domenica 15 novembre 2015

#CritiCINEMA - Il favoloso (e indiscreto) Giappone di Amélie

 Il modo migliore per apprendere una lingua? Innamorarsi.
Di un Paese, e successivamente, possibilmente, di un suo cittadino.
Ma l'innamoramento porta inevitabilmente con sé un quanto di irrealtà, l'amato è avvolto da una nube idealizzante: è costruirci sopra una stabilità la parte difficile del gioco.

Amélie ama il Giappone, ci è nata e a cinque anni l'ha lasciato a causa del trasferimento dei genitori. A vent'anni ha deciso di riappropriarsene.
La storia è quella autobiografica di Amélie Nothomb, figlia di diplomatici belgi: la scrittrice l'ha raccontata in molti libri, a partire da Metafisica dei tubi (Voland, 2002, Guanda, 2004).

E Il fascino indiscreto dell'amore di Stefan Liberski, uscito a maggio 2015 nelle sale italiane, è una libera trasposizione del suo Né di Eva né di Adamo (Voland, 2008), in cui viene narrato proprio il segmento dell'esperienza giapponese “di ritorno” di Amélie, e la sua storia d'amore con un ragazzo di Tokyo.
Il film lavora sul libro, mantenendo lo spirito, cambiando il finale.
La protagonista Pauline Etienne fa rivivere l'Amélie del romanzo, e dunque l'Amélie scrittrice, in una mimesi che parte dell'aspetto fisico. Emblematico il tableaux vivant finale in cui assume le sembianze di uno degli scatti più celebri dell'autrice (che è poi quello in copertina del libro).

Capelli corti, andatura da giraffa, attitudine francese al sapor di Nouvelle Vague, Amélie -una sorta di ideale doppio dell'altra e del suo favoloso mondo parigino- conosce l' allievo Rinri (Taichi Inoue) in un caffè.
La belga che desidera diventare giapponese, il giapponese “matto per la Francia” apprendono l'uno dall'altra passando dal lei al tu, accorciando le distanze fisiche e mentali, in lunghe passeggiate alla scoperta di una Tokyo nascosta.
«- Ma non c'è niente in questa mostra.
- Non è vero, guardi là.
(In una grande stanza bianca, dei piccoli fiorellini bianchi spuntano dall'angolo di un muro.)
- È bello, è strano?
- Non lo so.
- Rinri, mi faccia vedere altre cose che non riesco a vedere.»

Questione di essenziale invisibile agli occhi?
Eppure il Giappone domina il film, ne è il vero protagonista, indagato con occhio curioso e occidentale, dai cliché alle stranezze, scanditi in momenti di magica sospensione (un uomo che canta al passare del treno, per non disturbare, un concerto di clacson di camion luminosi in un parcheggio), in inquadrature dominate dalla luce.

Amélie e Rinri giocano all'amore come due bambini, teneri e buffi, in un alone di musichette da carillon e storie di streghe cattive. «In Giappone, ogni momento in cui non si lavora è gioco», spiega ad Amélie una ragazza a una festa chiedendole se voglia suonare qualcosa (forse l'equivalenza si capisce meglio col rimando al to play inglese).
Anche se Rinri non scherza affatto: ed è ancora la lingua a salvare la nostra Amélie-bambina dall'impegno che non vuole prendere, spiegando la differenza fra matrimonio e fidanzamento.
«Se stai morendo, scappa.
Se stai soffrendo, datti una mossa.
Non esiste altra legge che il movimento.
La sola cosa disonorevole è non essere liberi.»

Amélie voleva diventare «una scrittrice giapponese venerata e rispettata».
Rinunciando alla giapponesità -nel film per una causa esterna, il maremoto del 2011 (esperienza veramente vissuta dal regista, che la reintegra con immagini documentarie), nel libro per l'impulso stesso alla fuga da una storia d'amore diventata troppo impegnativa-, diventa la Nothomb che conosciamo e amiamo.

Niente da fare, talvolta la vita è migliore nei libri, quando, come ci dice l'autrice nella frase d'epilogo, «Tutto ciò che amiamo diventa racconto».

Giulia Marziali


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