mercoledì 24 febbraio 2016

Cormac McCarthy, "Cavalli selvaggi"

Cavalli selvaggi (All the Pretty Horses, 1992)
di Cormac McCarthy
Einaudi, 2006

traduzione italiana di Igor Legati

pagine 304

disponibile anche in formato elettronico




La forza letteraria di Cormac McCarthy sta senza dubbio nella sua grande capacità di trasportare idealmente il lettore nei luoghi narrati. Le descrizioni degli ambienti che costituiscono lo scenario sullo sfondo del quale gli attori prendono vita hanno valore assoluto per il nitore e la potenza evocativa che le caratterizzano. Allo stesso modo i tempi estremamente dilatati e i dialoghi, rarefatti e ridotti all'essenziale, incastonati nella narrazione in un continuum indissolubile, arricchiscono le storie con un realismo crudo e impietoso, lontanissimo da ogni tentazione ottimistica o giustificatoria.

Cavalli selvaggi, primo romanzo della Trilogia della Frontiera, si svolge nel 1949 nella zona di confine fra il Texas rurale e il Messico. John Grady Cole, diciassettenne cresciuto in fretta, alla morte del nonno lascia la fattoria di famiglia ormai messa in vendita perché in rovina e, insieme all'amico e coetaneo Lacey Rawlins, cavalca oltre il Rio Grande alla ricerca di una vita libera e indipendente, come prima di lui i cowboy che migravano tra i tanti ranch sparsi nella zona oltreconfine e si offrivano per la doma dei cavalli in modo da garantirsi la sopravvivenza.

Insieme al lavoro presso una grande fattoria, John Grady troverà parecchie altre cose, compreso un amore impossibile che gli frutterà un mucchio di guai portandolo a lottare per salvarsi la vita; ben presto il ragazzo si renderà conto che il mondo è un posto infame dove nulla si può ottenere senza sofferenza; anzi, molto spesso la sofferenza è l'unica cosa che si ottiene, soprattutto se ci si trova nel posto in cui si trova lui in quel momento. Il viaggio di John Grady terminerà dove è cominciato solo perché il ragazzo (l'uomo, ormai) possa rendersi conto che quello non è più un posto per lui; con questa consapevolezza John Grady Cole lascerà nuovamente quel luogo nel quale non ha più ragione di cercare radici che non ci sono; il romanzo chiude sull'immagine, meravigliosamente western, di lui che cavalca al passo verso un tramonto rosseggiante che allunga le ombre sua e del cavallo fino a fonderle in una sola.

Oltre che un romanzo di formazione, rivolto al percorso di crescita del diciassettenne John Grady Cole in un mondo disumanizzato senza legge né valori, Cavalli selvaggi è un western atipico, o per meglio dire nello stile unico di McCarthy, che allo stesso tempo sintetizza l'eredità di Bret Harte e Zane Grey, di Hemingway e Faulkner. Un romanzo mesto, cupo, che descrive la presa di coscienza del ragazzo rispetto all'inevitabile avvento della modernità che spazza via quel mondo in cui lui vorrebbe disperatamente vivere. Il periodo immediatamente successivo alla Seconda Guerra Mondiale è un punto di svolta e di (ri)partenza per un'America nuova, tecnologica e spersonalizzante, che deve fare i conti con le conseguenze psicologiche del conflitto appena terminato (il padre del protagonista ne è la testimonianza) e che non ha più nulla di quello spirito di frontiera perseguito da John Grady, che appare più come un soggetto dei dipinti di Charles Russell piuttosto che un adolescente di metà del Ventesimo secolo.

Rimpianto e insoddisfazione sono quindi sentimenti che pervadono tutto il romanzo, derivanti dalla fine di un'epoca e dall'impossibilità di vivere la vita e gli affetti come si vorrebbe: il personaggio di Alfonsa, autentico deus ex machina che in diversi sensi determina la sorte del protagonista, è un punto di snodo nel processo di consapevolezza e disillusione che porterà John Grady a rimettere in discussione le sue scelte di vita, senza peraltro trovare una soluzione.

E poi ci sono i cavalli, forse i veri protagonisti del romanzo, simbolo di quella vita che John Grady ricerca inutilmente, elemento di continuità con la tradizione, con la natura e la libertà.

Cavalli selvaggi non è, in ultima analisi, un romanzo particolarmente facile: il ritmo volutamente rallentato, la laconicità dei dialoghi e alcune forzature (il personaggio di Rawlins come deuteragonista un po' troppo "da manuale", l'inverosimilità di alcune situazioni estreme vissute da due adolescenti, una storia d'amore un po' scontata) possono rendere a tratti difficoltoso il procedere nella lettura. Ma insomma, come nel caso di altri mostri di genialità - Tarantino, i Coen, Stephen King o Coetzee, per citarne solo alcuni - McCarthy è un grande che va apprezzato così com'è, e buonanotte al secchio.

Stefano Crivelli

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