giovedì 18 febbraio 2016

#PagineCritiche - "Il romanzo massimalista" di Stefano Ercolino

Il romanzo massimalista
di Stefano Ercolino
Bompiani, 2015 

€ 15 cartaceo
pp. 290

    
È molto probabile che il termine “romanzo massimalista”, oggi, sia ancora legato al contesto postmoderno in cui spesso è stato declinato; l’idea non è totalmente errata, ma va chiarita sin dalle prime battute l’accezione che si vuole dare al movimento (è chiaro cosa sia questo postmoderno? Vanno bene le categorie che gli assegniamo?).
Ercolino taglia da subito il segmento temporale su cui intende lavorare – gli ultimi decenni del Novecento – cercando di includere nell’analisi scrittori e opere che non provengano esclusivamente dagli Stati Uniti. La linea seguita dimostra innanzitutto una volontà di lavorare con un modello narrativo che non è rilegato a nessuna corrente particolare, e il tentativo di volersi svincolare dall’apparentemente egemone produzione letteraria americana per abbracciare romanzi sotto una luce di internazionalità. Non sfugge quindi la volontà di creare un terreno fertile per un modello che non vuole più essere limitato ad una sola dimensione, quella postmoderna, spesso segnata da un alone di negatività. Proprio declinando l’enciclopedismo come uno dei caratteri principali di questi romanzi asserisce:

Maggiore è la complessità del mondo, maggiori divengono gli sforzi per rappresentarla e le conoscenze necessarie per tentare una sintesi, ma questo non ha in nessun momento costituito un deterrente per il proliferare di tentativi enciclopedici nella letteratura occidentale. Probabilmente non si smetterà mai di descrivere opere enciclopediche, perché si tratta di una pratica legata ad un profondo e ineliminabile bisogno di illudersi di poter ordinare, e quindi controllare, il caos e la follia dell’esistenza.
Checché ne dica Lyotard, non tutte le grandi narrazioni sono tramontate con l’avvento del postmoderno. Per lo meno sul piano estetico.

Il romanzo massimalista, in tutte le sue forme, perde dunque connotazioni troppo vincolanti per acquisire una forma nuova che lascia spazio a declinazioni spesso assai differenti tra loro. Per stessa ammissione dell’autore potrebbero esser state aggiunte, alle otto già presenti, opere molto precedenti cronologicamente – tanto per citarne una Le Perizie di William Gaddis – opere che non solo risalgono agli anni ’50, ma che spesso non hanno, almeno a livello contenutistico, nessun punto d’aggancio.
Ercolino lavora con i “testi prescelti” in un attento processo di identificazione degli elementi caratterizzanti, in un continuo tentativo di legittimare la categoria tramite aspetti che la uniscano e la definiscano. Ci prova con un approccio diverso e rinnovato, con l’inclusione di una folta schiera di critica americana (una delle più attive sull’argomento) e con l’astuta capacità di non rendere le categorie in esame fisse ed immobili.
Ancora una volta è l’analisi del mondo, della realtà, ad evidenziarsi come argomento più interessante della brillante disquisizione; perché se c’è un dibattito che è ben lontano dall’essere chiuso è proprio il problema del realismo nella seconda metà del secolo scorso. Alla luce, infatti, di un altro testo di critica italiana – Realismo e Letteratura. Una storia possibile di Bertoni (e di altri studiosi come J. Wood) – Ercolino definisce il realismo in questione un realismo ibrido:

Cavalcando ipotesi alternative di realismo, il romanzo massimalista lancia nuove sfide estetiche al sistema letterario postmoderno, nell’amara consapevolezza che per raccontare il mondo di oggi, probabilmente, bisogna renderlo irriconoscibile. Un prezzo altissimo, imposto da un’epoca di irrealtà diffusa, che gli autori dei romanzi discussi in questo studio sembrano, però, disposti a pagare, sostenuti da una profonda fiducia nel potere critico e universalizzante della scrittura massimalista.


Realtà irreale, enciclopedismo, lunghezze astronomiche, paranoia… solo alcuni questi dei motivi che s’incontrano quando si legge questo tipo di letteratura. Leggiamo Pynchon, Foster Wallace, Zadie Smith, Bolaño, DeLillo e ci troviamo in un mondo dissonante, estremo, difficile da riconoscere eppure molto familiare. Nel vortice che è, o forse “è stata”, la grande letteratura degli ultimi trent’anni questo testo ci porta per mano a riconoscere e apprezzare un tipo di scrittura che affonda le sue radici sulla grande tradizione occidentale, ma ne stravolge l’assioma di base per ricostruire una forma che vuole essere altro, che si svincola da ciò che è stato prima perché sembra essere sempre più vero che il romanzo abbia il dovere di fermarsi a descrivere il mondo in cui siamo immersi: se il mondo cambia deve necessariamente cambiare anche il modo di raccontarlo.

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