mercoledì 2 dicembre 2015

Tullio Kezich, "Il campeggio di Duttogliano"

“Il campeggio di Duttogliano”
di Tullio Kezich

Ia Edizione 1959;
Trieste, Edizioni Studio Tesi, ‘Piccola Biblioteca Universale’, 1995,
pp.95,
€ 3,00;
oppure Palermo, Sellerio, 2001,
pp.152,
€ 6,59;

Duttogliano oggi è in Slovenia e si chiama Dutovlje. Basta questo a far entrare da subito la Storia nel racconto di Kezich. Ma essa non emerge mai in tono cronachistico o storico, bensì emerge, in tutta la sua potenza, dalla narrazione concreta, dal racconto.
Questo piccolo gioiello è incentrato sulla figura di Paolo Rancovich, orfano di madre, bambino smanioso di andare al campeggio di Duttogliano, con la Gil, la Gioventù italiana del littorio. Ottenuto faticosamente il placet dal padre, il campeggio si rivela molto diverso da come il bambino, orfano di madre, lo aveva immaginato. L’esperienza del campeggio, che Paolo credeva sarebbe stata divertente e gioiosa, non è che una umiliante sequenza di brutalità e maleducazioni, violenze e piccole ma cattive sopraffazioni, tra capigruppo rudi, camerati vessati o vessatori, attività meschine. Quando la misura è colma, Paolo scappa dal campeggio, rifugiandosi in un paese vicino. Il padre lo andrà a riprendere, l’avventura si concluderà così.
Se la trama è così semplice e lineare, Kezich, con lingua nitida e montando abilmente la tensione, fa emergere la rete di relazioni psicologiche, problemi dicibili e indicibili, angosce, brame, invidie e rancori, che attraverso questa vicenda illuminano un mondo intero, in tutte le sue contraddizioni: quello fascista, con le sue meschine dimostrazioni di forza, i suoi esponenti provinciali, gradassi e sussiegosi, razzisti e carichi di invidia sociale; quello borghese della provincia italiana, triestina e istriana, in cui convivono, pacificamente a dispetto dei problemi, sloveni, tedeschi e italiani, e dove l’italianizzazione forzata è percepita in modo ostile anche dagli italiani stessi; quello della fine dell’infanzia, tempo di indecisioni e inquietudini che scuotono in profondità. Paolo è felice di tornare a casa anzitempo. Ma si strugge al pensiero che suo padre abbia visto, nella sua fuga, una semplice nostalgia bambina per la casa, un senso d’abbandono e nient’altro. Paolo fugge per tutt’altra ragione: ha scoperto, sulla sua pelle, i motivi per cui il padre dubitava di mandarlo in campeggio, a quel campeggio. Per questo, Paolo è grande, e sa di esserlo – e lo è. Ma agli occhi del padre, questo salto non c’è stato, anzi: questo salto non è riuscito – ancora.

Kezich, morto nel 2009 a Roma, triestino di nascita, sceneggiatore, grande critico cinematografico e uomo di cultura, racconta quegli anni senza cadere né in moralismi o morali ex post, né calcando la mano su nessuno degli aspetti scottanti della vicenda (il rapporto italiani-stranieri, la frontiera, il fascismo e l’educazione borghese), riuscendo così a dare di quell’epoca una vivida immagine, rimanendo ancorato alla vicenda centrale, un racconto d’infanzia.

Il racconto, che è del 1959, nell’edizione Sellerio, rispetto alla EST, riporta non solo il racconto di cui si è parlato, ma altri brevi ritratti, raccontini à là Saba, mitteleuropei, ambientati tutti nel tempo a cavallo tra le due Guerre e il Secondo Dopoguerra. Un gioiello.

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