mercoledì 27 gennaio 2016

#GiornataDellaMemoria - Come ho "scoperto" la Shoah con "La Bestia Umana"

 La Giornata della Memoria
per Mattia



Io cosa fosse la Shoah non è che l’avessi poi compreso tanto bene. Voglio dire fatta salvo tutta la letteratura, anche grandissima letteratura, intorno a questo argomento, le trattazioni storiche e le riflessioni filosofiche, io non riuscivo a capacitarmi di come “il popolo più civile d’Europa”, ovvero i tedeschi di inizio Novecento potessero essersi tutti quanti trasformati in “nazi” e avessero improntato la loro “missione divina” nel sterminare un popolo, il popolo ebraico. Brancolavo nel buio, mi documentavo su tomi e tomi che spiegavano, sempre in maniera più dettagliata, tutte le orride persecuzioni che il Partito Nazionalsocialista tra la fine degli anni Venti e la metà degli anni Quaranta fece nei danni degli ebrei. Visionavo tutti i documentari possibili sul “Nazismo e dintorni” e leggendo i romanzi e i racconti, spesso anche italiani, su questo tragico argomento. 

Poi un giorno, un po’ per caso, dopo aver letto “La Bestia Umana” di Emile Zola volli, quasi in maniera automatica, vedere anche il “film tratto da”: si trattava di un caposaldo del cinema francese, “L’angelo del male” del regista Jean Renoir, almeno così recitava la traduzione in italiano, con nientepopodimeno che Jean Gabin e Simone Simon. Non fu la storia a colpirmi (la sapevo già e Zola l’aveva, indubbiamente), non furono gli attori (un po’ rigido Gabin un po’ troppo gatta morta Simon) ma fu un comprimario, lo stesso regista, che in quel film interpretava il bracconiere, un po’ “tocco” Cabouche. Lì compresi la Shoah. Già perché Cabouche è un uomo “cattivo perché gli altri dicono che è cattivo”, vive nella foresta, quasi un animale perché la gente, la gente perbene, lo addita come “un simil-orso, una creatura a metà strada tra una fiera e un licantropo”. Cabouche era “solo” un uomo grosso, anzi grossolano, non avvezzo alle buone maniere ma, fondamentalmente, dall’animo candido, fin troppo candido. 

Capii dunque che le persecuzioni contro gli ebrei e l’antisemitismo erano frutto di un’enorme mistificazione collettiva alla quale contribuì la situazione economica devastante della Germania post-bellica. Dare la colpa “all’ebreo” di tutto era facile, era comodo era una via di fuga ottimale. “Mamma è colpa sua se oggi non mangiamo”, “Guarda caro, noi moriamo di fame e quello se la spassa con i nostri risparmi”, “Ah ci vorrebbe proprio qualcuno che gli desse, una volte per tutte, una regolata, che facesse piazza pulita di questa feccia”. Già come sempre i problemi “sono gli altri”: gli ebrei, Cabouche, quelli diversi da noi. Ecco la storia di come con Emile Zola imparai la Shoah. 

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