venerdì 12 febbraio 2016

Droga, guerra, l'odio come karma: "Il cartello" di Don Winslow

Il Cartello (The Cartel)
di Don Winslow

Einaudi, 2015

Traduzione di Alfredo Colitto

pp. 882
€ 22

E siamo al sequel de “Il potere del cane”, quel western grandioso di cui, per chi non lo avesse letto – e ha fatto molto male – riporto la trama ridotta all’osso: sullo sfondo della lotta al narcotraffico, un poliziotto onesto viene sequestrato, torturato e infine ucciso da una banda di signori della coca. L’amico di quel poliziotto trascorre il resto della sua carriera e della vita a cercare di ottenere vendetta: si chiama Art Keller ed è agente della DEA. Un giorno dimostra doti di boxeur: è un ottimo incassatore, ovvero il tipo di pugile che i messicani prediligono. Ma lo fa dinanzi alle persone che gli sovvertiranno l’esistenza: i fratelli Adàn e Raul Barrera, nipoti dell’insospettabile Miguel Angel. I boss intoccables di quella che loro stessi hanno contribuito a creare: la Federacion. Ogni pizzico di coca proveniente dalla Colombia e diretto al mercato statunitense è tassato dai Barrera che accumulano giorno dopo giorno una ricchezza impressionante.
Ma Art Keller è un tipo tosto: non si scompone dinanzi alle operazioni in codice più sporche del suo stesso governo figuriamoci se ha scrupoli con gli intoccables. E non conosce tregua: la sua sfida alla famiglia Barrera è senza esclusione di colpi. Solo che non esiste altro epilogo che non sia sangue e ancora sangue o altro meccanismo che non sia l’inferno dove l’odio è la benzina più efficace. Il “cane” del titolo, d’altronde, non è altro che quello delle armi da fuoco.

Ne Il Cartello, Don Winslow conferma il suo stile straripante ma asciutto e una voglia pazza di dare vita a un ulteriore impianto gigantesco che ruota attorno ai due personaggi principali, nemici incarogniti: Art Keller e Adàn Barrera. Mentre nel “Cane”, Keller e Barrera ci preparano, e si preparano, all’inferno, nel “Cartello” siamo subito in medias res. Pochi fronzoli ed è rumore di Ak-47, razzi, elicotteri che schiantano e schizzi di sangue dalle carotidi. Si riprende un attimo fiato, nel monastero dove Keller pare essersi ritirato per trovare pace, e ci si tuffa a capofitto in Adàn che dal carcere, prima di evadere, recupera autorità e forza per rilanciare la partita. Una notizia che riporta Keller, mentalmente e fisicamente, ai vecchi tempi.

Solo che i tempi sono cambiati e adesso non c’è la gloriosa, a suo modo, Federacion da fronteggiare. L’agente della DEA deve infatti incunearsi in un dedalo di sigle e piazze della droga che le varie organizzazioni si contendono a suon di corpi decapitati e torturati. In un marasma criminale che Adàn Barrera sogna di riunire, ovviamente sotto la sua corona, in un cartello che comprenda anche il governo messicano e, perché no, pezzi di agenzie anti-droga americane, uomini e donne compiacenti di qualsiasi risma e chi più ne ha più ne metta. Le insegne dovranno essere quelle di una pax narcotica.

Keller deve quindi muoversi con maggiore attenzione e farsi più subdolo. Cattivo. Demone egli stesso. La parabola di Keller in questo nuovo romanzo è di un uomo progressivamente costretto a vendersi al diavolo. Perché di ferocia ne è proliferata talmente che il buon vecchio satana-padre si fa addirittura preferire. Non esiste un contropotere a questo universo di bestialità, non c’è alcuna strada per il paradiso, semmai esseri isolati, arrabbiati e feriti che hanno sempre meno da perdere.

Gli stessi “buoni” che si mettono di traverso magari riescono a fermare il gioco per un quarto d’ora. Tuttavia, anche le migliori anime, le più pure, essendo destinate al ruolo di vittime sacrificali, finiscono per essere parte dell’ingranaggio: le loro morti, scontate vista la potenza di fuoco che credono di fronteggiare con gli ideali e le parole, non fanno che alimentare l’odio dei sopravvissuti, ovvero il karma del mondo, una sorta di legge necessaria che move il sole e l’altre stelle.

Ciò che ruota attorno ai due principali protagonisti, Art Keller e Adàn Barrera, è la dimostrazione della bravura di Winslow. Non capita spesso, credo, che un lettore si spari quasi novecento pagine in tre/quattro giorni. Ebbene, io l’ho fatto. Perché Winslow abbonda con i tempi giusti nella caratterizzazione di chicchessia. Potrà sembrare di perdersi qualcosa, di non ricordarsi un particolare, le piazze della droga e i killer si moltiplicano, s’incasinano, si alleano e rialleano per poi diventare nemici. Un tourbillon. Voi proseguite e immergetevi nel corpo di questo abisso.

Ritroverete modelli tipici della Winslow-production. Ad esempio certi personaggi del “Cane”, la prostituta di alto livello, bellissima, intelligente Nora Hayden, il killer irlandese Sean Callan, il prete onesto Juan Parada, somiglieranno ad alcuni del “Cartello”: rispettivamente a Magda Beltrán, una che alla fine ti eccita solo a leggere il suo nome, Eddie Ruiz o Narco Polo, uno che sogna perfino un film su se stesso, Luis Aguilar, dell’ufficio sulla criminalità organizzata del procuratore generale del Messico. Ma, insomma, non ne vorrete fare una colpa se uno decide di sfruttare anche un po’ di usato sicuro.

Winslow conferma la capacità di contagiare con il virus della sua scrittura febbricitante partorita, ed è bene non dimenticarlo, sulla base di anni di ricerca sul narcotraffico e sulla guerra combattuta in Messico negli ultimi venti anni. Sì, perché quello che è avvenuto – e che sta avvenendo – in quel paese è una vera e propria guerra, con città intere svuotate, la gente costretta a fuggire e battaglie campali tra i narcos durate per settimane. E dinanzi a una guerra con sadismo, torture, decapitazioni, gente fatta letteralmente a pezzi o bruciata viva bisogna andarci giù duro e rendere la penna incandescente. A partire dall’incipit: un lunghissimo elenco di nomi. Sono i giornalisti assassinati o scomparsi in Messico durante il periodo in cui si svolge questo romanzo: dai primi anni 2000 ai giorni nostri. Al netto della potenza di Winslow il timore è che la realtà sia ancora peggiore della finzione.

Marco Caneschi

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