lunedì 22 febbraio 2016

#CritiCinema - Room di Lenny Abrahamson. Strane stanze di vita quotidiana

Room, Una stanza, la Stanza, dove Joy (Brie Larson) e il suo bambino Jack (Jacob Tremblay) di cinque anni ingannano il tempo in una routine quotidiana claustrofobica.
Un orizzonte chiuso, un solo quadrato di cielo del lucernario, pareti sporche, mobili fatiscenti.  
Fare i piatti nel lavandino, fare la doccia insieme ai vestiti. Barchette di carta che galleggiano nello scarico del water. E un televisore come unica finestra sul mondo, una scatola magica in cui realtà e immaginazione sono mescolate. 
Il piccolo Jack è iconicamente uguale a sua madre, occhioni cerchiati e lunghi capelli arruffati.
Un piccolo selvaggio, due relitti umani in una luce tetra.
Sono prigionieri del "vecchio Nick" (Sean Bridgers), l’orco che ha rapito Joy anni prima e l’ha imprigionata nel capanno dietro casa, in un adattamento cinematografico del romanzo di Emma Donoghue Stanza, letto, armadio, specchio (Mondadori, 2010, trad. C. Spallino Rocca) ispirato a una vicenda di cronaca nera nota come il caso Fritzl.

Lenny Abrahamson, che nello straordinario Frank (2014) aveva già dato prova della sua capacità stilistica nel trattare vicende difficili e dolciamare, in Room -in uscita nelle sale italiane il 3 marzo ma già presentato al Toronto International Film Festival 2015 e, in Italia, alla Festa del Cinema di Roma- esplora anche questo tema con delicatezza e poesia, seppure in momenti di angosciante, paradossale, realismo.

Troviamo una madre che costruisce vie di fuga, immaginarie prima e concrete poi, per un piccolo arruffatissimo cucciolo d’uomo che cerca di ogni modo di proteggere.
E un rapporto madre-figlio fatto di equilibri fragili e di una straordinaria forza di resilienza, un aggrapparsi alla speranza in cui si sentono stridere le unghie.
Il punto forte del film è proprio la capacità di ricreare davanti alla telecamera, e dal punto di vista del bambino, questo rapporto fatto di dolore e fantasia, di verità come in una fiaba e di amari svelamenti, in un gioco a due di acquisizione del senso di realtà (quando sono nella Stanza, Jack non sa distinguere cosa è reale e cosa no, sa soltanto fantasticarci sopra) in cui è il figlio a diventare adulto prima della sua giovane madre.
Jack è un piccolo Sansone che al prezzo del taglio dei capelli otterrà l'ingresso nell'età adulta, ma senza la perdita della straordinaria, commovente, forza di un individuo in via di formazione, costretto a diventare grande con troppo anticipo. 

E il regista Lenny Abrahamson ha quella rara capacità di fare un passo indietro, non cavalcare il patetismo, di virare il thriller psicologico iniziale in qualcosa d'altro. Lo snodo (inatteso?) a metà film porta a una parziale risoluzione che rimane in bilico ma fa continuare la storia in maniera "sana" e ci conduce a un finale in levare, ad alto tasso di emozione ma senza sentimentalismo. 

Candidato a quattro Oscar (miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista una straordinaria Brie Larson, e migliore sceneggiatura non originale a Emma Donoghue) è un peccato che non ci sia una quinta candidatura al migliore attore protagonista under 18. Su quello non ci sarebbe stato dubbio alcuno. 
 «Il mondo è come tutti i pianeti della tv accesi insieme, quindi non so dove guardare, o cosa. C'è una porta e un'altra porta e altre porte, e dietro c'è un altro interno, e un altro esterno, e così via, e le cose succedono e succedono, non smettono mai. Inoltre, il mondo continua a cambiare luminosità e calore, e ovunque volano infiniti germi. Quando ero piccolo, conoscevo cose piccole, ma ora ho cinque anni e conosco tutto.»

Giulia Marziali

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