lunedì 7 settembre 2015

Testament of Youth: una generazione perduta

Foto di Debora Lambruschini

Generazione perduta
di Vera Brittain
Giunti editore, 2015

Traduzione di Marianna D'Ezio

pp. 636
€ 16 


Forse, dopotutto, la cosa migliore che noi sopravvissuti potevamo fare era non dimenticare, e trasmettere ai nostri successori ciò che avevamo vissuto, nella speranza che, quando fosse arrivato il loro giorno, avrebbero avuto più potere di cambiare lo stato del mondo rispetto alla nostra generazione ormai fallita e distrutta. Se solo la grandiosità che noi abbiamo volto alla distruzione potesse spingere loro verso la creazione, se il coraggio che abbiamo dedicato alla guerra potesse essere impiegato per cercare la pace, allora davvero il futuro potrebbe vedere la redenzione dell’uomo invece della sua ulteriore discesa nel caos.

Ricordare e raccontare, imparare dalla Storia per non ripetere gli errori del passato: è la responsabilità dei sopravvissuti ed è lo stesso pesante fardello di cui – come altri prima e dopo di lei - si era fatta carico Vera Brittain quando, dopo più di un decennio dalla fine del primo conflitto mondiale, era riuscita finalmente a scrivere il libro che portava dentro da molto tempo, su cosa abbia significato la prima Guerra Mondiale per quei giovani che l’hanno vissuta. Quella generazione distrutta a cui la guerra ha spezzato vite, sogni, ingenuità; uno spartiacque tra il prima pieno di speranza e aspettative per il futuro promettente e il dopo con il carico di dolore di aver vissuto in prima persona il conflitto. A più di ottant’anni dall’edizione inglese del 1933, solo di recente  la prima traduzione italiana dell’opera probabilmente più struggente, intensa e importante della Brittain, racconto autobiografico – cui seguì nel 1957 Testament of experience – che senza indugio la stessa autrice definisce un “atto d’accusa a una civiltà”. Quella civiltà responsabile di aver trascinato il mondo nel caos di una guerra terribile e che per quella generazione di giovani ha significato la perdita dell’innocenza.

Un memoir che fin dalla prima edizione ha saputo conquistare pubblico e critica e che senza dubbio vale la pena riscoprire oggi che è finalmente disponibile anche in traduzione italiana. Studentessa ambiziosa, scrittrice, giornalista, femminista e pacifista, il racconto di Vera Brittain è doloroso, accorato e poetico: il ricordo si intreccia alle pagine dei diari scritti tanti anni prima, alle poesie, alle lettere; è una riflessione a posteriori con tutti i limiti che questo comporta, ma è anche – e soprattutto – un inno alla gioventù, un ritratto di quella “generazione della guerra” che ha perduto ogni cosa. Ed è la storia di una giovane donna, un’adolescente, per cui le ambizioni personali si scontrano con la Storia, scopre l’amore e il tormento,  fa i conti con il dolore e la perdita, con gli obblighi verso sé stessa e ciò che la società si aspetta da una donna della classe media.
Foto di Debora Lambruschini
Prima dello scoppio del conflitto Vera è un’adolescente cresciuta a Buxton, nel Derbyshire, in una solida, tradizionale, famiglia della media borghesia che non comprende le aspirazioni della ragazza di andare ad Oxford e diventare un giorno scrittrice; il figlio minore, Edward, certamente è destinato a proseguire i suoi studi ad Oxford dove garantirsi un’istruzione e le giuste conoscenze per costruirsi un giorno una solida carriera e una famiglia. Non Vera, non una donna, il cui destino è sposarsi presto e ritirarsi ad una tranquilla vita famigliare. Ma la ragazza che incontriamo nelle prime pagine di questo lungo racconto è una giovane ambiziosa, ribelle perfino, che insieme alla passione per lo studio e la scrittura scopre presto il desiderio di uscire dai limitati confini geografici e mentali di quel mondo, decisa a trovare la propria indipendenza:

Il desiderio di una vita più movimentata e di un orizzonte meno ristretto era diventato un’ossessione e non pensai mai di guardare al matrimonio come a una possibile strada verso la libertà. Da quanto sapevo sugli uomini mi sembrava fin troppo prevedibile che un marito avrebbe limitato ulteriormente le mie aspirazioni, e il fatto che quasi tutti quelli che conoscevo non solo vivevano a Buxton, ma la consideravano l’unico luogo in cui desideravano vivere in tutta l’Inghilterra, ne era la conferma.

Non rifiuta – nè lo farà in seguito - il sentimento che può sfociare nel matrimonio, ma sa che non sarebbe mai disposta a sacrificare sé stessa e le proprie aspirazioni per recitare la parte che la società vorrebbe imporle:

Avevo già deciso che, sposata o meno, mi sarei mantenuta da sola possibilmente scrivendo, e non sarei mai diventata un peso per mio marito, dal punto di vista economico. Già allora credevo che la libertà personale e la dignità nel matrimonio fossero incompatibili con la dipendenza economica, e m’illudevo che quella della letterata fosse una professione in cui si poteva raggiungere rapidamente la fama, e dunque mantenersi da soli.

Trovare un’anima affine che la comprende davvero e condivide con lei le ambizioni letterarie è qualcosa di inaspettato e l’amicizia con il tempo si trasforma in amore: Roland, uno dei più cari amici del fratello di Vera, animo poetico e famiglia meno convenzionale rispetto ai Brittain, conquista il cuore della giovane affascinata da suoi modi eleganti, la mente vivace. Sarà il grande amore della sua vita, insieme ad Edward la persona che più di ogni altra sentirà più vicina. Nel rievocare la scoperta dell’amore, la scrittura si fa intima ed emozionata, carica del sentimento di due giovani che immaginano il loro futuro insieme. È con poesia simile che la Brittain descrive anche il profondo legame che la lega all’amatissimo fratello, giovane riservato amante della musica che proprio di questo talento spera un giorno di poter vivere. 
L’ingresso ad Oxford e la tenacia con cui si dedica allo studio, cercando in ogni modo di colmare le lacune dovute ad un’istruzione non adeguata agli standard richiesti in un’università tanto prestigiosa, segnano un momento fondamentale nella vita della giovane e l’incontro con un ambiente che le rimarrà sempre caro. È tra queste antiche mura che stringe amicizie significative e da un nome al familiare istinto di libertà ed emancipazione che le appartiene fin da giovanissima.
Oxford è tuttavia specchio di un mondo imperfetto, in cui le aspirazioni di una donna devono scontrarsi con una società ancora profondamente patriarcale che, per esempio, permette alle donne accesso all’istruzione universitaria ma non il diritto ad una laurea.

Forse per Vera e per molti altri ci sarebbe stato già abbastanza per cui indignarsi, lottare, soffrire; forse la tenacia sarebbe stata ripagata un giorno dalla realizzazione di tutti quei sogni per un futuro brillante immaginato in quegli anni ad Oxford. Forse quel senso di onnipotenza e possibilità che solo da adolescenti proviamo tanto intensamente avrebbe significato, per alcuni almeno, ottimistica speranza per il futuro, per la propria vita di adulti.
Ma la Guerra è entrata nella vita di quei giovani pieni di sogni e, nel racconto della Brittain, ha cambiato ogni cosa per sempre. All’inizio per lei e probabilmente molti altri è stata solo “un’esasperante interruzione dei [miei] progetti personali”, poi ha preso i contorni sempre più definiti della tragedia che è stata in realtà, si è insinuata in quelle vite, portando via affetti ed innocenza. Per Vera come per altre giovani continuare la vita accademica mentre il mondo va in fiamme, mentre gli uomini che ama lasciano la vita civile, diventa sempre più difficile: nonostante la fatica e i sacrifici fatti fino a quel momento per guadagnarsi un posto ad Oxford, sente infatti il bisogno di dare il proprio contributo al Paese in guerra, impegnandosi in prima persona.  Ed è non senza una certa sofferenza che sceglie quindi di lasciare l’università per un anno ed unirsi – mentendo sulla propria età - alle altre infermiere volontarie come membro della Croce Rossa britannica.
Nonostante il proposito di allontanarsi da Oxford soltanto per un anno, Vera ricoprirà il ruolo di infermiera per tutta la durata della guerra, assistendo in prima persona agli orrori che questa comporta. Ma la fatica del lavoro quotidiano, la vicinanza con il dolore dei soldati che stanno combattendo, è anche un modo per sentirsi più vicina a Roland chiamato al fronte, a Geoffrey e Victor (entrambi parte di quella stretta cerchia di intimi amici), a Edward rimasto indietro che freme per poter dare il proprio contributo dove più necessario, un modo per cercare di combattere il timore che la guerra si insinui tra loro, cambiando i sentimenti e le persone.
Vera - ed ognuno di loro -  si trova improvvisamente a fare i conti con la morte, le atrocità della guerra, la perdita, la sofferenza; di colpo giovani innocenti diventano adulti in una realtà di fango e sangue, di buio e oscurità in cui il mondo è precipitato:

Oggi, ogni volta che penso alla guerra, non è in estate ma in inverno; la vedo sempre in termini di freddo, buio e scomodità, e poi immagino un intermittente calore di eccitazione che ci faceva esultare, in maniera del tutto irragionevole, nel freddo, nel buio e nella scomodità. Il suo simbolo più adeguato, per me, è una candela fissata nel collo di una bottiglia, con la sua piccola fiamma che tremola in una corrente d’aria fredda come il ghiaccio e che tuttavia crea un’illusione in miniatura di luce, contro un’opaca e indefinita oscurità.

Non è un mistero – né tantomeno uno spoiler quindi – che Vera Brittain abbia perso moltissimo per colpa della guerra, ma ciò non toglie sentimento di fronte al racconto della perdita dell’uomo che ama, ucciso al fronte senza nemmeno aver potuto soddisfare la propria ambizione. È un dolore profondo, accecante, che rende estremamente difficile sopravvivere. Ed è per sentirlo ancora una volta più vicino che Vera sceglie il servizio all’estero, prima infermiera a Malta poi, dopo un breve rientro in patria, in Francia. Allontanarsi da quei luoghi che hanno visto nascere l’amore con Roland sembra la scelta più giusta e lasciarsi assorbire dalle fatiche quotidiane il mezzo ideale per nascondere il dolore personale, insieme all’angoscia costante per Edward infine chiamato anche lui al fronte, dove presto si distingue per coraggio e autocontrollo.
Il cuore pesante al ricordo di Roland, la preoccupazione per la vita dell’amatissimo fratello, l’impegno come infermiera e il quotidiano confronto con l’orrore della guerra, sono una prova molto difficile per una giovane donna che, nel rievocare quegli anni difficili, si scaglia contro chi ha permesso tale barbarie. “Il mondo era impazzito e noi eravamo tutte vittime”: vittima chi ha dato la vita per una causa ingiusta, vittima chi ha pagato a caro prezzo, vittima chi resta e deve fare i conti con la perdita e cercare, se non è più possibile vivere, almeno di sopravvivere.
Ricordare e riflettere su quanto accaduto dalla giusta distanza – temporale, emotiva, per questo meno spontanea ma comunque coinvolgente – sicuramente ha permesso alla Brittain di analizzare più lucidamente scelte e sentimenti, ma anche di rendere una storia assolutamente personale in qualche modo capace di raccontare un’intera generazione; il dolore personale trasformato in dolore collettivo, i dubbi, le speranze infrante, le contraddizioni e la paura, il ritorno alla vita e i conti con il passato – storico e personale – si fondono per dare voce a quella “generazione della guerra” di cui Vera sente di essere rimasta l’unica testimone tra le persone che ha conosciuto ed amato.
A raccontarlo è una donna e questo comporta una serie di riflessioni ulteriori su quel mondo ancora ostinatamente patriarcale: è una voce fuori dal coro, straordinariamente moderna, sensibile alla causa femminista.
Ricorda la ritrosia della famiglia nell’accettare le sue aspirazioni letterarie, le discriminazioni del mondo accademico, i timori riguardo un ipotetico futuro in cui dover conciliare con difficoltà ambizioni e famiglia; ma non teme nemmeno di mettere in discussione il ruolo che la stessa società sembra ancora voler riservare alle donne, nonostante il loro enorme contributo durante gli anni di guerra. E allo stesso tempo, mentre è lontana dalla patria e dagli affetti, schiacciata dal dolore per la perdita e costantemente a contatto con le atrocità della guerra, non nasconde indignazione e conflitto di fronte alla scelta tra i propri doveri come infermiera e le necessità della famiglia che, in quanto figlia, contano su di lei, sul suo ritorno a casa per prendersi cura dei genitori:

Angosciata per la disperazione di dover scegliere tra obblighi in conflitto tra loro, invidiavo Edward per la sua impossibilità di lasciare l’esercito, qualsiasi cosa potesse succedere a casa. Ciò che logora le donne in tempo di guerra non sono i compiti inconsueti e strenui che ricadono su di loro, né tantomeno la paura ora dopo ora della morte per mariti, innamorati, fratelli o figli, quanto piuttosto l’incessante conflitto tra richieste personali e nazionali che esaurisce la loro energia e spezza il loro spirito.

Naturalmente l’angoscia per le persone care è reale e toglie il fiato e le perdite che la Brittain ha dovuto affrontare sono state senza dubbio prove difficilissime, da cui pare non si sia mai del tutto ripresa; ma nonostante durante la guerra costumi e convenzioni siano in parte mutati, trovare l’equilibrio di cui parla in quest’ultima citazione sembra consumarla quasi allo stesso modo e le rende difficile, dall’alto della giovanile superbia di cui tutti in qualche modo abbiamo peccato, comprendere che anche per chi è rimasto ad una vita civile la guerra ha significato difficoltà quotidiane, spesso anche fame, umiliazione, terrore dei raid aerei, desiderio e contemporaneamente timore per le notizie dal fronte.
Come tantissimi altri prima e dopo di lei, si  interroga quindi sul senso della guerra, in cui nessuno schieramento “ha il monopolio dei macellai e dei traditori” ma in qualche modo sono tutte vittime: è in questi anni che, insieme alle tendenze femministe, la Brittain matura la coscienza pacifista che le costerà in seguito anche aspre critiche.
E, finita la guerra, tornare alla vita non sarà un processo semplice. Troppe persone amate sono rimaste indietro, troppe promesse infrante. Mi viene in mente una scena di Downton Abbey, lo splendido sceneggiato inglese, in cui una delle protagoniste, Lady Sybil, decidendo di diventare infermiera volontaria, riflette amaramente sulle tante vite perdute per colpa della guerra e dice: "a volte sembra come se tutti i giovani con cui ho mai danzato fossero morti". Deve essere stato il sentimento reale di Vera e di tante donne come lei, a cui sembra che la guerra abbia portato via un’intera generazione, quei fratelli insieme ai quali sono cresciute, quei ragazzi che hanno amato e promesso un giorno di sposare, quegli amici con cui hanno riso e ballato. Stipulata la pace – quella pace imperfetta – i giovani rimasti si sentono soli ed estranei di fronte al sollievo del mondo e incapaci di andare avanti:

Quel mondo era già indifferente a ciò che avevo visto durante quei quattro anni infiniti... era un mondo in cui le persone erano spensierate e distratte, in cui loro stessi, il loro futuro e i loro svaghi avrebbero offuscato gli ideali politici e le grandi questioni nazionali. E di quel mondo brillante, luminoso e sconosciuto io non facevo parte. Tutti coloro con cui ero stata veramente in armonia se n’erano andati: non c’era più nessuno con cui condividere le altezze e le profondità dei miei ricordi.

Affidarli alla pagina bianca, farli rivivere in questo lungo, intenso, racconto autobiografico è il mezzo che Vera Brittain ha scelto per non dimenticare quella generazione spezzata dalla guerra.


di Debora Lambruschini 


3 commenti:

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