martedì 10 novembre 2015

Il DNA come una pagina bianca: Novecento e altre storie

Novecento e altre storie
di Maria Teresa Antonarelli
Start Press, 2015

pp. 114
€ 12,50
e-book € 3,99




Lo storico marxista Eric Hobsbawm coniò un termine per descrivere il XIX secolo: lo definì il Secolo Lungo, in quanto caratterizzato da eventi di difficile collocazione temporale, straripanti tra XVIII (rivoluzione francese del 1789) e XX (alba della Prima Guerra Mondiale nel 1914) secolo. Al Novecento assegnò invece il soprannome di Secolo Breve, caratterizzato dal disastroso fallimento dei sogni e delle speranze del secolo precedente. I personaggi della raccolta di Maria Teresa Antonarelli stanno stretti nella definizione di Hobsbawm. Il loro Novecento non è affatto breve e le loro storie si incastrano l’una nell’altra, in un gioco di scatole cinesi che svela a poco poco il suo misterioso ingranaggio. 

Difficile delineare la trama. Quello che il lettore scopre sfogliando le pagine è la storia di una famiglia (di cui non si conosce il cognome e, forse, proprio per questo potrebbe essere la famiglia di tutti o di nessuno) che incontra la storia di tante altre famiglie e che con semplicità viene descritta in tutte le sue emozioni caratteristiche. Con una scrittura che non brilla per chiarezza o bellezza semantica ed espositiva, le vite di Giuseppina, Antonio, Gennaro, Nina, Kira, Amina e degli altri vengono scarnificate e impietosamente presentate su un tavolo operatorio bianco e sterile. Difficile provare un forte coinvolgimento emotivo per le loro vicende ma è apprezzabile l’istantanea che viene restituita: un gesto, un ricordo (come la neve che papà Antonio amava guardare dalla finestra del paesino abruzzese), una vita nata e una spenta diventano le esperienze di ogni lettore, che ha inconsapevolmente su di sé un bagaglio carico di storie (molto spesso sconosciute).

In questi cento anni, lasso di tempo apparentemente disteso ma che in realtà avvolge su stesso i fili degli eventi con una frenesia spesso incontrollabile, Maria Teresa Antonarelli intarsia su un ceppo di legno fini decorazioni. Ognuna porta con sé un dettaglio ma spesso il legame tra loro non appare subito chiaro e logicamente connesso. Il leitmotiv di fondo emerge, tuttavia, con chiarezza: il nostro passato non ci abbandona. Non perché costituito da impalpabili ricordi che riaffiorano alla mente con più o meno frequenza ma perché un metro di acido desossiribonucleico, come dice Richard Dawkins, “non sa nulla e non si cura di nulla. Il DNA, semplicemente, è. E noi danziamo alla sua musica”. Con lui è impossibile mentire sul passato. Tutto rimane e tutto torna. Per i personaggi dell’Antonarelli, così come per tutti noi. 
“... nessuno è solo vittima o solo carnefice, nelle storie degli uomini, spesso si tratta soltanto di creature smarrite sulla terra, alla ricerca di un senso, dimenticate da qualche destino distratto, a volte sfiorate dall’orrore e dal disastro, ma mai nessuna perde totalmente la bellezza...”

La bellezza non la fa da padrona nel testo. Tuttavia è possibile scorgerla in ogni pagina e in ogni parola per il semplice fatto che la vita stessa è bellezza.
Federica Privitera

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