lunedì 30 novembre 2015

Giù la maschera! Ovvero: dal cialtrone "di per sé" al cialtrone che c'è in noi

Fenomenologia del cialtrone.
Come riconoscere i buoni a nulla capaci di tutto

di Andrea Ballarini
Laterza, 2013

pp. 131
Euro 14,00

«Motto emblematico: Ciao, come sto?»

Date fondo a tutto lo zen che c’è in voi prima di intraprendere la lettura di Fenomenologia del cialtrone (Laterza, 2013), il manualetto di Andrea Ballarini che, per citare il sottotitolo, vi spiegherà Come riconoscere i buoni a nulla capaci di tutto. Sgomberate la mente da ogni possibile referente o candidato ideale al ruolo – quello di cialtrone, appunto – perché viceversa non otterrete nessun effetto didattico, benefico e liberatorio. Al contrario, il nome del cialtrone di turno echeggerà all’infinito nelle vostre orecchie, il suo volto vi danzerà dinnanzi agli occhi come una zanzara dalla prima all’ultima pagina, e soprattutto il suo sorriso entusiasta e beato vi perseguiterà come un ghigno, rendendo troppo amare le risate che l’umorismo brillante dell’autore mira comunque a suscitare fin dall’esilarante Indice dei capitoli e dei paragrafi. Tanto calzante è la descrizione stilata da Ballarini di questa purulenta piaga sociale, che ad ogni brano vi verrebbe da concludere che stia parlando proprio di quella persona lì (quel politico lì, quell’intellettuale lì, quel professore lì, quel compagno di banco lì, quel collega lì, quel dottorando lì, quell’impiegato lì…), riuscendo a farvi perdere di vista il senso propedeutico dell’impresa – per l’appunto: non subire passivamente una cialtroneria sempre più diffusa e palmare – o, peggio ancora, non riuscendo a smascherare la vostra stessa inclinazione al “vizietto”, un’attitudine tanto più insinuante quanto più ignorata.

Rileggiamo con voi - se l'inverno è alle porte...

Foto di Debora Lambruschini

Cari lettori,
eccoci con la fine di novembre e i primi freddi. Quale occasione migliore per concentrarci su libri non sempre semplici, ma sicuramente appaganti? Abbiamo selezionato per voi alcuni dei titoli che ci hanno fatto riflettere: come sempre, non troverete solo romanzi e saggi appena pubblicati, ma anche qualche nobile ripescaggio, che vi farà correre in libreria o in biblioteca.
Non dimentichiamoci che anche Natale si avvicina... I più previdenti potrebbero approfittare dei nostri consigli (e, come ogni anno, ne seguiranno altri!).

Intanto godetevi un ultimo assaggio di estate, pochi giorni fa nella Liguria di Debora Lambruschini.

Buone letture! 
La Redazione

domenica 29 novembre 2015

#CritiComics | "La Maschera della Morte Rossa" di Marco Rocchi e Giuseppe Dell'Olio

La Maschera della Morte Rossa
di Marco Rocchi e Giuseppe Dell'Olio

Kleiner Flug, 2015

pp. 96
€ 17.00 


Una cosa che affascinava Edgar Allan Poe erano i meccanismi. Da inventore del racconto poliziesco, il fascino dei meccanismi derivava naturalmente dall'amore per la logica, uno strano potere mentale che permette dopo un'attenta analisi di risolvere un enigma, scoprire un omicida o smontare tutti gli ingranaggi per scoprirne le funzioni, usare le conoscenze acquisite per rimontare il meccanismo o crearne uno nuovo. Una prova di questa sua fissazione (oltre la già citata letteratura poliziesca di sua produzione) sono due brevi saggi molto diversi tra loro ma governati dalla stessa forma di pensiero. Il primo è un articolo pubblicato nel 1836 dal Southern Litherary Messenger dal titolo Il Giocatore di Scacchi di Maelzel in cui Poe cerca di carpire i segreti di questo misterioso macchinario in grado - secondo il suo creatore - di giocare una vera partita a scacchi. Nel 1846 invece, lo scrittore americano pubblica sul Graham's American Monthly Magazine of Literature and Art un lungo articolo in cui si prende la briga di smontare la sua poesia più celebre - Il Corvo - e di svelare ai critici, ai suoi lettori e soprattutto agli aspiranti poeti il suo metodo di lavoro. Così facendo mette in mostra non soltanto il meccanismo della macchina-poesia, ma distrugge l'immagine romantica del poeta assalito dall'ispirazione che scrive febbrilmente su un foglio di carta prima che la Musa lo abbandoni. Poe ci dice che la poesia è meccanismo, è costruzione di immagini meditate per infondere nel lettore un preciso sentimento. Ci svela insomma il meccanismo della finzione per farci capire come arrivare alla verità del racconto. 

sabato 28 novembre 2015

Parole dal carcere: Antonella Ferrera racconta il Premio "Goliarda Sapienza"

Si è sentito spesso parlare, nelle ultime settimane, del Premio letterario Goliarda Sapienza, giunto ormai alla sua quinta edizione. Se n’è sentito parlare perché molto noti erano i nomi dei personaggi coinvolti (da Luca Argentero a Federico Moccia, da Erri De Luca a Giancarlo De Cataldo); se n’è sentito parlare perché la madrina dell’evento è nientemeno che Dacia Maraini e a condurre la cerimonia di premiazione, che ha avuto luogo il 16 novembre nella Casa Circondariale Regina Coeli di Roma, è stata Serena Dandini. Se n’è sentito parlare anche perché, in concomitanza con la conclusione dei lavori del concorso, è stato mandato in onda in prima serata su Rai 3 il secondo cortometraggio legato a questa iniziativa: si intitola “Fuori”, vede come protagonista Isabella Ragonese per la regia di Anna Negri ed è stato tratto da uno dei racconti finalisti dell’edizione 2014. La ragione principale per cui il Premio è stato oggetto di grande interesse, però, risiede nel fatto che questa iniziativa porta all’attenzione del pubblico una particolare forma di narrativa carceraria: non già quella che parla del carcere, ma quella che parla dal carcere, che riporta nel mondo esterno le voci di chi nel carcere è segregato, spesso da molti anni. Per comprendere meglio lo spirito di un progetto così particolare ed importante, CriticaLetteraria ha voluto intervistarne l’ideatrice e responsabile, la giornalista Antonella Bolelli Ferrera.

Qual è il contesto in cui è nato il concorso, la sua storia?
Il concorso è nato da un’idea che ho avuto un po’ di anni fa, quando conducevo “La storia in giallo” per Radio 3 e ricostruivo la vita di grandi personaggi. Molti avevano avuto disavventure anche carcerarie, come Goliarda Sapienza, che proprio dopo un’esperienza di detenzione scrisse il romanzo breve L’università di Rebibbia, il primo libro che un editore accettò di pubblicarle. Per lei, da questo punto di vista, il carcere rappresentò un’opportunità, così mi sono detta: “Perché non dare la stessa opportunità alle tante persone che si trovano a vivere la stessa esperienza?”. Mi è venuta così l’intuizione di dare vita a un premio letterario e ho pensato di affidare i racconti migliori – quelli scelti come finalisti - a dei grandi scrittori che fungessero da tutor letterari, per supervisionare l’editing. Così è stato. In seguito, oltre agli scrittori abbiamo coinvolto anche attori, registi, giornalisti, figure che in qualche modo fossero abituate a maneggiare la materia letteratura.

CriticaLibera - Lacrime e sangue: note per una (dolente) rilettura de Il conte di Montecristo

Anche per me, tutto è iniziato a Marsiglia: “Marsiglia, bianca, tiepida, animata; Marsiglia, la sorella minore di Tiro e di Cartagine, a loro succeduta nel dominio del Mediterraneo; Marsiglia, sempre più giovane quanto più invecchia”. È stata una folgorazione: solo guardando le pietre riscaldate dal sole, il brulicare di vita dell’area portuale, l’isola dello Château d’If battuta dalle onde in lontananza, ho iniziato a presentire come doveva essere davvero la città descritta da Alexandre Dumas. Ho provato un insopprimibile bisogno, a distanza di circa dieci anni dalla prima volta, di rileggere Il conte di Montecristo, e l’ho fatto con uno sguardo nuovo ai luoghi e ai personaggi. 

È impressionante come il giudizio su un’opera letteraria possa cambiare con il passare del tempo, delle fasi della vita. Da adolescenti, eravamo tutti Edmond Dantès. L’identificazione con il protagonista dumasiano – giovane, irruente, idealista – rendeva più facile accettare il fascino maturo del conte di Montecristo, che con Edmond aveva in verità poco a che fare. Il conte era colto, sprezzante, disilluso. A tratti il suo contegno sfociava nell’arroganza e la sua ricchezza gli consentiva di proporsi in società con una sicumera e un’eccentricità che altrimenti avrebbero potuto essere mal tollerate. Eppure, su tutto, prevaleva l’attrazione, il carisma dell’eroe romantico e sofferente che seduceva anche chi, a differenza del lettore, non sapeva nulla dei suoi trascorsi:

L’abbiamo già detto: fosse per un prestigio fittizio, fosse per un fascino naturale, ovunque si presentasse il conte attirava l’attenzione. Non era il suo abito nero, di taglio impeccabile ma semplice e senza decorazioni; non era il gilet bianco privo di qualunque ricamo; non erano i pantaloni attillati che ricadevano su un piede elegantissimo, ad attirare l’attenzione: erano la sua carnagione pallida, i capelli neri ondulati, il viso calmo e puro, l’occhio profondo e malinconico, e infine la sua bocca disegnata con una finezza meravigliosa e che assumeva così facilmente l’espressione di una severa indignazione, ad attirare l’attenzione di tutti su di lui. Potevano esserci uomini più belli, ma non certamente più significativi , ci si conceda l’espressione: tutto nel conte voleva dire qualcosa e aveva il suo valore; perché l’abituale concentrazione aveva impresso ai suoi tratti, all’espressione del viso e al più insignificante dei suoi gesti, un’espressività e una fermezza incomparabili.

venerdì 27 novembre 2015

"I ragazzi di zinco" del premio Nobel 2015


Ragazzi di zinco di Svetlana Aleksievič 
traduzione di Sergio Rapetti
Edizioni e/o, 2015


Ci chiamano “afgancy”. Un nome dal suono straniero… Un marchio. Un segno distintivo.

1979: comincia la guerra in Afghanistan e termina dieci anni dopo; un milione di ragazzi e ragazze partono in guerra, circa quattordicimila tornano in Urss nelle casse di zinco, sigillate e poi seppellite in tutto il territorio sovietico,  non come caduti in guerra, ma in silenzio. 
Il “dovere internazionalista” aveva fallito, bisognava nascondere i corpi e nessuno doveva sapere che era stata una guerra per nulla eroica. Afgancy furono i soldati sovietici in Afghanistan, i ragazzi di zinco.
Pubblicato solo nel 1985 ─ quando la censura fu ammorbidita dal nuovo corso della Perestrojka e dalla venuta di Gorbačëv, succeduto a Brežnev ─ Ragazzi di zinco costituisce la parte finale di una produzione (che va da Preghiera per Černobyl’ a La guerra non ha un volto di  donna) in cui  Svetlana Aleksievič continua a indagare i retroscena della guerra, dando voce direttamente ai superstiti.

Il sonno della ragione è un genio della lampada (e si chiama Zumurrudd il Grande)

Due anni, otto mesi & ventotto notti
di Salman Rushdie

trad. Lorenzo Flabbi

Mondadori, 2015



Questa storia inizia nel modo più bello in cui può iniziare una storia. Una jinnia, la creatura di un altro mondo, della stessa stirpe del genio della lampada, trova una «fessura tra i mondi» e si presenta alla porta di un vecchio filosofo andaluso. Per pura curiosità: i jinn non conoscono l’amore, conoscono solo i piaceri del sesso, ma la mente di quell’uomo l’affascina. La jinnia diventa moglie del filosofo, gli dà numerosi figli e piaceri infiniti, prende per lui un nome umano: Dunia. Gli chiede in cambio solo delle storie. Storie che non sono storie, perché l’uomo è un filosofo, non un romanziere, e per di più un filosofo caduto in disgrazia: il suo più grande avversario ha trionfato pubblicando un libro che s’intitola proprio L’incoerenza dei filosofi.
Il filosofo che non poteva filosofare temeva che i suoi figli ereditassero da lui le tristi caratteristiche che costituivano al contempo il suo tesoro e la sua dannazione. «Essere ipersensibile, lungimirante e dalla lingua lunga» disse «significa sentire con troppa intensità, vedere con troppa chiarezza, parlare con troppa libertà, e dunque essere vulnerabile in un mondo che si crede invulnerabile, comprendere la mutevolezza delle cose in un mondo che si crede immutabile, intuire prima degli altri ciò che accadrà, sapere che la barbarie si sta abbattendo alle porte del presente laddove gli altri abbarbicano a un passato ormai vuoto e decaduto. Se i nostri figli sono fortunati erediteranno soltanto le tue orecchie. Ma siccome è innegabile che siano anche miei, probabilmente penseranno troppo e troppo presto, incluse cose che non è permesso né pensare né sentire.»
Il filosofo si chiama Ibn Rushd: in Occidente lo conosciamo come Averroè. Quel che può raccontare alla sua insaziabile Dunia è la bellezza della coerenza e della ragione. Attraverso queste parole lei impara l’amore, e s’innamora di tutto il genere umano. 

giovedì 26 novembre 2015

L'esordio di Don DeLillo

Americana
di Don DeLillo
Einaudi, 2008 (1971)
traduzione di Marco Pensante

pp. 413
13,50


Gli anni Ottanta sono quelli dei grandi romanzi di Don DeLillo, romanzi che gli danno fama e il posto d’onore fra i grandi della narrativa contemporanea. Poi un lungo silenzio propedeutico al parto di quello che è considerato il suo capolavoro: “Underworld”. Nato nel Bronx da immigrati molisani, questo grande amante del cinema europeo, da Fellini a Jean-Luc Godard, esordisce nel 1971 con “Americana”, road-movie autobiografico che già contiene molti temi della sua futura narrativa, sui conflitti e le angosce della vita americana contemporanea.

#FFF2015 Un thriller da epidermide: "Estate assassina" di Gilda Piersanti

Estate assassina

di Gilda Piersanti

Bompiani, 2014
pp. 238
€ 17

I primi riferimenti che sorgono alla mente, spontanei ed immediati come solo sono le idee veramente futili o davvero geniali, sono La Donna della Domenica di Fruttero e Lucentini e Rimini di Pier Vittorio Tondelli. Due tra le tipologie di romanzo più opposte che vi possano essere: da un lato l’elegante racconto sabaudo con protagonista il Commissario Santamaria e dall’altra parte l’avventura di Tondelli, sospesa tra gli schiamazzi degli avventori della Riviera romagnola e le fughe notturne in collina.  Ma cosa lega e contemporaneamente slega questi due romanzi a Estate Assassina, edito per Bompiani, di Gilda Piersanti? L’epidermide accumuna e discosta i tre libri, un’epidermide che, soggetta a differenti calure estive, sempre e comunque profondamente “italiane”, si traduce in comportamenti opposti. in Fruttero e Lucentini si raggela, cercando la frescura di un giardino recondito, in Tondelli esplode, sprofondando nell’empireo baratro della tentazione e in Gilda Piersanti “rimane” epidermide estiva. Attraente e dorata fin che si vuole, ma, forse, un po’ fugace per valere “la nostalgia di un ricordo duraturo”.

mercoledì 25 novembre 2015

Per le vie del Michelangelo con la (apparente) oggettività di Vetri

Il Michelangelo
di Nino Vetri
Sellerio, 2015

pp. 144
€ 12

 «Non condanneranno e non assolveranno, i miei occhi. Se ne staranno sempre buoni buoni. Manifestando una immensa fiducia nell’umanità. Se ne lavano le mani, i miei occhi».

In quanti modi si può raccontare il proprio quartiere? Soprattutto quando il quartiere è il Michelangelo, noto per la speculazione edilizia. Allora prendiamo un protagonista io-narrante, che ama narrare la realtà che incontra passeggiando per le strade del suo quartiere; estraiamo dal cappello della sua loquela - fluida, quasi da monologo interiore - tre periodi principali della sua vita e lasciamolo libero di raccontarci cosa vede. In fondo, come gli diceva il padre da bambino, è uno Sherazade, pronto a raccontare le mille e una notte sulla propria città e a stravolgere la tanto presunta oggettività per far sensazione o rendere la visione più strampalata, imprevista, e per questo curiosa. 

#FFF2015. Il piacevole richiamo letterario dell’assurdo: "Sul soffitto" di Éric Chevillard

Sul soffitto
di Éric Chevillard Del Vecchio, 2015

trad. Gianmaria Finardi



Leggere Chevillard è una sfida avvincente. Sebbene la trama si riveli semplice e lineare, il lettore è stupito da due fattori: l’apparente senso dell’assurdo esistenzialista che aleggia nel corso delle vicende e la struttura narrativa apparentemente senza schema.

Sarà bene partire dalla trama. Il protagonista (e narratore) senza nome porta da sempre una sedia rovesciata sulla testa. La pratica gli viene consigliata da piccolo da un medico per correggere la postura. Il narratore finirà per farne un must della sua esistenza da asociale incallito.Qual è il suo obiettivo? Tramandare questa nuova moda ai posteri, sebbene lamenti l’attenzione e le risa che ne conseguono. Perché è “proprio a lei [la sedia, ndr] che devo il fatto di avere il mio posto nella comunità”. Primo elemento assurdo e primo richiamo letterario: il protagonista ricorda un Des Esseintes del giorno d’oggi, attratto dal fascino della solitudine ma al contempo dalla tentazione di essere ricordato ed accettato dalla società. Non a caso, il protagonista riuscirà ad attirare nuovi adepti che seguiranno questa bizzarra filosofia di vita secondo la quale:
Questa sensazione di comodità [sulla sedia, ndr], il mio cranio la proverebbe meglio e più sottilmente del mio culo, anche con più piacere, poiché il cranio dell’uomo è una scatola di osso molto dura mentre le natiche dello stesso sono così, rotonde, carnose, molto morbide, che un supplemento di comodità sembra superfluo […]

martedì 24 novembre 2015

Fellini secondo Magrelli: il regista, il poeta e l'omeopatia

Lo sciamano di famiglia.
Omeopatia, pornografia, regia in 77 disegni di Fellini
di Valerio Magrelli
Laterza, 2015

pp. 182

Euro 18,00

«La lobby terapeutica poté ciò che nessun curriculum mi avrebbe mai consentito:
avvicinarmi al Sovrano»

C’è molta omeopatia, un tot di pornografia (quella illustrata e a colori dei noti bozzetti erotici del cineasta di Rimini) e regia q. b. in Lo sciamano di famiglia di Valerio Magrelli (Laterza, 2015), «una sorta di itinerario autobiografico attraverso settantasette disegni di Federico Fellini» incentrato sul rapporto tra il poeta e l’uomo delle stelle. Articolato in quattro capitoli – nel primo, Hahnemann contro tutti, viene tracciata la storia di alcuni tra i protagonisti della medicina alternativa, di cui la madre dell’autore, una pediatra, era una convinta discepola – il testo ripercorre il prima e il dopo l’incontro fra Magrelli e Fellini, avvenuto sul set del film Casanova proprio grazie al comune denominatore omeopatico:
«Perché l’omeopatia? Perché fu la chiave che mi permise di scardinare il sistema familistico italiano. Respinto ovunque malgrado i miei studi di cinema, pur di entrare nel mondo della celluloide decisi di parlare la lingua degli indigeni: raccomandazioni. Solo grazie a mia madre e al proprio mentore, venni accolto sul set di Casanova e incontrai finalmente il suo creatore».

Scrivere di scienze infermieristiche nell'Italia moderna

Prima di Florence Nightingale.
La letteratura infermieristica italiana 1676-1846
di Filippo Festini, Angelica Nigro 

Libreria Universitaria.it, 2015

Il volume riporta alla luce un ampio periodo antecedente all’affermazione di Florence Nightingale nel panorama delle scienze infermieristiche e gli studi permettono di ridiscutere il ruolo di fondatrice del nursing moderno coniato dalla critica recente.

L’analisi documentaria e biografica delle esperienze della Nightingale converge infatti verso una prospettiva valorizzante di unicità di scoperte infermieristiche e metodologiche che invece necessitano di una nuova ridefinizione. Alle scoperte mediche ottocentesche, si deve considerare un periodo precedente in cui è accertata l’esistenza di testi, documenti e la non trascurabile letteratura di opere che indicano con precisione la formazione e la crescita, in ambito medico, di personalità mediche fautrici delle prime esperienze avanzate di quello che si può individuare come pensiero medico moderno.

lunedì 23 novembre 2015

"Miracolo in libreria", di Stefano Piedimonte

Miracolo in libreria
di Stefano Piedimonte
Ugo Guanda Editore, 2015

pp. 74
€ 7 (cartaceo)




Cè bisogno di racconti. Letture brevi, ben limate, che durino lo spazio di un viaggio, da leggere tutte dun fiato. Miracolo in libreria, di Stefano Piedimonte (di cui potete leggere lintervista e la recensione del suo Lassassino non sa scrivere), ne raccoglie due. Il protagonista del primo racconto è un libraio in difficoltà, una storia che purtroppo ultimamente sentiamo spesso. Questa comincia con dei libri di cucina esposti in vetrina al posto di romanzi succosi.
«Una sera, dopo diversi giorni di mancati incassi, aveva tolto tutti i "suoi classici" dalla vetrina, tutti i romanzi che per tanti anni si era sforzato di tramandare come se fossero i canti di un trovatore, aveva detto "fottetevi", e aveva infarcito la sua vetrina di storielle per signore annoiate e manuali di pessima cucina».

Una magica estate coi Bluvertigo: "L’estate che non passerà" di Tiziana Frosali

L’estate che non passerà
di Tiziana Frosali

La Tana del Bianconiglio, 2015

pp. 300, € 18.50


Ve le ricordate le fanzine? Chi ha intorno ai 40 anni (e anche più) certamente ne avrà sfogliate, collezionate, forse anche realizzate. E più erano artigianali e "underground" più parevano belle e interessanti. Nel romanzo L’estate che non passerà di Tiziana Frosali proprio una fanzine è al centro della storia. 

Siamo nell'estate del 1998, e un gruppo di amici toscani, fan dei Duran Duran a cui hanno dedicato - appunto - una fanzine, casualmente scopre la band italiana dei Bluevertigo che è impegnata a portare in giro il Metallo Non Metallo Tour. Il loro entusiasmo si trasforma in un fedele "vagabondaggio" per l'Italia seguendo per quanto possibile le tappe del tour e via via scaturisce l'amicizia con Morgan, Livio, Andy e Sergio, i componenti della band. Ma fra un concerto e l'altro, le chiacchiere sulla musica e sulla vita e un progetto un po' folle che li coinvolge tutti, l'amicizia rischia di trasformarsi, per alcune delle ragazze, in un sentimento più complesso che può rovinare il fantastico clima di un'estate da non dimenticare.

sabato 21 novembre 2015

Elizabeth Gaskell: tra romanzi e adattamenti televisivi

Un'autrice vittoriana ingiustamente ignota in Italia

L’epoca vittoriana è stata forse una delle più prolifere nel Regno Unito per la produzione letteraria che, con la sempre maggior evidente affermazione del romanzo, ha visto nascere autori ed opere diventati presto capisaldi della storia culturale occidentale. Alcuni di questi sono sopravvissuti al tempo e compongono oggi la mappa letteraria ideale di un’epoca contraddittoria e in pieno fermento culturale e sociale, che per tutta la durata del lungo regno della regina Vittoria ha testimoniato le trasformazioni – non soltanto letterarie – del Paese, l’egemonia del novel come genere dominante insieme al consolidamento del sistema editoriale ben rappresentato dal three decker e dalle biblioteche circolanti, la straordinaria fioritura della variegata produzione narrativa inaugurata già dalla stagione romantica per poi affermarsi a partire dagli anni Trenta del secolo mediante l’opera di Dickens, Thackeray, Trollope, Bronte, fino a Hardy, Wilde, George Eliot e la New Woman Fiction di fin de siècle, solo per citare una manciata di nomi di un momento letterario ricchissimo di opere ed autori.

E tra gli interpreti della stagione vittoriana, acuta osservatrice dei meccanismi e delle contraddizioni dell’epoca, è necessario ricordare Elizabeth Gaskell, a pochi giorni dal ricorrere del centocinquantesimo anniversario della sua morte. Autrice che forse non gode in Italia dello stesso interesse da parte di critica e pubblico che invece, meritatamente, non sembra essere oggi troppo diminuito nel Paese d’origine, ma che vale davvero la pena riscoprire o rileggere. In realtà, grazie anche alle nuove o in alcuni casi inedite traduzioni di alcuni dei suoi romanzi più noti, tutte ad opera della casa editrice umbra Jo March, e a produzioni televisive di valore come quelle della BBC, negli ultimi anni anche in Italia un rinnovato interesse – accademico e non – sta fortunatamente riportando l’attenzione sull’opera della Gaskell.


venerdì 20 novembre 2015

Inventario da Nobel


Un pedigree
di Patrick Modiano
traduzione di Irene Babboni
Einaudi, 2006 (2005)


pp. 81
10



Sono imbarazzato ma arrivo con un anno di ritardo. È già storia il Nobel del 2015 e io invece riporto le lancette a dodici mesi fa. Patrick Modiano. Cose strane, alchimie imprudenti dovute al giorno dell’assegnazione del Nobel, ovvero il 9 ottobre, il mio compleanno, e all’albero genealogico: il padre era un ebreo francese originario della Toscana. Aria di casa.
Le motivazioni del premio: «A Patrick Modiano per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili e svelato la vita reale durante l’Occupazione». E qui siamo dalle parti di Vichy. Proprio la figura paterna riveste la giusta dose di ambiguità, perché oltre a essere un uomo d’affari ebreo, il babbo di Modiano è in odore di collaborazionismo, oltreché personaggio ricorrente nella narrativa del Nobel per la letteratura.
Il libro che mi sono procurato, perciò, breve ma da qualche parte bisogna partire, contavo affondasse nell’arte della memoria. E in effetti è così: Modiano cerca di risalire il corso della sua esistenza grazie agli avvenimenti accaduti fino alla maggiore età, con attenzione anche a definire la vita dei genitori.

giovedì 19 novembre 2015

#FFF2015 Il ladro di libri: avere vent’anni a Parigi




Il ladro di Libri
di Alessandro Tota e Pierre Van Hove

Coconino Press, 2015
pp. 180
€ 17,50

Cosa significa avere vent’anni? Non intendo l’intero decennio; parlo proprio dei vent’anni tondi (due-zero), quell’anno in cui, se hai deciso di frequentare l’università, stai provando ad affrontare il trauma di una nuova vita di studi, se invece hai deciso di immetterti nel mondo del lavoro, stai iniziando a combattere con le insidie del mondo degli adulti. In entrambi i casi, comunque, qualunque sia l’atteggiamento che hai deciso di assumere, il senso di inadeguatezza ti accompagnerà per molto tempo, ben oltre la terza decina, o almeno fino quando la tua vita non avrà imboccato la strada che conduce alla meta scelta. Potrebbe sembrare la descrizione della generazione di giovani choosy del XXI secolo, ma in realtà quella descritta è una condizione esistenziale che tutti i ventenni dell’umanità hanno vissuto. Definirei il graphic novel di Alessandro Tota e Pierre Van Hove una cronaca dei vent’anni e di tutti gli stravolgimenti che questi comportano nella vita di ciascuno di noi.

#PagineCritiche La notte di Sigonella di Bettino Craxi: up patriots to arms



La notte di Sigonella
di Bettino Craxi
Mondadori, 2015

pp. 272
18€


Vi sono notti decisive per la storia e molte di esse, nel momento in cui i fatti si compiono, appaiono poco più che semplici “notizie della pagina Esteri”. Eppure la “notte di Sigonella” del 7 ottobre 1985 è un evento fondamentale per capire altre notti, ovvero, come sostengono molti storici e politologi, quelle della cosiddetta stagione del “Pool di Mani Pulite”
Nel libro La notte di Sigonella. Documenti e discorsi sull’evento che restituì orgoglio all’Italia sono raccolti, direttamente desunti dall’Archivio di Bettino Craxi conservato ad Hammamet, i documenti, stralci di discorsi e riproposizione di telefonate di “quella notte fondante, o meglio sfondante, per la nostra Repubblica”.

mercoledì 18 novembre 2015

#CriticARTE. In mostra a Milano Hayez, pittore della patria bella e perduta


Cosa direbbe Hayez dell’Italia d’oggi e delle sue tante disattese? Certo, nella seconda metà dell’Ottocento il fallimento era quello di un paese che scarsamente aveva conseguito gli ideali risorgimentali. Di tempo ne è passato, ma quel coinvolgimento nella Storia rende le opere del maestro veneziano ancora attuali. Prendete le tre versioni del Bacio, che insieme a oltre 100 suoi capolavori sono esposte fino al 21 febbraio 2016 nelle Gallerie d’Italia a Milano. Al di là del fascino oramai iconico, Il bacio è un dipinto essenzialmente politico e i tre rifacimenti ne sono la prova. La prima versione viene presentata al pubblico durante la grande esposizione a Brera del 9 settembre 1859, tre mesi dopo l’ingresso a Milano di Vittorio Emanuele II e dell’alleato Napoleone III. Nella scena affettuosa tra i due innamorati, Hayez vuole fissare un messaggio di ottimismo e speranza per una nazione appena uscita dalle lotte d’indipendenza.


Nella prima redazione (al centro) la veste di lei è azzurra e, insieme alla calzamaglia rossa e l’abito verde dell’amato, ricorda i colori della bandiera italiana e francese, unite per l’indipendenza del nostro paese. Nel dipinto successivo del 1861 (a sinistra) la veste della fanciulla diventa bianca, il che non solo enfatizza i colori dell’Italia, bensì elimina ogni riferimento al sodalizio con la Francia. In seguito alla pace di Villafranca, infatti, Venezia rimane sotto il dominio austriaco, segno per molti del tradimento di Napoleone III. L’abito ritornerà azzurro nella terza e ultima versione inviata nel 1867  (a destra) all’Esposizione Universale di Parigi in cui, per ovvie ragioni, si rende omaggio alla Francia. Tuttavia, restano le ombre sulle scale e in fondo del dipinto, a testimoniare le incertezze e i lati oscuri della vicenda risorgimentale.

Genova e la rivolta del 1960 nelle parole di chi c'era


[…] nella storia del nostro paese tutti i grandi passi avanti si sono compiuti in momenti di saldatura tra due generazioni (35).
Con queste parole Giovanni Bruschi apre la sua intervista con Lucia Compagnino, co-autrice con Alessandro Benna del libro 30 giugno 1960. La rivolta di Genova nelle parole di chi c’era, con prefazione di Pino Cacucci e pubblicato per la prima volta dalla F.lli Frilli Editori nel 2002.
Tredici anni fa la rivolta di Genova del 1960 veniva letta alla luce dei recenti fatti del G8 del 2001 che avevano aperto nella città una ferita che, oggi, a distanza di 14 anni, non mi sento di definire completamente cicatrizzata. Al di là dei parallelismi che, a ben vedere, sono più frutto delle suggestioni del momento, resta da dire che il libro di Benna e Compagnino rappresenta una delle più attente testimonianze di quei giorni che ebbero, a Genova e in Italia, un impatto straordinario. E quando scrivo straordinario intendo veramente che le ripercussioni di quelle manifestazioni furono “fuori dall’ordinario” e, forse anche per questo, irripetibili.

Dalla parte di Lolita, nel bush australiano

Col mio corpo
di Nikki Gemmell
Guanda, 2015

Traduzione di S. De Franco

pp. 420
€ 18,50 (cartaceo)


I tuoi ricordi urlano di sole, del bush compatto nella terra solida e sbiancata. Della donna che eri un tempo. Adesso è a malapena irriconoscibile.
Non sai come uscirne, come portarti in qualche modo all'attenzione. Come trovare il mondo di vivere con audacia. Di nuovo. (p. 11)
Scrivere per recuperare i ricordi, per recuperarsi dopo che la donna è stata schiacciata dalle responsabilità di madre e moglie: parte così Col mio corpo, una singolare raccolta di 225 brevi "lezioni" o capitoli di autoapprendimento. La protagonista, che parla di sé in seconda persona, coinvolgendo il lettore in un "tu" a tratti urticante, ripercorre la propria vita con un lunghissimo flashback che porti alla luce la prima adolescenza, trascorsa nel bush come una piccola selvaggia, sulla propria bicicletta, alla scoperta dell'amore. Ha solo quattordici anni, la protagonista, quando decide di diventare
un'archivista, una collezionista. D'amore e di tutto quello che lo riguarda. Imparerai come avviene, da dove nasce, come si prende al laccio. (p. 71)

martedì 17 novembre 2015

Étienne Davodeau: “Se mangiamo male, se beviamo male, se leggiamo male saremo persone peggiori”

Mercoledì 11 novembre presso la storica libreria di via Irnerio a Bologna, oggi Libreria Ubik, è stata presentata la traduzione in italiano di una delle graphic-novel che maggiormente hanno spopolato in Francia negli ultimi anni: Les ignorants, Gli ignoranti di Étienne Davodeau, edito da Porthos Editori, tradotto da Raffaella Garruccio (leggi qui la recensione). La presentazione rientrava nella serie di incontri organizzati dall’Institut Français italiano nell’ambito della rassegna Festival de la Fiction Française, di cui CriticaLetteraria è partner ufficiale. In questo incontro presenti, oltre allo stesso Étienne Davodeau anche Sergio Rossi, il curatore italiano del volume dell’autore francese, l’interprete Camilla De Concini e Massimiliano Croci, noto produttore vitinicolo del piacentino.

Diorama di Sergio Sozi: il mondo della letteratura sotto la lente dell'ironia

Diorama
di Sergio Sozi

Splēn Edizioni, 2015

pp. 144
€ 14

La quarta di copertina recita: “Diorama è sinonimo di veduta panoramica, ma è anche una forma di spettacolo costituita da quadri o vedute di grandi dimensioni. È il caso di questa raccolta di racconti, ai quali il lettore aggiungerà colori, movimento, suoni e volumi” e davvero le storie spesso surreali che Sergio Sozi racconta con ironia ed eleganza offrono la visione su squarci di esistenze che ogni lettore può trasformare nella propria mente assegnando significati e dettagli secondo la propria sensibilità.
Già dai primi racconti si capisce che il fil rouge che accomuna molte delle storie raccolte nel libro è la letteratura contemporanea e i protagonisti del mondo editoriale, tematica che diviene però pretesto per affrontare anche altri argomenti, come il dramma dell'immigrazione, e l'alienazione, lo straniamento indotto in molte persone dalle abitudini di vita di questo nuovo millennio.

lunedì 16 novembre 2015

Alberto Paleari, "Le montagne e il profumo del mosto"

Le montagne e il profumo del mosto
di Alberto Paleari

Monterosa Edizioni, 2015

pp. 231 


[…] ci sono due tipi di guidatori, quelli che sulle strade di montagna fanno vomitare i bambini e quelli che non li fanno vomitare, mio padre apparteneva al secondo tipo e io mi sforzo di essere come lui.


Ricordi d'infanzia, nozioni di enologia, (dis)avventure in alta montagna sono gli ingredienti principali dell'ultimo lavoro di Alberto Paleari, in cui l'autore, ripercorrendo il corso della sua vita, ritrova e descrive le persone che, in un modo o nell'altro, hanno lasciato un ricordo sempre vivido anche se non sono più con lui; il padre, imponente ma in fondo protettivo e a suo modo affettuoso, purtroppo scomparso prima di poter "far pace" con quel figlio allora in piena ribellione adolescenziale, uno zio dall'animo semplice che "parlava con le mani" come il Wing Biddlebaum di Winesburg, Ohio, i dipendenti della ditta vinicola di famiglia fondata dal bisnonno. E poi i compagni di innumerevoli ascensioni lungo le tante vie ferrate sulle Alpi, prima come semplice appassionato e poi come guida alpina professionista.


«Tu sei chi guarda il mondo e sei anche il mondo che hai guardato»: quando la favola che si nutre di realtà


Nessuno può sfrattarci dalle stelle
di Diego Cugia
Mondadori, 2015

pp. 144
€ 17 (cartaceo)



«Purtroppo la povertà non ha strategie, riscatto, vie di scampo. Ti lascia svuotato, senza energie, solo. Ti prosciuga pure la fantasia.» Fortunatamente, non sempre è così. Anzi, a volte i tempi di crisi sono un motore diesel, che richiede tempo per raggiungere alte velocità, ma poi porta alla meta della fantasia come fuga o, più interessante, come modalità tutta nuova per osservare e capire meglio il presente. 
Così il ritorno alla narrativa di Diego Cugia è un tanto inatteso quanto piacevolissimo viaggio di fantasia, che allontana dalle celle di Alcatraz, dove era rinchiuso l'ormai indimenticabile Jack Folla, per chiudersi - con nostalgia, senza detenzione - nella casa di Massimo Pietro. Per un'ultima notte, prima dello sfratto. Massimo Pietro aveva tutto: un bel lavoro creativo, scriveva sceneggiature e programmi; una famiglia; un futuro. Poi qualcosa si è abbattuto sulla sua stabilità economica e familiare, ed eccolo solo in una casa che dovrà sgomberare, senza sapere dove e come muovere i bauli con i ricordi di famiglia. 

domenica 15 novembre 2015

Meraviglia italiana: un racconto mediterraneo


©Giovanni Gastel

«There is a bright moon, so that even the vines make a shadow, and the Mediterranean has a broad white shimmer [...] Sono io! say the Italians. I am I [...] They say: in vino veritas [...] The Mediterranean, so eternally young, the very symbol of youth!» (Mornings in Mexico)

Dopo essere stato in Italia, in giro per il mondo lo scrittore D. H. Lawrence non dimentica le suggestioni del paesaggio italiano e, anche dal Messico, il pensiero è rivolto all’atmosfera mediterranea.
Non ci si stanca di celebrare la mediterraneità, questa volta in chiave contemporanea con un’installazione unica tenutasi lo scorso 4 novembre al trentanovesimo piano del Palazzo Nuovo della Regione Lombardia. L’occasione è stata creata da Bibite San Pellegrino per il lancio del progetto Meraviglia italiana, un evento che ha coinvolto esponenti dell’arte, chiamati a raccontare, in maniera personale, lo spirito mediterraneo: il fotografo Giovanni Gastel, lo scrittore Gianrico Carofiglio e la designer Margherita Maccapani Missoni.
I visitatori sono stati accolti in un insolito agrumeto ad alta quota in cui, tra aranci e limoni ciascun artista ha ricostruito le proprie impressioni sul tema. Giovanni Gastel ha scelto gli scatti di vita quotidiani, ritratti e mestieri di Capri e Filicudi, mentre con Gianrico Carofiglio siamo entrati nella Bari dell’avvocato Guerrieri, un concerto di sensazioni che rendono le ambientazioni uno dei tratti caratteristici delle sue opere, da Testimone inconsapevole (2002), Ad occhi chiusi (2003) a Ragionevoli dubbi (2006), pubblicati da Sellerio.
Per Margherita Maccapani Missoni, infine, si è trattato di monili ispirati dai ricordi dell’infanzia insieme ai nonni, fondatori della celebre casa di moda.

#CritiCINEMA - Il favoloso (e indiscreto) Giappone di Amélie

 Il modo migliore per apprendere una lingua? Innamorarsi.
Di un Paese, e successivamente, possibilmente, di un suo cittadino.
Ma l'innamoramento porta inevitabilmente con sé un quanto di irrealtà, l'amato è avvolto da una nube idealizzante: è costruirci sopra una stabilità la parte difficile del gioco.

Amélie ama il Giappone, ci è nata e a cinque anni l'ha lasciato a causa del trasferimento dei genitori. A vent'anni ha deciso di riappropriarsene.
La storia è quella autobiografica di Amélie Nothomb, figlia di diplomatici belgi: la scrittrice l'ha raccontata in molti libri, a partire da Metafisica dei tubi (Voland, 2002, Guanda, 2004).

E Il fascino indiscreto dell'amore di Stefan Liberski, uscito a maggio 2015 nelle sale italiane, è una libera trasposizione del suo Né di Eva né di Adamo (Voland, 2008), in cui viene narrato proprio il segmento dell'esperienza giapponese “di ritorno” di Amélie, e la sua storia d'amore con un ragazzo di Tokyo.
Il film lavora sul libro, mantenendo lo spirito, cambiando il finale.
La protagonista Pauline Etienne fa rivivere l'Amélie del romanzo, e dunque l'Amélie scrittrice, in una mimesi che parte dell'aspetto fisico. Emblematico il tableaux vivant finale in cui assume le sembianze di uno degli scatti più celebri dell'autrice (che è poi quello in copertina del libro).

sabato 14 novembre 2015

#CriticARTe : Dagli Impressionisti a Picasso

"Dagli impressionisti a Picasso"
Dove: Palazzo Ducale, Genova
Quando: 25 settembre 2015 - 10 aprile 2016
http://www.impressionistipicasso.it/

I colori erano la mia gioia e mi sembrava amassero le mie mani. (Emil Nolde)


È un viaggio straordinario tra le sale di Palazzo Ducale, a Genova, il percorso tra più di cinquanta dipinti provenienti dal Detroit Institute of Arts; una mostra, inaugurata il 25 settembre e visitabile fino al 10 aprile, assolutamente da non perdere per il valore delle opere esposte, sapientemente accostate in un viaggio che parte dai primi lavori impressionisti fino al Cubismo di Picasso, passando per le avanguardie. Non è la prima volta che Genova ospita una mostra di questo genere e dopo la bellissima esposizione di qualche anno fa “Van Gogh e il viaggio di Gauguin” con un allestimento davvero ben riuscito – per accostamenti, prestigio delle opere, descrizioni e organizzazione scenografica delle sale – Palazzo Ducale torna protagonista con una raccolta che ha già suscitato un notevole interesse da parte del pubblico, unica tappa europea.
Ho visitato la mostra un sabato sera di un paio di settimane fa e, complice la maggior tranquillità dell’orario scelto, è stato possibile aggirarsi tra le sale non troppo affollate, godendosi con calma ogni dipinto esposto sala dopo sala, tornando indietro, soffermandosi di fronte a quelli che più hanno la capacità di emozionare. Il percorso è organizzato in ordine cronologico e adeguatamente raccontato dai curatori, Salvador Salort-Pons e Stefano Zuffi, che accompagnano il visitatore tra le opere più significative di un trentennio artistico straordinario dell’Europa a cavallo tra Otto e Novecento. Dieci sale di diversa grandezza, in cui trovarsi di fronte dipinti che hanno segnato la storia dell’arte moderna e il collezionismo americano, che sorprende per prestigio e varietà di linguaggi.

#Scrittori in Ascolto - L'amore è una favola. L'incontro con Annarita Briganti






L’amore è una favola
di Annarita Briganti
Cairo Editore 2015
pp. 188


Gioia è tornata e l’abbiamo conosciuta. Anche Critica Letteraria era presente il 4 novembre da Cairo Editore, all’incontro riservato a giornalisti e blogger con Annarita Briganti, giornalista e scrittrice, da poco in libreria con il suo secondo romanzo L’amore è una favola.

In Non chiedermi come sei nata (qui la recensione) Gioia cercava la maternità da donna single e un po’ felicità accanto a uomini sbagliati. Oggi la ritroviamo cresciuta, con le stesse cicatrici di un tempo, ma determinata a proteggere la sua scelte e la sua dignità.
Almeno in amore Gioia chiede la favola. Non vuole più delusioni, indifferenza, uomini a scadenza yogurt. Che forse l’abbia trovata in Guido Giacometti? Certo, i suoi trascorsi da Don Giovanni non sono rassicuranti, ma lui è prima di tutto un artista di talento a cui Gioia scriverà la prefazione al catalogo della mostra Rebel Hearts.

#FFF2015. Linda Lê a Firenze: "La scrittura mi ha riconciliato con il Vietnam"

Incontriamo Linda Lê presso l’Institut français di Firenze, nella piazza Ognissanti affacciata sull’Arno, in un’atmosfera di cortese accoglienza e sollecita attenzione. La piccola saletta è gremita di persone. L’autrice franco-vietnamita ha l’eleganza innata dei francesi ma il riserbo e le sembianze tipici degli orientali: lunghi capelli neri con una frangetta che ombreggia lo sguardo a mandorla, Linda Lê si siede accanto all’interprete e risponde con voce sottile ma ferma alle domande di Titti Giuliani, la giornalista della Nazione chiamata a moderare l’incontro. 

Oltre un’ora di domande e risposte, con la partecipazione attiva del pubblico, non sono sufficienti ad approfondire fino in fondo l’ampiezza di temi e le riflessioni smosse dai due libri che l’autrice presenta: Come un’onda improvvisa (qui trovate la recensione) e Lettera al figlio che non avrò. Si parte dal primo, il romanzo corale che alterna quattro monologhi in quattro differenti momenti di una giornata, all’indomani della morte di Van, editor e revisore bozze vietnamita trapiantato a Parigi a soli 15 anni e deceduto a cinquanta, dopo essere stato investito dall’auto della moglie Lou, all’uscita della casa della sua amante Ulma. Come ci racconta l’autrice, la struttura del romanzo, che vede Van, Ulma, Lou e Laure (figlia di Van e Lou) raccontare e riflettere sugli avvenimenti che nell’ultimo anno hanno condotto al tragico epilogo della morte di Van, è nata quasi per caso, come ampliamento di un’idea di partenza: quella di analizzare il rapporto tra due persone, legate da vincoli di parentela, ma allo stesso tempo connesse da un’attrazione ambigua e pericolosa che, come una spirale, si evolve avviluppando ciò che ha intorno, attraendolo e trasformandolo per sempre.

venerdì 13 novembre 2015

Se rinasco, rinasco com’ero

Ama ciò che sei
di Silvia Tesio

Mondadori, 2015

pp. 168, 18.00 €


Un vecchio detto recita che la storia non si fa con i se o con i ma. Lo ammetto, per molti anni anche io indugiavo nel what if, chiodo fisso che può torturare l’animo umano. Cosa sarebbe successo se non avessi fatto, detto, accettato o se avessi chiesto, risposto, indagato? Protagonista primario di questi viaggi mentali è quasi sempre il nostro io: egoisticamente la storia dell’umanità passa in secondo piano. Il titolo scelto da Silvia Tesio traspare serenità e accettazione; un invito a non viaggiare troppo in questo mondo di ripensamenti perché il migliore se della storia siamo proprio noi.
La verità è che tutto quel gran parlare di “rispettare se stessi” parte dal presupposto che uno sappia chi è.
In realtà Ama ciò che sei racconta un intrigo di segreti che di sereno hanno ben poco. Ha dei segreti Marta, non solo con gli altri ma soprattutto con se stessa, incapace a quarant’anni di ritagliarsi un posto autonomo nel mondo. Sta dormendo profondamente nel suo appartamento di Parigi, abbracciata al compagno di vent’anni più giovane, quando il telefono squilla: la voce della madre, con cui ha cercato sempre di stabilire una distanza geografica a salvaguardia della sua serenità, le dice di tornare subito a Torino, perché Andrea sta morendo. Quel nome che da vent’anni era stato cancellato dalla sua quotidianità, ripiomba con forza nella sua vita, strappandola alla delicata routine conquistata a fatica.

Quando il rischio più grande è innamorarsi: il ritorno narrativo di Annarita Briganti


L'amore è una favola
di Annarita Briganti
Cairo Editore, 2015

pp. 190
€ 13 (cartaceo)

La solitudine è come un jeans vecchio, sformato, troppo comodo. Sappiamo che ci stanno meglio altri vestiti, ma non cel o togliamo mai perché ci fa sentire al sicuro. Lo indossiamo finché non si buca, anzi, ce lo mettiamo anche a brandelli (p. 53).
Nei romanzi di Annarita Briganti arrivi a una pagina che non puoi fare a meno di sottolineare, trascrivere, e soprattutto sottoscrivere. Sono passaggi che parlano di te, di quella che eri, che sei, e che forse sarai ancora. Anche nel secondo romanzo, L'amore è una favola, ecco che questo è accaduto, a pagina 53, anche se la tentazione si era già presentata e si ripresenterà molte volte. Perché la protagonista di Non chiedermi come sei nata, Gioia, torna con una nuova grandissima sfida: abbandonare la propria solitudine, per aprirsi al rischio più grande, ma anche più appagante: l'amore.
Forse all'inizio del romanzo Gioia non lo sa ancora, ma non si era davvero adagiata nella solitudine; le delusioni del primo romanzo l'avevano solo fatta acquattare, a medicarsi le ferite dei rifiuti e l'amarezza di naufragi senza ancore né scialuppe di salvataggio. Pur non accantonando quel dolceamaro del passato, Gioia non ha smarrito la voglia di innamorarsi. Certo, è più complesso lasciarsi andare, perché quando l'amica Marcella offre di prefare il catalogo delle opere di Guido Giacometti, Gioia è molto restia. La causa? Una ricerca su google e l'aspetto sicuro di sé, da latin lover, dell'Artista: Gioia ha paura di ricascarci, di essere una delle tante, e in effetti il primo incontro con il conturbante artista napoletano mette dei dubbi anche ai lettori. Guido è sincero o nasconde qualcosa? Si è fatto completamente sedurre dalla giornalista freelance Gioia, dal suo entusiasmo per il lavoro e la sua richiesta d'amore (implicita ma quasi un grido)? 

giovedì 12 novembre 2015

François Weyergans: “Ringiovanisco ricordando Franz e François”

Villa Medici, quattro novembre. Entro in punta di piedi, intimidita dalla location suggestiva. “Sembro Elizabeth Bennet a Pemberley”, mi dico. Arrivo in anticipo, riguardo i passaggi del romanzo di Weyergans che mi hanno toccata sul personale. Anche quelli che mi hanno scioccata, ad esempio quando il protagonista ammette di aver venduto una lettera di Albert Camus ("non posso perdonare un simile affronto!", mi dissi leggendo). Mi guardo intorno, mi sento fuori luogo tra queste personalità colte e di certo più eleganti della sottoscritta; ansiosa all'idea di vedere per la prima volta un accademico di Francia. 

Poi, Weyergans arriva. Personalità giovanile, abbigliamento semplice, umile nonostante il pozzo di conoscenze che trapela in Franz e François, tradotto e pubblicato dalla casa editrice L’Orma nel 2015. Mi risollevo, sorrido, vengo totalmente rapita da questa personalità gioviale. “Ecco come fa il suo Franz a conquistare tante donne”, penso. A confermare la mia ipotesi sarà lo stesso autore nel rispondere: “Come si fa a scegliere tra macchina da scrivere e una notte con una donna? Ѐ come scegliere chi preferisci tra mamma e papà”. 

Oltre le mura di Bellano: Vitali e Picozzi rileggono Cesare Lombroso

La ruga del cretino
di Andrea Vitali e Massimo Picozzi
Garzanti, 2015

pp. 354 

€ 16,40



Il 17 settembre 2015, in occasione della tredicesima edizione del Tocatì, il Festival Internazionale dei Giochi in Strada, Andrea Vitali è venuto a Verona a parlare del suo ultimo libro, Le belle Cece. Affascinata dall’eloquio vivace e dal ben noto talento aneddotico dello scrittore, ero risoluta ad acquistare e farmi autografare il volume in questione, quando una signorina dal pubblico ha posto una domanda su La ruga del cretino. Sono così venuta a conoscenza di questo romanzo meno conosciuto, scritto a quattro mani da Vitali con il criminologo Massimo Picozzi. Cinque minuti dopo, uscivo dalla Sala Farinati della Biblioteca Civica tenendolo sottobraccio (La ruga del cretino, non Andrea Vitali, purtroppo).