martedì 16 febbraio 2016

La start up del crimine al femminile



Girl Gang
di Ashley Little
Parallelo 45, 2016

Traduzione di Cristiano Repetti
pp. 234

La mia gang si chiama Black Roses, e siamo l’incubo peggiore di questa città. Siamo in cinque. Mac, la nostra leader, dice che possiamo essere soltanto cinque, come le dita di una mano: una persona in più, e non si poteva gestire. Mac nemmeno mi voleva nella gang. Non all’inizio, per lo meno. Mercy ha dovuto convincerla per lasciarmi entrare. Disse che serviva qualcuna che sapeva il fatto suo a proposito di droghe. Ed eccomi, pronta a compiere quattordici anni, e già esperta in tutto ciò che c’è da sapere: crack, meth, cocaina, erba, qualsiasi cosa.

Mac e Mercy sono migliori amiche. Certo, loro non passano il loro tempo al centro commerciale a cercare vestiti o a lanciare occhiate ai ragazzi, ma per le strade malfamate di Vancouver come spacciatrici e, occasionalmente, prostitute. Il fatto che, messe insieme, raggiungano a malapena i trent’anni d’età non le ha fermate dall’associarsi alla banda criminale dei Vipers. Un giorno però, all’ennesimo abuso, decidono di mettersi in proprio e fondare una gang tutta al femminile dal nome Black Roses per provare a rivendicare il proprio posto tra le strade della città.

Che cos’è che stiamo cercando, esattamente?

Cattive ragazze, dissi, e mi accesi una sigaretta.

Mercy rise e mi chiese l’accendino a sua volta.
Il Canada non è proprio il primo posto che ci viene in mente quando si parla di piccola criminalità; nessuno potrebbe mai pensare che Vancouver batta addirittura New York per la media dei crimini commessi. Forse, pensando al Canada, ci vengono in mente spazi, possibilità e grandi occasioni. Allora, proviamo a leggere Girl Gang in quest’ottica perché assistiamo alla nascita di una vera e propria piccola start up di imprenditoria femminile con ripartizione di competenze e un obiettivo ben chiaro in mente. C’è Mac, leader e amministratrice delle finanze della gang; Mercy, faccendiera ed abile ladra; Z, writer di origine cinese, che si occupa di marketing e promozione dipingendo il loro logo su ogni muro della città; Sly Girl, commerciale esperta di droghe; Kayos, responsabile sicurezza e con un lieve problema di controllo della rabbia. La start up è finalizzata alla raccolta di fondi sufficienti per l’acquisto di un bell’appartamento nei quartieri eleganti di Vancouver per sfuggire alla miseria e ai pericoli del lavoro sulla strada.
Oppure possiamo provare a leggere queste pagine come se fosse il diario di una qualunque adolescente: certo, in genere si scrive delle prime cotte, dei problemi a scuola, delle liti con le amiche e delle incomprensioni con i genitori. Quello di cui sicuramente non ci si cura è come contendersi il territorio per lo spaccio con le bande rivali; come insabbiare un omicidio; come cucinare crack e venderlo con una mano sempre appoggiata sulla pistola. Insomma, come essere delle gangster.
Tutta l’opera è strutturata a capitoli in prima persona: ognuna delle ragazze tiene il proprio ruolino di marcia, ciascuna con il proprio gergo e lessico, il punto di vista dei loro affari: particolarmente d’impatto, anche grafico, quello di Z che si esprime, come ogni writer che si rispetti, mescolando segni e numeri alle lettere. Leggendo della violenza, dell’assoluta tranquillità con cui si disquisisce di spaccio e vendette bisogna continuamente ricordarsi che le protagoniste non sono donne indurite, ma ragazzine. Loro vogliono dipingere la loro stanza di viola perché ricorda loro l’infanzia, si affollano davanti allo specchio per provare gli ultimi costosi trucchi rubati da Mercy. La loro voce viene intervallata, di tanto in tanto, da Vancouver stessa,  anche lei città giovane e adolescente, in costante evoluzione che è pronta a vedere esplodere queste ragazze come delle stelle sfavillanti nella sua notte. La parola non è mai stata così azzeccata perché questa giovane start up, questa sorellanza che cresce in maniera parossistica, è pur sempre gestita da ragazzine, per quanto dure e pronte a tutte possano sembrare. Dobbiamo continuare a ricordarcelo, quando tutto corre verso un finale fulmineo e amaro.
Quest’opera esordiente è, per adeguarsi al gergo, un fottuto pugno nello stomaco. Toglie il fiato, ti lascia in debito di ossigeno per la crudezza delle immagini che evocano le parole di queste ragazzine (ancora, continuate a ripetervelo), ti ghiaccia la bocca e lascia, a malapena, un barlume di speranza nell’epilogo.
Non hanno paura di nulla. Sono bene armate ed estremamente pericolose. Cercano vendetta. Sono qui per trovare e annientare. Non sono dispiaciute. Sono il futuro. Sono bambine, perse per tra le mie strade, cercando il modo migliore per sopravvivere.

Sono solo ragazzine: continuate a ripetervelo, pagina dopo pagina.

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