giovedì 29 ottobre 2015

La solitudine del reduce: "Yellow Birds" di Kevin Powers


Yellow Birds 
di Kevin Powers

Traduzione di Matteo Colombo

Einaudi, 2013

pp. 195, € 17


Complici la ricorrenza del primo conflitto mondiale e la tensione che dal 2001 ad oggi attraversa il Medio Oriente, la guerra, tema caro alla letteratura, concreto e metafisico, è tornata prepotentemente sulla scena. Da Matterhorn di Karl Marlantes, uscito negli Stati Uniti nel 2010 (da noi per Rizzoli, romanzo autobiografico iniziato nel 1975 dall’autore, che racconta della guerra del Vitnam, al confine con il Laos, di soldati che combattono nemici dentro e fuori se stessi, immersi fino al collo in “sangue e fango”) fino a episodi tra guerra e guerriglia – aggiornamento del conflitto in chiave contemporanea – come Il demone a Beslan di Andrea Tarabbia (Mondadori 2011, sull’eccidio di 334 ostaggi ad opera di islamici e ceceni), o anche il Corpo umano di Paolo Giordano (Mondadori, 2012) -  il confronto con se stessi – le proprie storie sospese – che alcuni soldati italiani devono sostenere durante la missione nella impervia e pericolosa zona afghana del Gulìstàn, la guerra è tornata grande protagonista tematico di questi primi due decenni di romanzo occidentale. Sicuramente, oltre alla situazione politica ed economica incerta e tesa di queste zone del mondo, e all’equilibrio ancora da trovarsi tra nuove e vecchie potenze, precedenti assetti e futuri, contribuisce alla ribalta del tema la cognizione della catastrofe, l’idea – strisciante, sottofondo presente e cardine di molte delle ricerche più audaci di psicologia e economia degli ultimi anni – secondo cui ciò che stiamo vivendo è una serie di catastrofi che ne svolgono una, più vasta, la cui eco non si sa fin dove giungerà, né il suo portato, ma di cui si possono rintracciare alcune caratteristiche: i fondamenti della civiltà messi in discussione; i frutti del progresso adoperati per i fini più disparati, spesso nocivi per molti; la diffusione della “liquidità” sociale, con la farragine ei disordini che essa implica, ove si diffonda in luoghi ancora impreparati alla modernità; il problema dello spirito e della materia, della religione e del consumo, in ultima istanza, della fede e del fine dell’uomo; eccetera. In questa prospettiva, Yellow Birds di Kevin Powers, soldato sin dall’età di diciassette anni, mitragliere nella guerra d’Iraq tra 2004 e 2005, autore di questo romanzo autobiografico e potente, è esemplare di questo nuovo modo di narrare la guerra, e talmente archetipico nella narrazione schematica e sempre fortemente simbolica degli eventi scelti e descritti da aver ricevuto, proprio per questo, incondizionate lodi da Dave Eggers, Alice Sebold, Philip Meyer, e una considerazione – meno entusiasta ma chiara – anche dal mostro sacro della critica letteraria statunitense Michiko Kakutani.  

Il romanzo, che è breve (non arriva a duecento pagine, nella traduzione di Matteo Colombo) e rapido nell’incedere, è caratterizzato da blocchi narrativi, intrecciati in fase di montaggio, che affrontano il tema della leva militare (e il cameratismo che ne viene), quindi la guerra (introduzione, addestramento, scontri, azioni, riposo dall’azione, di nuovo azione, fine dell’intervento), infine il tema del ritorno (il ritorno dalla guerra da un lato, il tempo precedente alla partenza, dall’altro). I capitoli scorrono veloci, con un linguaggio diretto ma anche allusivo, ovviamente paratattico, come ormai tutta la prosa americana – e occidentale, fatta eccezione per pochi, il Philipp Meyer del “Figlio” (Einaudi, 2014), ad esempio – e un certo gusto, anche tirato un po’ troppo per le lunghe, per rinviare alle pagine finali il giallo della morte del soldato Murph, soldato amico e protetto del protagonista, Bartle, la cui fine è in fondo il motore della narrazione tutta.

Murph appare, nel romanzo, un sommerso, per dirla con Levi: un soldato destinato alla morte, irreversibilmente, come fosse iscritta nella sua storia, nella sua vita, ed egli stesso ne fosse convinto, al punto da non opporvisi. Il senso di colpa porta Bartle a ripercorrere la storia, che diventa narrazione accorata della solitudine dell’uomo nella guerra, della sua assoluta estraneità, dell’incapacità di comprendere profondamente la ragione della guerra. Al sottofondo di scatologia, cameratismo, litigiosità e paura che distingue il mondo dell’esercito, alla presentazione di personaggi severi e odiosi ma in fondo comprensibili anch’essi, nel loro agire e sui motivi del loro agire – il sergente cui risponde Bartle – corrisponde un soldato sempre più solo, e un significato delle cose sempre meno chiaro e più sfuggente. Se i libri sulle grandi guerre del passato tenevano ancora a raccontare la possibilità dell’eroismo, la ragione della patria, il senso dell’atto bellico nonostante la tragicità della vita di trincea e di prima linea, la narrativa bellica ha ormai abbandonato quasi del tutto questa strada (e con essa, il cinema): la guerra è incomprensibile e inutile, sempre; l’eroismo è un eroismo di rassegnazione e ripiego, mai di iniziativa; il mondo non assolverà mai i soldati per ciò che hanno fatto, e nessuno li capirà, né essi cercheranno conforto o compassione. Segno della catastrofe che attraversa questo tempo, il ripiego del soldato su di sé è anche una inquieta abdicazione che l’Occidente, e le certezze che lo muovevano alla guerra, opera, verso il mondo, al ruolo di tutore, alfiere della libertà, difensore di una civiltà in cui nemmeno più sa se riconoscersi.  La solitudine del reduce è il destino cui la solitudine del soldato conduce. 

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