mercoledì 9 dicembre 2015

"Hai detto 'io' almeno dieci volte. È molto maleducato".

Ognuno potrebbe
di Michele Serra
Feltrinelli, 2015

pp. 160
€ 14 (cartaceo)


 Non avete anche voi l'impressione che davvero l'ingombro delle persone stia aumentando, e da parecchi punti di vista? Siamo veramente sicuri che non esista una corrispondenza tra ingombro psichico e ingombro fisico di una persona? Una o uno che riproduce la propria immagine dieci o venti volte al giorno, da quando si lava i denti a quando mangia la pizza con suo cugino, e di ciascuna di queste dieci o venti immagini fa pubblicazione così da essere, ogni giorno, diecimila o ventimila volte percepito e magari altrettante ritrasmesso; una o uno che dice e scrive io a raffica, dapperdutto, sempre, praticamente usanto gli io come i punti del puntocroce che crivellano pian piano la tela; [...] be', non sarebbe verosimile, scusate, che tutte queste persone, giorno dopo giorno, centimetro dopo centimetro, occupassero uno spazio fisico maggiore? (pp. 87-88)
Torna l'autore de Gli sdraiati, e torna parlando di crisi. Tema abusato? La crisi economica non è che una grigia proiezione di quel che accade dentro a Giulio Maria, il protagonista detrattivo e disagiato di Ognuno potrebbe. Niente va bene nella vita di Giulio, perché lui non ha lo smaccato ottimismo del compagno di ricerca Ricky: la ditta di legname di famiglia è chiusa e il capannone è un enorme e squadrata presa di coscienza del fallimento; il lavoro come antropologo, esperto di "esultanza calcistica" è, a suo dire, un assegno di disoccupazione mascherato da accademia. 
Certo, c'è la bella Agnese, che riunisce in sé il pallore della betulla e il nero dell'ebano; lei che è così pragmatica e non si perde in tanti rivoli di pensieri, ma co-gestisce il ristorante di famiglia. Dunque, come fa a stare con uno scontento cronico come Giulio? 

È proprio Giulio a chiederselo, più e più volte, incredulo di avere accanto una donna simile, che ha un unico grande difetto (comune, peraltro, a tanti coetanei): di stare sempre attaccata all'egòfono. Sì, lo smartphone per il protagonista è un sinistro oggetto che aiuta a idolatrare tanti "io" che altrimenti non avrebbero forma, né autocelebrazione:
Sono volti inabissati, volti che hanno abbandonato il volto. Hanno tutti qualcosa di sospeso: uno star dicendo, uno star facendo che deve avere avuto un inizio e certamente avrà una fine, ma non adesso. Adesso tutto è solo e sempre in corso, e soprattutto non è qui che è in corso. Attraversano questi posti e queste giornate come se non li riguardassero. Passano soltanto. (p. 25) 
Giulio non condivide questa egoarchia disperata e triste nel suo imporsi, come unica affermazione di sé: non ama i telefoni che portano via la sua Agnese dal presente e da lui, né ama le continue condivisioni di selfie sui social per proclamare "io ci sono". Anzi, vive con un distacco quasi pirandelliano il suo presente senza progetti né aspettative: osserva con un sorriso beffardo e cinico quanto gli accade e aspetta che passi un altro giorno. Un altro giorno a casa con la madre ottantenne e la sua... professoressa del liceo!, che ha affittato una stanza lì. 

In Giulio si concentra il disincanto per un presente respingente e il distacco da una società fatta dall'apoteosi dell'individuo solo. Il protagonista non si vuole mescolare all'uso indiscriminato della parola "io": forse perché da bambino gli era valso uno schiaffo dal padre? Forse perché teme il giudizio degli altrie si avverte perennemente inadeguato? 
Non ho mai capito, in tutti questi anni, se sia timidezza o alterigia la molla che mi spinge a evitare l'urto con gli altri. Per capirlo, d'altra parte, dovrei passare mesi o anni a occuparmi di me stesso, in buona sostanza a dire "io", ed è il contrario preciso di quanto ho intenzione di fare. Forse non sono mai stato abbastanza male da sentirmi obbligato a pagarmi un analista. Forse l'unica sberla ricevuta da mio padre, motivata dall'abuso di "io", ha lasciato una traccia indelebile. Forse, infine, nessun dramma personale è tale da poter essere vomitato in faccia agli altri. Per quelli rimediabili, basta e avanza la commedia. Per quelli irrimediabili, in novecentonovantanove casi su mille è preferibile il silenzio. È più decente. (p. 89)
O forse, nella sua visione pessimistica del presente, si nasconde più speranza di quanta vorrebbe ammettere. O meglio: quando si guarda in giro, Giulio osserva Capannonia (la cittadina fittizia del Nord Italia dove vive), il suo grigiore industriale, la casualità dell'urbanistica locale, le persone che camminano e, assorte nei cellulari non partecipano, e vorrebbe vedere altro. Ogni volta si illude di poter vedere altro. Ma questo non accade, perché sostanzialmente anche Giulio non fa niente per cambiare le cose. Eppure, ognuno potrebbe... 
Ognuno potrebbe salvare il posto in cui vive. O perlomeno ha il diritto di vivere per un istante - anche un solo istante, come capita a me in questa mattina - pensando che sarebbe capace di farlo. (p. 120)
Di sicuro, non cambierà niente finché Giulio resterà in tribuna a osservare l'esultanza dei calciatori, o assisterà da lontano e con distacco alle proposte di vendita (o svendita, per meglio dire) del capannone di famiglia. Eppure persiste il pericolo dell'errore, a cui seguirebbe l'ennesima conferma dell'inadeguatezza. Riuscirà Giulio a scendere in campo e ad affrontare la sua vita accettandosi? 

In un periodo in cui trionfa l'autofiction rutilante, il romanzo di Serra è qualcosa di inatteso: una descrizione del presente vivida, schiacciante e certamente non indolore, che non si rifugia nel flashback né cerca scappatoie in fantomatiche ricompense future. 

GMGhioni

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