sabato 19 marzo 2016

#Festadelpapà - la cura dell'infermiere



Ni Se, Laerte, filospinato dorato su specchio, 70x70


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Se mi accanisco sulla ricostruzione della sua decostruzione, non è, ritengo, per morbosità. Piuttosto, mi pare che simili modifiche mi abbiano svelato qualcosa della sua personalità che prima non era mai emerso. Di solito è il contrario: la malattia accomuna gli individui, rendendoli indistinti rappresentanti di una classe (gli artrosici, i Parkinson). Nel suo caso, invece, il male costituì una breccia grazie alla quale penetrare nelle difese che per tutta la vita lo avevano protetto.

Approfittare delle debolezze altrui, potrà sembrare vile, ma io me ne servivo per avvicinarmi alla persona. L’unico motivo per cui intendevo sfruttare la situazione, consisteva nell’intento (questo sì probabilmente sadico) di conoscerlo meglio. Tale desiderio, cioè, rappresentava la mia terapia, come se la malattia dell’infermo avesse potuto costituire la guarigione dell’infermiere.

Ma no, mi ripeto. Il mio era soltanto il martelletto amico che batte sul ginocchio. La malattia come un piede di porco per scassinare i segreti di chi amiamo, la barra su cui fare leva per irrompere all’interno di un altro spazio, forzando i chiavistelli. Un’effrazione, dunque. Sarà vero? Oppure, così facendo, finisco per conoscere soltanto le sembianze del male, e smarrisco il paziente?
da Geologia di un padre di Valerio Magrelli, Einaudi, 2013, p. 69

Questo è un brano che parla da solo, in effetti, ma se volete approfondire, trovate qui la recensione.

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