui navigare fino a Canton per imporsi in Cina.
Ma a Canton, tale afflusso ininterrotto aveva finito per mettere in crisi la convivenza tra leggi scritte e non scritte, tra interessi commerciali cinesi e stranieri. Non solo europei a dire il vero, anche parsi, armeni, tibetani. Solo che i sudditi britannici e i cittadini americani erano i più agguerriti e meglio organizzati in un’enclave riservata alle factory europee, sorta di consolati che sottostavano alle deliberazioni di una Camera di Commercio dove i sudditi della regina Vittorio facevano il bello e il cattivo tempo. Il battagliero governatore Lin, disposto a tutto pur di non vedere il suo popolo rimbecillire sotto gli effetti dell’oppio, aveva chiuso l’enclave confiscandone tutti i patrimoni. Solo che Lin aveva commesso un errore di valutazione: pensare che le confische imperiali cinesi passassero sotto silenzio a Londra.
I mercanti sono infatti passati al contrattacco convinti che una spedizione britannica possa non soltanto generare enormi profitti ma inaugurare anche un nuovo tipo di guerra in cui gli stessi uomini d’affari siano protagonisti a pieno titolo. Tra i mercanti, spicca il proprietario della Ibis, Mr Burnham, che spedisce un carico d’oppio nelle acque del Mar Cinese Meridionale. Il commissario di bordo è un’altra vecchia conoscenza: l’americano Zachary Reid, al servizio oramai degli inglesi. Un servizio… a 360 gradi perché mentre conquista la fiducia di Burnham, si porta a letto pure la moglie nonostante sia ossessionato dal ricordo dell’enigmatica Paulette Lambert.
Piano piano, tornano i protagonisti apparsi fin dal primo volume. Neel, l’ex raja caduto in rovina a causa di Burnham e artefice di una rocambolesca fuga dalla Ibis in compagnia di un gruppo di detenuti, è a Canton tra gli informatori di Lin che vuole dotare la marina cinese di imbarcazioni adeguate al confronto con la potente flotta britannica. Pretesa illusoria perché il diluvio di fuoco del titolo sarà quello che subirà il paese asiatico. E non sarà cosa da poco. Alla fine della guerra, il millenario impero sarà privato della sua integrità territoriale perdendo Hong Kong e Macao. Dopo l’India, tocca alla Cina pagare dazio alla potenza mondiale dell’epoca.
Proseguiamo con i personaggi recuperati: Raju, il figlio di Neel, parte alla volta di Canton deciso a ritrovare il padre e finisce arruolato come pifferaio nel corpo dei sepoy dove milita l’havildar Kesri Singh, fratello di Deeti, la vedova ribelle. E via via, altri. Questa breve carrellata aiuta a introdurre gli aspetti letterari: Ghosh anche in questa terza puntata mostra grande cura per il linguaggio del tempo, fa succedere un’infinità di cose e tratta tantissimi caratteri. Ma non è facile seguire i percorsi delle varie vicende. C’è di più: proprio Deeti, l’affascinante simbolo della donna che lotta a ogni costo per la libertà, la classica eroina da romanzo d’appendice, sparisce.
Capisco che Ghosh abbia dovuto lavorare sulla multicultura offrendoci la visione di tre grandi realtà, con i loro costumi, attese, storia. India, Cina e Impero Britannico. Capisco che abbia dovuto soffermarsi sulla metamorfosi dell’Impero Britannico che si scopre imperialista e non si accontenta di un meticciato politico-sociale. Capisco anche lo sforzo di traslare un linguaggio e avvenimenti ottocenteschi nella nostra epoca per ricordarci che esiste il mondo degli affari pronto a passare sopra chiunque.
Però, nel corso di questa trilogia spariscono alcune persone, nel secondo volume perfino la Ibis che anche in questo terzo veleggia sullo sfondo, più come rievocazione sentimentale che come entità concreta. Le persone poi riappaiono, a volte fugaci a volte in pianta più stabile. Tuttavia, ribadisco, che in questi passaggi, magari necessari, la più sacrificata sia Deeti, è un aspetto che lascia spazio alla delusione. Amitav Ghosh doveva riprendere tante tessere, riassemblarle e creare un affresco dove ciascuna trovasse posto in vista di un epilogo epico. L’intento, secondo me, non è completamente riuscito.
Marco Caneschi

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