sabato 30 gennaio 2016

#CriticARTe - Tra reportage di denuncia e viaggio emotivamente intenso nel complesso mondo del rapporto uomo - animale





Noi animali – We Animals
di Jo-Anne McArthur
Safarà Editore, 2015

pp. 256
€ 29.90


Traduzione di Cristina Pascotto


“Noi animali -We Animals”, uscito in Italia nel 2015 grazie all'iniziativa di Safarà editore, pone, sin dal titolo, una serie d'interrogativi a chi vi si accosta: quesiti “scomodi” che ci riconducono alla nostra identità di esseri viventi e senzienti, ancorati prima di tutto alle esigenze primarie che sin dall'alba dell'uomo hanno guidato i nostri movimenti e le nostre scelte su questo pianeta e ad altri bisogni, non meno basilari, come la libertà, la possibilità di scelta, la socialità. Necessità, queste ultime, che condividiamo con una moltitudine di altri animali, per non dire tutti: cosa certa è che con un buon numero di essi abbiamo in comune la capacità di emozionarci e di provare dolore, tanto a livello meramente fisico che psicologico. E allora, qual è la linea di separazione tra noi e loro? Risiede forse nella complessità del nostro intelletto e delle emozioni che lo governano? Quella stessa complessità che, se da una parte ci permette di concepire sentimenti sublimi quali la compassione, dall'altra ci spinge a consumare le risorse di cui abbiamo disponibilità fino al loro esaurimento, accontentandoci della soddisfazione del nostro desiderio in un “qui e ora”? E se davvero la nostra prospettiva antropocentrica ci fa sentire migliori delle altre specie, perché non siamo in grado, in virtù delle nostre più evolute capacità cerebrali, di operare con lungimiranza, lasciando qualcosa, un ecosistema ancora abitabile, alle generazioni future?
Sono queste e molte altre ancora le riflessioni suscitate da questo libro fotografico, opera della fotoreporter canadese Jo-Anne McArthur, che da anni dedica il proprio lavoro alla lotta per i diritti degli animali. Gli scatti scelti per “Noi Animali – We Animals” non sono infatti che una piccola parte delle migliaia d'immagini che costituiscono lo sterminato archivio della pluripremiata fotografa e scrittrice (divenuta tra l'altro protagonista del documentario “Ghosts In Our Machine”, diretto da Liz Marshall) e che raccontano una storia agghiacciante, quella delle vite, brevi e colme di sofferenza, di milioni di esseri la cui sfortunata esistenza è predeterminata in ogni istante che la definisce, costretta a svolgersi in gabbie anguste, in recinti di cemento, in claustrofobiche vasche. E un'empatica claustrofobia è forse la prima emozione che ci colpisce nello sfogliare il volume, la voglia di aprire quelle celle, di spezzare corde e catene mentre lo sguardo dell'animale buca la pagina, passa attraverso il corpo e l'anima del fotografo e del lettore-spettatore, proiettandosi fuori dall'immagine, verso la libertà – identità persa per sempre:
Nel corso di tutte le investigazioni di cui ho fatto parte, è stato disturbante per me constatare quanto vicini questi allevamenti di pelliccia si trovino all'habitat naturale degli animali che vi sono rinchiusi. (…) questa vicinanza ha il sapore di una particolare perversione e crudeltà. Lo potete vedere ovunque in questo libro: un acquario costruito in prossimità del mare; delfini che si esibiscono guardando l'oceano; un maiale tenuto in una cassa da gestazione che è separata da un muro di mattoni dai campi in cui si rotolerebbe e farebbe la tana; oppure una finestra che separa decine di migliaia di galline dallo sporco in cui si immergerebbero e che gratterebbero in cerca d'insetti.
Gli strumenti di cui si fregia l'arte visiva che caratterizza i reportage della McArthur sono messi a punto per ottenere un certo tipo di reazione da parte del fruitore: anche quando mostra il corpo animale martoriato, ridicolizzato, ridotto a numero e strumento, piegato dentro e fuori, lo sguardo dell'autrice non è mai quello compiaciuto che, in nome di una rappresentazione più aderente possibile alla realtà, tende a un'esibizione gridata della violenza. Tutt'altro: quello che viene affidato alle pagine di “Noi animali – We Animals” è un messaggio più complesso, che non porta con sé il peso di un giudizio, del dito puntato verso il consumatore o il dipendente-ingranaggio che della catena della commercializzazione e reificazione degli animali è complice. Al contrario, ella costruisce l'immagine sottolineando i paradossi del rapporto tra animale umano e animale non-umano, evidenziando quella “banalità del male” a causa della quale l'uomo annulla il diritto all'individualità delle altre creature, giustificandone in questo modo la mercificazione e l'uccisione in nome di “bisogni” e lussi oppure dell'esigenza di autoconfermarsi indiscusso padrone di una natura esausta che va spegnendosi sotto il suo giogo. In questo modo, ammutolisce la propria coscienza e rende se stesso vittima più o meno consapevole dell'illusione di una prospettiva antropocentrica che sovente, per cultura o educazione, non riesce a cogliere o superare. È esemplificativa a questo proposito la foto “The Greatest Show on Earth – Calgary Stampede”, scattata durante una gara di Tie Down Roping, competizione nel corso della quale il cowboy di turno deve prendere al lazo un vitello e costringerlo a terra legandogli assieme le zampe, il tutto nel minor tempo possibile. La composizione dell'immagine offre una significativa sintesi dei differenti punti di vista appartenenti ai tre protagonisti della foto:
Dalla mia posizione privilegiata mi ero accovacciata quanto più potevo per cercare di mostrare quanto stava accadendo dal punto di vista del vitello. Quello che incrociai fu il cartello “The Greatest Outdoor Show on Earth” (“Il più grande spettacolo all'aperto della terra”), sopra il cucciolo legato. L'uomo che camminava spavaldo, il vitello e il cavallo formano un triangolo visuale: il cavallo guarda il vitello; il vitello a sua volta guarda il cavallo. L'uomo getta uno sguardo al suo cavallo e oltre questo, verso i giudici e la folla, in cerca di approvazione, perché possiamo confermargli che quanto ha fatto è degno della nostra convalida. Il cowboy che distoglie lo sguardo dal vitello e va oltre il cavallo verso il pubblico ci ricorda come il nostro fragile ego e il nostro bisogno di accettazione sociale non abbiano niente a che fare con gli animali con cui interagiamo, nonostante siano spesso le nostre vittime.
La consapevolezza stilistica a cui la McArthur affida il proprio messaggio è tanto più lodevole quando si pensa alle difficili circostanze durante le quali, in molti casi, si svolge lo shooting. All'origine di una parte sostanziosa – e sostanziale – della sua copiosa produzione ci sono le investigazioni condotte assieme agli attivisti di alcune delle associazioni animaliste con cui ha lavorato (da Sea Shepard a Animal Equality, da Save The Chimps a Animal Liberation Front) sotto copertura, di notte, penetrando di soppiatto all'interno di proprietà private, trasalendo a ogni minimo rumore o alla luce dei fari delle automobili di passaggio, rischiando tutto per offrire al mondo una finestra su quella sofferenza, invisibile agli occhi dei più, di cui ogni giorno l'industria si alimenta, tanto quella delle pellicce che quella dell'intrattenimento, della carne o del latte:
(…) dal momento che l'industria ha qualcosa da nascondere e non ci offrirà mai un tour, siamo costretti a lavorare di notte per rivelare la brutalità delle sue pratiche. Per questo motivo scavalchiamo reti. Oltrepassiamo porte che sono chiuse a chiave. Ci arrampichiamo per raggiungere finestre aperte.
Uno spaccato di queste avventurose spedizioni ci viene offerto, nella parte conclusiva del libro, dagli “Appunti di viaggio”, un estratto dai diari della fotoreporter canadese, utile anche per avere un'ulteriore chiave di lettura delle immagini e del modo in cui nascono.
Dopo l'atterrita incredulità a cui si viene gradualmente sospinti dalle prime tre categorie-capitoli (ognuno di essi è una galleria i cui elementi sono definiti dal tipo di industria che trae vantaggio economico dagli animali immortalati e, quindi, in ordine: “Moda e intrattenimento”, “Cibo”, “Ricerca”), si giunge alla penultima sezione di questo saggio fotografico, intitolata “Compassione”: essa comprende alcuni ritratti di attivisti e di animali da loro salvati, ogni scatto corredato da una breve biografia o dalla storia dell'associazione a cui ciascuno di essi deve la propria attività e, nel caso degli animali (ma non solo), la propria libertà e salvezza. Con un certo sollievo da parte di chi guarda, vengono spezzate le barriere fisiche ed emotive tra umani e non-umani, le gabbie si aprono, i colli e i musi non sono più serrati dentro cappi, le corde non sono più tese da mani che vogliono dominare e al gesto del “prendere”, dell'“indurre sottomissione”, si sostituisce quello della carezza, ricomponendo armonicamente i due mondi, e dando così ragione a quel passo dell'introduzione di Roberto Marchesini all'edizione italiana di “We Animals”:
(…) Non siamo ghepardi e nemmeno gazzelle. Siamo parenti di bonobo e scimpanzé e come loro viviamo all'interno di un amnios reiterato che si chiama socialità affiliativa ed epimeletica. Un bambino mostra immediatamente questi caratteri immedesimativi e compassionevoli; è semmai l'educazione e l'immersione all'interno della cultura a operare in lui una desensibilizzazione. La compassione ha uno slancio non deontologico e riposa sui nostri tratti epimeletici e sociali, sui connotati fortemente empatici che ci contraddistinguono: sul nostro essere animali.
È doverosa una nota di merito nei confronti dell'editore, che inaugura con questa opera la sua nuova collana “Animalia”, dedicata per l'appunto all'approfondimento dell'interazione uomo – animale. Un progetto coraggioso, se si pensa che è finalizzato al mercato librario di un Paese che, per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti animali, ha ancora molta strada da fare. Di certo, il lettore-spettatore che si troverà tra le mani questo volume non si confronterà solo con un lavoro di documentazione e ricerca sul campo durato più di dieci anni e che ha portato la sua autrice dai mari dell'Antartide alla Penisola Iberica, dalla Thailandia alla Svezia. Avrà anzitutto a che fare con un libro che contiene dell'ottima fotografia e in cui, come si è detto, l'aspetto estetico non è mai subordinato all'urgenza comunicativa: entrambi costituiscono gli strumenti, fra loro complementari, di una raffinata tecnica finalizzata a stimolare il coinvolgimento emotivo di chi guarda, a suscitarne la curiosità. Coinvolgimento emotivo e curiosità che torneranno utili, ogni volta che sceglieremo d'intraprendere il difficile viaggio che “Noi animali – We Animals” ci invita a compiere attraverso le sue pagine, come spunto per quell'interminabile indagine su noi stessi e sulla nostra natura, su cosa ci renda animali e su quanto in noi invochi invece il diritto d'appartenenza alla specie umana.


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