giovedì 21 gennaio 2016

La norma e l'eccezione secondo Mauro Covacich



Anomalie
di Mauro Covacich
Bompiani, 2015
 


 pp. 192
€ 12,00






Leggere Anomalie dopo aver letto La sposa produce una forte impressione di straniamento. Si percepisce distintamente di aver sovvertito un ordine logico, di aver violato la coerenza sequenziale di un progetto. Le due opere si implicano a vicenda, ma l’ordine di composizione pesa sul materiale narrativo, cosicché la scelta di Bompiani di ristampare il primo volume – pubblicato inizialmente da Mondadori nel 1998 – dopo il successo del secondo confonde le acque, così come il lettore poco attento alla cronologia degli eventi.
Aiuta a chiarire le idee l’inedita prefazione autoriale: si tratta al tempo stesso della lettura retrospettiva di una silloge composta da quasi un ventennio, di una dichiarazione di poetica e d’intenti, nonché di una proposta interpretativa che consenta al pubblico di decifrare un percorso letterario ben preciso. Anomalie e La sposa (che nelle intenzioni di Covacich avrebbe dovuto intitolarsi non a caso Nuove anomalie) possono essere letti come concept album: dunque itinerari creativi che, attraverso il raccordo di singole partiture e una fitta serie di rimandi interni, raccontano un’unica storia sulla realtà contemporanea. Il modello letterario di riferimento è costituito da I sillabari di Goffredo Parise, una straordinaria opera in due tempi che cerca di comporre un nuovo alfabeto dell’anima, di riprodurre un balbettio primigenio che riporti alla luce i sentimenti fondamentali per l’essere umano negli iper-politicizzati anni ‘70. Come quelli di Parise, anche i racconti di Mauro Covacich partono senza enfasi, dalla quotidianità, dall’evento minimo che potrebbe passare inosservato e si rivela invece un punto di svolta esistenziale. La letteratura si fa portatrice di una specifica missione etica: testimoniare il vero, essere verità. E questo è possibile soltanto se l’autore si implica personalmente, se attinge con generosità e senza reticenze a quello che conosce e che lo costituisce come individuo: “lo scrittore deve gettarsi in mezzo alle cose, affrontarle, farne esperienza. Solo se esce di casa, solo se si sporca le mani, può sperare che la sua vita diventi scrittura” (p. 10).

La sincerità tagliente, quella di chi dice le cose senza paura di far male a se stesso e al lettore, è il tratto che accomuna gli undici racconti di Anomalie. La raccolta si apre e si chiude con due testi dedicati alla guerra civile nella ex-Jugoslavia, e allo stesso argomento si rifà anche il pezzo centrale, il sesto, che ripartisce l’opera in due sezioni equivalenti. Alla guerra nelle sue infinite declinazioni routinarie si riferiscono però anche tutti gli altri brani: guerra è lo scontro tra due donne per il controllo sui resti di un uomo – un padre, un compagno – amato da entrambe; guerra è il conflitto interiore degli insegnanti, costretti a confrontarsi ogni giorno con le proprie pulsioni e con la soggettività prepotente dei loro allievi; guerra è anche la frattura perfettamente celata tra una facciata di perbenismo cattolico, piccolo-borghese ed ecologista e la meschinità di pensieri e azioni di un gruppo di giovani in una realtà paesana bigotta e asfissiante.

Si percepisce la giovinezza, in Anomalie, l’idealismo frustrato, l’irruenza della parola, e non è un male. Se qualcosa può essere rimproverato a La sposa è forse proprio l’eccessivo controllo, la complessità dei rimandi interni e dell’architettura compositiva, che fa perdere incisività ad alcuni dei racconti. La forza di Mauro Covacich è nello sguardo traverso sulla realtà delle cose. Le storie, che lui racconta col piglio del bozzettista che di un’esistenza immortala solo un frammento fugace, ti restano incise dentro. Sono storie di gente che non si rassegna, gente che si culla nelle proprie convinzioni – spesso illusorie – e lotta senza risparmiarsi contro la vita che vorrebbe strappargliele. Si anticipa qui un elemento che caratterizzerà anche le opere successive, ovvero la totale astensione da giudizi di valore: Covacich non vuole distinguere il bene dal male, etichettare i buoni e i cattivi. Vuole semmai dire che esistono gli uni e gli altri, e che i ruoli spesso si invertono imprevedibilmente e secondo modalità impensate. Vuole dire – così come aveva provato a fare in Storia di pazzi e di normali (1993) – che l’essere umano è una scheggia impazzita alla deriva nel cosmo, al di là di ogni pretesa di razionalità, e che la verità si nasconde nell’esperienza individuale condotta con una coerenza che deve essere sempre interna, non imposta (né valutata) dall’esterno. La logica che nel testo viene continuamente proposta e difesa è una logica intima, unilaterale, che può risultare sconcertante ai più, ma che traina come un cavo d’acciaio i protagonisti dei racconti, orientandone le azioni, i pensieri e i comportamenti. Una logica che, contro ogni aspettativa, salva, riscatta e commuove:


“Aveva paura anche lui, certo. Non sapeva niente se non che la luce, di lì a poco, sarebbe andata via e lui l’avrebbe seguita. Eppure era convinto che sarebbe stato premiato. Senza averne un motivo apparente, credeva che sarebbe arrivato finalmente quel mattino tanto atteso in cui alzarsi dal letto, infilare le pantofole e sentirsi come d’incanto alleggeriti da un peso” (p. 165). 

Carolina Pernigo

Su La sposa ha scritto più diffusamente Mattia Nesto: leggi qui.

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