mercoledì 17 febbraio 2016

Il calvario della speranza per l'uomo che non riusciva a morire






L'uomo che non riusciva a morire
di Tony Laudadio
Collana Viceversa/NNEditore, 2015


euro 13,00




L’uomo che non riusciva a morire è un titolo metaforico, quasi troppo poetico, per la vicenda assurda e dolorosa che Tony Laudadio ha scelto di condividere con il lettore. Il titolo ricorda quasi una fiaba, ma la storia così paradossale e dolorosa, ha in sé qualcosa di pirandelliano.
Gli stati d’animo con cui il personaggio affronta la parabola del malessere sono vivisezionati, come il mutare del proprio corpo che sperimenta il cancro. Non è solo all’interno del corpo, che si notano i cambiamenti più grandi, ma è soprattutto all’esterno, nelle reazioni che procura questa notizia in chi ci sta accanto, che la storia trova la sua forza espressiva e la doppia prospettiva di chi si trova in una nuova condizione di sofferenza e cerca di concepire il dolore degli altri. Come un vademecum nella sofferenza, le indicazioni sulla scatola che raccoglie i sentimenti di chi ci assiste e ci ama; le controindicazioni sono in agguato ad ogni somministrazione di angoscia o di speranza. Nonostante parli del cancro in modo spietato questo libro è profondamente vivo tra le mani del lettore, non affronta il tema con leggerezza, ma non risulta mai pesante o scontato. 
Uscii sulla strada. La città tirava avanti come al solito, non distratta, come si usa dire, semmai troppo concentrata sulle proprie vicende. E mi veniva da chiedermi, scioccamente: “Perché voi tutti non pensate a me che ho un cancro?”.
Lo scrittore che racconta la storia di ogni malato, si basa anche sulla vicenda reale di Peppe Clemente, pur romanzandone la sostanza.
L’Io narrante racconta con atroce pacatezza il suo calvario, lo fa con il tono rassegnato di chi già sa che si sta avvicinando la fine, ma è una fine strana, che il lettore imparerà ad allontanare un passo dopo l’altro, fino a capire che il vero senso di questo racconto non è verso qualcosa che avrà un termine, ma verso una trasformazione profonda, che si opererà nella sostanza come nella forma. L’uomo imparerà a staccarsi da ogni cosa, dal concetto di se stesso, dal lavoro, dalla passione, dall’amicizia, dalla famiglia, dall’amore. Il lettore troverà il racconto surreale, ma la vita spesso supera la fantasia, e così la morte non arriva mai veramente. L’idea del saluto, che è distacco e conforto, non appartiene a coloro che resteranno accanto al protagonista, perché la serie infinita di eventi drammatici, che lo condurranno ogni volta alla fine non lo faranno mai del tutto.
L’ultima sensazione che ricordo è la stretta della mano di mia moglie. Mia madre corse a chiamare Lucia. Arrivò che il mio cuore era già fermo, da qualche secondo (o almeno così mi è stato poi detto, io non ero tanto cosciente, in quel momento, ero morto!).
Fin qui lo scenario è simile a quello di tanti altri, il racconto sembra concludersi, ma mancano ancora troppe pagine e il lettore si chiede cosa succederà dopo. I saluti ci sono già stati, il protagonista ha scritto la sua lettera di commiato e alcuni amici sono già andati a congedarsi, quasi increduli. Ma poi avviene qualcosa di assurdo, qualcosa di insperato che cambia le sorti del malato, e il suo corpo sopravvive. Quello che morirà attorno a lui saranno i sentimenti, si spegneranno come cerini, prima la compassione, poi il sollievo, infine la speranza, non tanto di vederlo sopravvivere, ma quanto di vederlo infine morire. Il romanzo ci racconta, con toni eleganti e affilati come coltelli, che il peso di chi resta, a volte, è più insopportabile dell’assenza di chi va via per sempre, e che il finale a sorpresa non sempre risulta gradito a chi ha solo voglia di lasciarsi alle spalle ciò che non ha più un futuro.

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