lunedì 19 ottobre 2015

Il mondo non finisce, l'infanzia sì: "Last days of California" di Mary Miller

Last days of California
di Mary Miller
Clichy, 2014

Traduzione italiana di Sara Reggiani

pp. 260
€ 15,00


Se tutte le famiglie felici si somigliano e ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo, Mary Miller sembra dirci però che nessuna famiglia è molto diversa dalle altre, nemmeno quelle apparentemente più strane. E, aggiungiamo noi, che anche tutte le adolescenze sono simili, persino quelle costrette a confrontarsi con la fine del mondo.

Last days of California racconta il viaggio in auto di una famiglia americana (marito, moglie e due figlie) che da Montgomery, in Alabama, vuole raggiungere la California dove, assieme ad altri eletti, assisterà alla Seconda Venuta del Salvatore, Nostro Signore Gesù Cristo. Una famiglia disfunzionale e incentrata sul fervore religioso del padre, ma percorsa da piccole e grandi divisioni tutt’altro che insolite, a partire da quelle generazionali: in un contesto come quello in cui vivono, infatti, alle figlie basta essere adolescenti per porsi in contrasto alle aspettative parentali. Tra le sorelle, però, esistono differenze: Elise, la maggiore, con la benedizione/maledizione di un corpo perfetto, è totalmente a suo agio nella contemporaneità e si ribella in maniera aperta ed esteriore negli atteggiamenti, nel modo di vestirsi, nel relazionarsi con la religione del padre; è anche incinta, ma ovviamente nessuno lo sa tranne la sorella minore Jess. E’ quest’ultima la voce narrante del libro, nonché la vera forza di un romanzo centrato totalmente sul suo punto di vista: riflessiva e più propensa a comportarsi come i genitori si aspettano, la ragazzina non prova gusto a disobbedire ed anzi ci tiene al loro giudizio. Jess però osserva i parenti con distacco, così come mantiene le distanze dal mondo che le scorre accanto, non perché si crede superiore ma, al contrario, perché prova una continua sensazione di inadeguatezza, si sente un’irrimediabile imbranata e le è impossibile prendere la vita con la disinvoltura di Elise, per la quale infatti nutre sentimenti contrastanti: attaccamento, invidia, biasimo.

Perché non sento le cose come le sentono gli altri? Non è che non m’importa della gente. È solo che non riesco a percepirla come reale. Conficco le unghie nel palmo della mano.
ho letto da qualche parte che l’incapacità di provare qualcosa per gli altri è sintomo di malattia mentale, ma io non mi sento mentalmente malata.
Lo scopo religioso del viaggio è un non detto che aleggia su tutti i componenti della famiglia. Non è reticenza, è solo che la loro vita quotidiana è fatta di cose concrete come gli spostamenti e la ricerca di fast food dove mangiare e di posti dove dormire. A dispetto dell’evento epocale a cui si apprestano ad assistere, i quattro personaggi risultano indistinguibili da una tranquilla famigliola in vacanza.
Per chi il relativismo ce l’ha nel sangue, come le generazioni cresciute in un’epoca in cui Dio è morto, Marx è morto e nessun tentativo, per quanto blando, di guardare oltre l’hic et nunc si sente benissimo, è semplicemente impossibile concepire qualcosa di assoluto, figurarsi crederci.
La mia più grande paura è che le cose vadano avanti all’infinito, senza mai fermarsi. L’idea che qualcosa duri «per sempre» mi terrorizza, anche se fossi in Paradiso e fosse tutto bellissimo. Prima o poi dovrà pur finire. E inizierà qualcos’altro.
Quando Jess si imbatte in qualcosa di simile ad un sentimento incondizionato, illimitato, potenzialmente eterno e perciò stesso da lei percepito come naïf, la reazione è di rifiuto: a volte, ad esempio, le sembra di provare per i suoi genitori “un amore talmente intenso che non posso far altro che rinnegare”. Come si riempie il vuoto che la mancanza di fedi (nel senso più lato del termine) crea? Con la nostalgia: le due teenager vanno matte per i film anni ’80, un periodo in cui si poteva essere ingenui e l’ironia non aveva ancora ucciso ogni innocenza.
D’altra parte la religione è centrale in questa famiglia ed in qualche modo ne costituisce il sottofondo, l’ambiente stesso in cui Jess si muove. Impossibile che qualcosa, di questo credo, non sia entrato anche in lei, pur filtrato dai dubbi e dalle domande.
Vorrei tornare indietro a quando non ci pensavo nemmeno, quando andavo in chiesa e a catechismo la domenica, distribuivo gli opuscoli e non mi passava neanche per la testa di dubitare. Ora è tutto un dubbio, all’improvviso, e vorrà pur dire qualcosa.
Le convinzioni del padre, dunque, condizionano l’esistenza degli altri personaggi, ma non aspettatevi un esagitato fondamentalista cristiano o un redneck becero; vista da fuori (lo ribadiamo), la vita di Jess e dei suoi parenti non si differenzia molto da quella delle altre persone, la religione è sì un’imposizione che limita ma non presenta mai il suo volto più autoritario e totalizzante, risultando piuttosto una delle tante regole di vita che da sempre i genitori si sforzano di dare ai figli. Nell’America di oggi, credere nel ritorno di Cristo è solo un po’ più stravagante di altri tipi di educazione.

Una famiglia problematica ma nella norma, quindi, con un padre troppo concentrato sulla sua missione per occuparsi degli altri, una madre ex cattolica che è più infelice di quanto ammetta, una figlia che si ubriaca con gli sconosciuti e poi piange in bagno ed un’altra che si sente goffa e ha problemi nel relazionarsi con gli altri. Se Elise ha un ragazzo ed uno stormo di spasimanti, Jess ha a malapena delle amiche, spaventata dal contatto con le persone: “Non so come si possa volere così disperatamente una cosa e al tempo stesso fare di tutto per non averla”. Tutti hanno la loro dose di solitudine, di rimpianti e di speranze frustrate. E sì che il messaggio di Gesù, quel Salvatore che inseguono nel loro assurdo vagare per l’America, sarebbe chiaro e semplice, a volerlo applicare: amatevi l’un l’altro, e nulla più.
Non è la prima volta che succede, sai? Ogni generazione ha predetto la fine del mondo. Siamo impotenti di fronte alla guerra, alla disoccupazione, alla dipendenza dalle droghe o alla povertà ma possiamo prevederne la fine, e questo rende tutto meno spaventoso.
Mary Miller ha una scrittura asciutta, perfetta per dar voce a Jess: l’autrice si cala completamente nella parte e per tutto il libro sembra davvero di leggere i pensieri di una quindicenne confusa, ingenua e contraddittoria, sospesa tra apatia e pulsione verso l’esterno, momenti infantili e fascino del proibito, lo sguardo sempre attento e preciso nel descrivere se stessa e chi le sta attorno. Il suo modo di approcciarsi agli altri e alla vita commuove, e vorresti non staccarti mai da questa ragazza alle prese per la prima volta col mondo (enorme, sconosciuto, pieno di attrattiva e di minaccia), così come si cerca di mantenere sempre il contatto con quella parte di noi che sapeva fantasticare e provava stupore di fronte al creato e agli esseri umani. L’adolescente Jess agogna la novità, qualsiasi novità, come viatico per una vita diversa da quella che conduce quotidianamente e che le appare insoddisfacente; ci vorrà del tempo per capire che è un’illusione, che ci attirano le cose che non cogliamo e nell’esatto momento in cui poi le viviamo perdono gran parte della loro attrazione, che il disagio interiore è un compagno difficile da superare e che alla lunga anche le possibilità inizialmente più eccitanti diventano routine uguale alle abitudini passate. Per questo si fa il tifo per Jess, perché sta combattendo la battaglia che ha coinvolto tutti noi, quella tra l’ingenuità, il principio di realtà e la capacità di conservare il proprio sguardo pur portando sempre più esperienze sulle spalle.

L’Apocalisse, alla fine, non arriva. Il lettore, totalmente coinvolto dalla prosa di Miller e dal suo personaggio vivo ed indimenticabile, attende sempre l’esplosione della tensione che però non giunge mai: ci si aspetta che la delusione per la mancata Seconda Venuta (e il conseguente fallimento della propria fede) deflagri in maniera eclatante, distruggendo psicologicamente il padre, e invece al mattino seguente tutto riprende normalmente, come se non fosse successo nulla (pessima scelta di parole: in effetti non è successo proprio nulla, il mondo non è sparito!); Jess condivide la frustrazione del lettore quando si accorge che, una volta che finalmente ha perso la verginità, non si sente per nulla cambiata, è la stessa ragazzina insicura che era prima di fare l’amore. Sembra proprio che nel ventunesimo secolo non ci sia la possibilità di incontrare l’Assoluto, la vita trascorre senza scossoni, tra una piccola delusione e un incontro casuale in un bar. Ti svegli un mattino, con un sapore dolceamaro in bocca, e devi solo sperare che tutto ciò che ti ha portato dove sei abbia lasciato un segno in te senza graffiarti troppo, perché crescere e accumulare esperienze significa perdere a poco a poco l’ingenuità, ma anche ampliare se stessi, conoscersi e conoscere gli altri, nelle infinite possibilità che offre l’universo.
li ascolto parlare e ridere, sapendo che non farò mai parte di quel mondo. Me ne starò sempre in disparte, a preoccuparmi delle espressioni che fa la mia faccia, di cosa pensa la gente di me. A osservare le debolezze e i difetti degli altri, le cosce grosse, i denti storti e l’acne, la loro mancanza di sicurezza, le loro paure. Penserò sempre il peggio delle persone e questo mi impedirà di avvicinarmi a loro, perché non sono in grado di accettare me stessa.
Ma allora che deve fare Jess per rimpere il vetro che le impedisce di godersi le cose come le sembra che facciano tutti gli altri? “E’ l’animo che devi cambiare, non il cielo sotto cui vivi” le risponderebbe Seneca. È la vita, diciamo noi, con le sue durezze, e Jess dovrà affrontarla accettando i fallimenti, come suo padre e sua madre, come Elise, come tutti. Occorre sempre trovare un modo per ricominciare, qualcosa in cui credere, per quanto fragile e perituro. Perché non ci sarà nessuna fine del mondo a salvarci dalla sfida di vivere.




Nicola Campostori

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