lunedì 25 gennaio 2016

Profughi di ieri, di oggi e di domani: Sette anni nel Tibet


Sette anni nel Tibet
di Heinrich Harrer
Mondadori, 1997

traduzione italiana di Guido Gentilli




Nel corso degli anni ho letto recensioni di questo libro, da me molto amato, che accusano l’autore di riportare i fatti con toni troppo asciutti. Mi hanno fatto tornare in mente un brano di Tucidide, all’inizio delle sue Storie, quello dove si scusa per il tono severo e scabro. Ciò che conta, spiega Tucidide, non è la forma, ma che il resoconto storico sia interessante per quanti vogliono scrutare il passato e al contempo il futuro, dato che, per le leggi che regolano il mondo, le vicende narrate si ripeteranno simili, se non identiche, nel corso della tempo. Tucidide aveva ragione, e forse è proprio per le motivazioni da lui addotte che trovo Sette anni nel Tibet un libro di grande attualità. Quella che ci racconta Harrer è una storia di un mondo perdutosi sessant’anni fa, ma la sensazione è che mondi simili vadano perduti ogni giorno.
Di una cosa sono fermamente convinta: per diventare protagonisti di una vicenda così incredibile bisogna essere persone straordinarie. Ed Heinrich Harrer lo era, pur con le ombre del suo passato. Grazie alle sue imprese e alla sua testimonianza abbiamo la possibilità di aprire una finestra su un mondo millenario che non esiste più, spazzato via da quello che possiamo chiamare – secondo una definizione presa a prestito dal Dalai Lama – l’imperialismo cinese. 
Chi era davvero Heinrich Harrer? Innanzitutto un grandissimo sportivo. Nel 1938 fece parte del gruppo che completò la scalata della parete nord del monte Eiger. Questa impresa gli fruttò l’anno successivo il coinvolgimento in un’avventura ben più ardua: la scalata del monte Nanga Parbat, nel Kashmir, una delle vette himalayane che superano gli ottomila. Al termine del viaggio di ricognizione Harrer e compagni vennero arrestati e rinchiusi in un campo di prigionia in India, a quell’epoca colonia britannica: era scoppiata la Seconda Guerra Mondiale. 
Se vi siete goduti la pellicola con Brad Pitt (l’attore scelto nella versione cinematografica del libro per impersonare il protagonista) rimarrete forse un po’ delusi: tanti aspetti caratteriali di Harrer che si delineano nel film sono solamente velleità dal sapore hollywoodiano. Harrer era un austriaco tutt’altro che antinazista: fu membro delle SS, nelle quali entrò – pur pentendosene dopo la guerra – con l’ambizione di diventare maestro di sci. Durante il suo peregrinare non vi furono flirt particolarmente rilevanti, né tantomeno l’unione del compagno di viaggio Peter Aufschnaiter con la bella tibetana. E soprattutto non aspettatevi di trovare sentimentalismi nei confronti del figlio rimasto in Austria: nel corso della narrazione Harrer arriva a dichiarare apertamente di non aver alcun particolare legame che potrebbe spingerlo ad abbandonare il Tibet per tornare in patria.
Eppure l’Harrer dalla prosa asciutta e cronachistica del libro è mille volte più ricco ed eclettico dell’Harrer del film. Sette anni nel Tibet è un libro che nasce come aperta denuncia al mondo delle condizioni precarie di un popolo, quello tibetano, sottomesso con la forza, e come tale dev’essere letto: non l’esotico safari in una natura incontaminata, ma la storia di un uomo che per fuggire da un’ingiusta prigionia viene accolto da un popolo a sua volta ingiustamente imprigionato. In questo modo è possibile assaporare quanto sottende la prosa asciutta di Harrer: la necessità imperiosa di fuggire da una prigionia sicura e per certi aspetti agiata per tentare di scalare le vette più alte del mondo, la sete inestinguibile di libertà e conoscenza che spinge lui e l’amico Peter a scrivere, mappare ed esplorare regni sconosciuti senza alcun tipo di attrezzatura. E poi la volontà implacabile di farsi accettare, di entrare a far parte di un mondo così scostante e così chiuso nella dolceamara certezza delle sue tradizioni. La passione per la sfida sportiva contro i propri limiti, l’aspirazione a comprendere una cultura diversa pur rimanendo se stessi. E infine la rabbia per l’invasione da parte di un paese straniero, la totale indifferenza da parte dell’ONU di fronte a un popolo sovrano prevaricato e vessato da una superpotenza, la nostalgia dei tibetani – e Harrer con loro – costretti allo status di profughi. Se non è attuale tutto questo...

Manuela Cortesi

I giovani tibetani sono cresciuti nell’ideologia comunista: per questo non dovrei governarli? Non mi preoccupa affatto che il Tibet sia comunista. Il comunismo del resto diventa un male quando passa al servizio di un imperialismo, come il comunismo cinese. Sicché il nemico del Tibet è il comunismo cinese dietro cui si nasconde l’imperialismo cinese. La Cina ha sempre voluto conquistare il Tibet e ciò che accade oggi fra la Cina e il Tibet non è che la ripetizione di qualcosa che è già successo nei secoli. Sicché il mio compito non è agitare l’anticomunismo dei tibetani, è tenerne vivo il nazionalismo: ricordare loro che possono essere comunisti ma non dimenticare che sono anche tibetani e anzitutto tibetani.
Dalai Lama, da Intervista con il potere di Oriana Fallaci, edizioni BUR

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