martedì 8 dicembre 2015

La biografia di Lucian Freud: ritratto dell'artista "a colazione"

Colazione con Lucian Freud
Ritratto di una vita nell'arte
di Geordie Greig

Traduzione di Massimo Parizzi
Mondadori, 2015

pp. 286
euro 25,00



«Le colazioni con Lucian erano finite»

Colazione con Lucian Freud (Mondadori, 2015) è un libro che si può cominciare a sfogliare a ritroso. Contravvenendo alla regola cronologica della più classica tradizione biografica, si può decidere di gestire le quasi 300 pagine del volume, magistralmente redatte da Geordie Greig, a partire dagli apparati finali. Perché sebbene poste in cauda, tanto le tavole genealogiche quanto quelle fotografiche si confermeranno due utili profezie: gli stemmi, ad avvertire che il nipote di nonno Sigmund – un nipote artista, bohémien colto, amatore seriale, amico di aristocratici e malavitosi, (anti)divo in cappotto sartoriale e scarponi spruzzati di vernice – era destinato a lasciare su questa terra una discendenza assai numerosa, conseguenza di uno slancio vitale represso nel 2011 da un perfido tumore senile; la galleria, invece, con l'alternanza di scatti privati e di dipinti realizzati dai tardi anni Quaranta fino al primo decennio degli anni Duemila, ad annunciare che siamo al cospetto del più grande pittore figurativo di origine tedesca in terra inglese del XX secolo, sdoganato solo nel 1993 da un'importante mostra al Metropolitan Museum di New York. Così, anche il suo migliore ritratto, a doverlo scegliere nella selezione di immagini, non può che essere lo scorcio del celebre studio di Notting Hill, con le pareti scarabocchiate e coperte di colore, invase da un fluido cromatico che scivola a imbrattare tutto giù giù fino al pavimento di legno, e risale poi sui tavoli e sulle sedie, improvvisati piani d'appoggio per barattoli, pennelli e tubetti ormai vuoti o spremuti per metà. Perché non c'è dicotomia che tenga, alla fine, nella storia personale e professionale di Lucian il pittore: vita e arte furono per lui un tutt'uno, e con la prima a (in)seguire sempre la seconda.

A rigore, una prima biografia di Lucian Freud, autorizzata e compilata con la sua collaborazione e supervisione, era pronta per la stampa già a metà degli anni Novanta. Il pittore, però, ne aveva impedito la pubblicazione dopo averne letto la bozza, turbato in prima persona dalle sue stesse vicende biografiche e dagli effetti che la loro divulgazione avrebbe potuto avere sia per i congiunti  sia per tutti i personaggi a vario titolo coinvolti (ex mogli, artisti, figli, modelle, galleristi, nobili, mafiosi, mercanti, speculatori, allibratori...). Era una premura bizzarra, questa, da parte di un uomo notorius in tutto il Regno per difetti non proprio secondari come l'individualismo, l'egoismo, il menefreghismo e lo sprezzo del pericolo (specie al volante). Eppure quel veto vanificò il progetto editoriale. Solo nel 2001, dopo un vero e proprio Stalking (Capitolo II) durato dieci anni, Geordie Greig, attuale direttore del «Mail on Sunday», ricevette una nuova investitura ufficiale da parte dell'artista affinché raccogliesse materiale per raccontare di lui e della sua esistenza. Così, negli anni a venire, il giornalista – nonché ammiratore della prima ora, quando i dipinti di Freud erano ancora giudicati come oscenità figurative di pessima categoria – ebbe il privilegio di incontrarlo regolarmente per compiere con lui il rito irrinunciabile dell'english breakfast (A colazione, Capitolo I). Tutte le mattine, l'artista accompagnato dal suo entourage (il fidato assistente David Dawson più altri invitati d'occasione) arrivava da Clarke's con sessanta minuti d'anticipo sull'orario di apertura: da quel momento, in quel ristorantino riservato in cui accedere dall'adiacente negozio di delicatessen, Greig era autorizzato a registrare liberamente le conversazioni, con l'accordo di poterle poi pubblicare su giornali e riviste. Ma solo nel 2011, quando Freud morì ponendo fine a quei meravigliosi incontri, ebbe inizio il libro.



Nella lunga vita di Freud, pittura e passioni appaiono legate indissolubilmente fin da principio, e ne sono prova, nella scansione del testo, gli stessi titoli dei capitoli: a I primi anni (Capitolo III) – nei quali Lucian, figlio di ebrei tedeschi rifugiatisi in Inghilterra, frequenta le scuole d'arte e scopre la propria vocazione – fanno presto seguito I primi amori (Capitolo IV), a riprova della precocità di un desiderio che, nella sua ricercata e ossessiva soddisfazione, agì sempre come un esorcismo di morte, un modo immediato e infallibile per affermare se stesso e scongiurare all'infinito lo scampato tunnel dei campi di sterminio. E si continua, così, sotto la stella dell'eros: l'Ossessione del Capitolo V è quella per Lorna Wishart, donna fatale e libertina, più vecchia di lui di undici anni, di cui il pittore ritrasse i grandi occhi allungati in Woman with a daffodil e Woman with a tulip (1945); in L'eredità di Lorna (Capitolo VI) si enunciano le conseguenze di questo rapporto tormentato, ovvero la successiva abitudine di Freud ad avere più relazioni contemporaneamente; in Caroline (Capitolo VII) l'attenzione cade sul chiacchieratissimo rapporto tra Lucian e Lady Caroline Blackwood, famosa ereditiera Guinness.

A questo punto, però, ci si sbaglierebbe a credere che quello di Greig non sia altro che un resoconto tra il morboso e lo scandalistico tout court. Perché ciò che è impossibile negare, sebbene porti con sé tutti i più abusati stereotipi sul rapporto sensuale tra “l'artista e la modella”, è che nella vita di Freud ambizione artistica e libido, Pittura (Capitolo VIII) e Amanti (Capitolo IX), furono sempre le due facce di una stessa medaglia, la cui sintesi più ovvia e frequente si compiva sottospecie di ritratto. Nel complesso, c'era in lui un'attitudine alla sfera del “vizio” tanto scabrosa quanto innocente, semplicemente ontologica; un attaccamento ai corpi – posseduti, sottomessi, studiati, immortalati sulla tela – compensata da una pacifica indifferenza per il loro destino; un rapporto ciclico, e come tale per sempre irrisolto, simile al suo atteggiamento schizofrenico nei confronti del denaro (ora ricercato, ora sperperato), come ben si evince nel Capitolo XII, Mercanti d'arte e gioco d'azzardo. E anche tralasciando gli strascichi delle sue fallimentari relazioni, i cui intrecci farebbero la gioia di uno sceneggiatore di soap-opera, non si può fare a meno di interrogarsi sulle conseguenze della sua paternità: un aspetto che Greig tratta in due momenti – Il racconto di una figlia (Capitolo X) e Figli (Capitolo XIII) – alla fine dei quali, ancora una volta, si assiste al trionfo del vitalismo inossidabile di papà Lucian, del suo sadismo irresistibile al momento del solletico, del suo carisma innegabile a dispetto della distratta e infantile crudeltà, del suo portamento così rilassato e regale in barba a ogni pettegolezzo sul suo conto. Un padre amico di Francis Bacon, Frank Auerbach e David Hockney (del cui ritratto del 2002 si parla in Due modelli, Capitolo XI), beatamente sopravvissuto all'indifferenza decennale della critica per essere poi consacrato nella maturità dai ritratti alle icone mondiali della britishness, da Kate Moss alla inarrivabile Regina Elisabetta II.

Terminata la lettura, richiuso il volume, Lucian è ancora lì a scrutare in fuori campo dalla copertina, da quello scatto in bianco e nero che Clifford Coffin gli fece nel 1948 per la rivista «Vogue», e nel quale l'artista da giovane, bello come un attore, trattiene un falco appollaiato sulla mano sinistra, accuratamente guantata. Non si sarebbe potuta scegliere un'immagine più simbolica, per un uomo che visse, creò e amò sempre con la medesima spietata rapacità del principe dei predatori.

Cecilia Mariani

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