mercoledì 6 gennaio 2016

Per un'allegoria del contemporaneo: Panorama di Tommaso Pincio

Panorama
di Tommaso Pincio
NN Editore, 2015

pp. 200
€ 13,00



Di Panorama di Tommaso Pincio bisogna dire innanzitutto che è un oggetto bellissimo: NN Editore inaugura la sua nuova collana dedicata ai vizi capitali con un volumetto di meravigliosa fattura, dalla carta pesante e l’ottima impaginazione, con una quarta di copertina suggestiva che da sola vale l’acquisto. Si tratta però, e questo deve essere aggiunto, di un romanzo complesso, che andrebbe letto più volte per dipanare i diversi fili narrativi e cogliere la profondità della riflessione che soggiace ad uno stile elegante ed efficace. 
Panorama si apre e si sviluppa all’insegna dello sguardo: innanzitutto quello di Ligeia Tissot, misteriosa donna del web che attrae tanto per il fascino evocativo del suo nome quanto per “quella sua luce nello sguardo, una luce irruenta e folle, da assassina” (11). Se si ricorda che Ligeia è anche la protagonista di un noto racconto di Edgar Allan Poe, si comprende fin da subito che quella che si andrà a leggere è una vicenda di ossessioni totalizzanti e forse mortifere. Un secondo sguardo è quello indiscreto e invasivo degli utenti di Panorama, un social network che consente un accesso diretto, immediato e illimitato all’esistenza dei fruitori: come nel Panopticon descritto da Jeremy Bentham, la Rete diventa prigione in cui la vita dell’individuo è continuamente esposta all’indagine del prossimo; il soggetto si sottopone alla malevolenza dell’occhio altrui in piena consapevolezza e volontà, facendosi custode e carceriere di se stesso e del proprio agire. C’è poi il protagonista, Ottavio Tondi, che per quattro anni porta avanti una fitta relazione esclusivamente digitale con Ligeia, fino a scoprire sulla propria pelle quanta angoscia possa gravare sulla semplice operazione del guardare: “I suoi occhi vivevano per quel giaciglio in disordine. Lo fissavano, lo contemplavano, lo studiavano, lo sorvegliavano. Ci fosse un verbo che raduni queste quattro azioni sotto il senso di un’estenuante attesa, quel verbo renderebbe un’idea di cosa volesse dire, per Tondi, guardare” (12). Anche il narratore, interno e inizialmente non identificato, osserva: osserva la storia di Ottavio e Ligeia e la giudica, riportando i sentimenti alterati del protagonista alla loro dimensione oggettiva e chiarendo la reale dinamica dei fatti al di là delle interpretazioni parziali. Si scoprirà che il suo accesso alle vicende è dovuto a un’intromissione voyeuristica e non del tutto legittima nel profilo personale di Tondi su Panorama: del resto l’io narrante è uno scrittore, e cos’è la letteratura se non pettegolezzo, violazione, “insopprimibile voglia di sbirciare e origliare nelle vite altrui” (34)?

Al centro del racconto è dunque la vista in tutte le sue declinazioni (e in questa sede, per ragioni di spazio, non abbiamo potuto esplorarne che alcune): per chiarire il significato di tale scelta, l’autore dissemina il testo di indizi che il fruitore è chiamato a raccogliere e collazionare, come in un poliziesco esistenziale che suscita domande senza formulare risposte definitive. Panorama si configura poco alla volta come un’allegoria che descrive un presente distopico in cui la lettura è stata sostituita dallo sguardo: non è un caso che Ottavio Tondi, Lettore per eccellenza e per professione, diventi protagonista di una serie di performance artistiche in cui la gente lo osserva bramosamente leggere in silenzio sul proprio divano, con un gusto profanatorio dell’intimità pari soltanto a quello che prova il consumatore abituale di pornografia. Nel presente che viene descritto da Pincio, non c’è più spazio per il Lettore (né per le librerie, le biblioteche, le case editrici, la comunità intellettuale): si realizza la fosca profezia di Marshall McLuhan, si ritorna ad una nuova oralità che trova spazio solo sul web, la letteratura sopravvive soltanto adattando la propria forma al mutare dei tempi. In questo presente l’opera letteraria non può più essere protagonista, diviene margine (e infatti anche Panorama non è che un lungo prologo a un testo ancora da pubblicare, cioè il carteggio di Ottavio e Ligeia).

Quella che doveva essere la storia di un amore fallito diventa piuttosto la storia di un fallimento esistenziale: quello del protagonista, inabile per la propria accidia mortale a reinventarsi pienamente in un nuovo contesto. Il romanzo racconta dell’ascesa, del trionfo e del tracollo di un uomo che è sempre stato incapace di incidere sulla realtà circostante, di farsi carico del proprio desiderio, di vivere la propria vita invece che lasciarsi vivere. Per Ottavio la lettura è sempre stata un’operazione passiva, ricettiva, mai attiva e costruttiva. E anche quando è costretto dalle circostanze a smettere di leggere e inizia a scrivere, la sua scrittura è sempre una rielaborazione di cose apprese in passato (Memoria delle cose lette prima di dire m’addormento) o scoperte nel presente di Panorama, tra le lenzuola disfatte del letto di Ligeia (Quaderni del letto). Un simile personaggio non è pensato per suscitare simpatia, nasce come personificazione dell’idea che l’autore sta conducendo in quello che potrebbe essere letto come un romanzo a tesi: è simbolo, icona del tramonto di un’epoca, e come tale deve soccombere. È però anche un monito per i destinatari, un invito alla rivolta, il suggerimento che forse un’alternativa esiste perché, dopotutto, la letteratura continua a vivere. Panorama racconta di una sconfitta portando avanti una resistenza silenziosa. Forse anche per questo motivo Tommaso Pincio ha chiesto e ottenuto che il suo libro venisse pubblicato soltanto in versione cartacea. Questa decisione ci dice che, se deve giungere un momento in cui le lettere moriranno, soppiantate dall’avanzata inarrestabile della “cosa fluida” che tutto travolge, quel momento può essere rimandato attraverso una serie di azioni forti, attraverso una presa di posizione decisa tanto da parte dello scrittore, quanto del lettore.  

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