mercoledì 23 dicembre 2015

Lokabrenna: il punto di vista del bad boy del pantheon norreno




Il canto del ribelle
di Joanne Harris
Garzanti, 2015 

Traduzione italiana di Laura Grandi
pp. 320, € 16,90

Io ero il fuoco incarnato, un vero figlio del Caos, felice e libero. Be’ forse non del tutto libero. E neanche del tutto felice.

Anche se non fanno parte della nostra cultura e del nostro retaggio mitologico, ormai sono entrati nel nostro immaginario; complici gli action movies Marvel o le serie di ambientazione nordica, tutti abbiamo presente, almeno di nome, le figure di Thor, Odino e Loki e lo sfondo epico sul quale si muovono. Soprattutto la figura di Loki, bad boy del pantheon norreno, accattiva e conquista.
Joanne Harris, a tutti nota come l’autrice del fortunatissimo romanzo “Chocolat”, già da qualche anno ha abbandonato gli ambienti culinari e si è rivolta ad altri filoni letterari. Ci ha sottilmente inquietati con alcune opere più tendenti al noir come “Il ragazzo dagli occhi blu” e ha iniziato sfruttare la ricchissima vena della mitologia scandinava con la saga “Runemarks” di cui fino ad ora sono usciti i primi due volumi: "Le parole segrete" e "Le parole di luce". "Il canto del ribelle" ne è un piacevole e scorrevole prequel.

Io la chiamo Lokabrenna o, tradotto approssimativamente, il vangelo di Loki. Loki sono io. Loki, il Portatore di Luce, l’eroe incompreso, elusivo, bello e modesto di questo particolare intreccio di bugie. Non prendetelo come oro colato, ma è vero almeno tanto quanto la versione ufficiale e, oserei dire, più divertente.

Qualunque storia è sempre scritta da e per gli eroi e i vincitori che, com’è ovvio, riservano agli antagonisti e agli anti eroi ruoli poco lusinghieri, oscuri o farseschi: nemmeno le divinità sfuggono, pare, a queste piccinerie. Odino, alias in Guercio, Padre di Tutti, il Vecchio, il Generale e colui che sa come vendere sé stesso (e gli altri), non ha riservato un gran trattamento al narratore di questa storia. Loki, demone di fuoco e figlio del Pandemonio, viene attirato nel mondo degli Aesir come braccio destro di Odino: la sua natura caotica gli consente di non seguire i dettami del mondo dell’Ordine inaugurato dalle nuove divinità e la sua furbizia è una dote quanto mai preziosa e ricercata. Marchiato con la runa di fuoco Kaen e fratello di malia del Generale, Loki lascia il suo mondo di Caos per entrare nella ristretta cerchia di divinità che governa i mondi dai palazzi dorati di Asgard. Ma sia la sua natura caotica che la sua intelligenza sono armi a doppio taglio per gli Aesir che non esiteranno a sfruttarle e a rivolgergliele contro a loro piacimento.

L’autrice ha commercialmente colpito nel segno: prolungando ancora un po’ l’attesa per il finale della saga “Runemarks”, ci ha lanciato un bocconcino per placare la fame e farci restare nella rivisitazione del mondo norreno da lei creato. Abbandonata la scrittura (fin troppo) sinestetica dei precedenti lavori, tesse un vivace e sarcastico arazzo delle vicende degli Aesir. Sia che si abbiamo o meno conoscenze della mitologia scandinava, la narrazione si segue facilmente e con piacere e ci si orienta bene negli intricati rapporti che regolano la vita ad Asgard.
Inutile negare che Loki abbia una sua malia: gli eroi tutti d’un pezzo possono essere ammirati, ma risultano essere sempre inevitabilmente noiosi e prevedibili. Il protagonista di questa storia è invece sfaccettato, amorale e affascinante e non si può fare a meno di fare il tifo per lui e comprenderlo. Che colpa ne ha se il caos dentro di lui lo porta a tradire ed ingannare? Forse non lo sapeva Odino quando l’ha reclutato? In fondo, è sempre stato trattato ingiustamente e con disprezzo dagli altri dei, anche e nonostante tutte le volte che li ha aiutati e salvati. Poteva forse comportarsi diversamente?
Ci avete creduto? Vi siete fidati di quanto avete letto? Sia che la risposta sia affermativa o negativa, consiglio comunque una lettura dei miti “originali”. È vero che la storia scritta dai vincitori non va presa come aprioristicamente buona, ma è altrettanto vero che non ci si può fidare nemmeno delle parole di una divinità ingannatrice.

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