domenica 27 settembre 2015

Pillole d'autore: Argo il Cieco di Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino, nato a Comiso, in provincia di Ragusa nel 1920, è stato uno dei più grandi scrittori del Novecento ed è considerato uno dei massimi rappresentanti della narrativa siciliana. Si può definire uno scrittore "anziano", intriso di ricordi. Quando esordisce corre, infatti, l'anno 1981: Bufalino ha più di sessant’ anni e sbalordisce tutti con il suo capolavoro, Diceria dell'Untore. Tra le sue opere, oltre ad Argo il Cieco, si ricordano i racconti de L'uomo invaso(1986), Le menzogne della notte (1988), il giallo parodistico Qui pro quo (1991), Calende greche (1992), la favola  Il Guerrin Meschino (1993) e il suo ultimo romanzo, Tommaso e il fotografo cieco.


Argo il cieco è la sua seconda opera, pubblicata nel 1984. Si tratta di una sorta di diario-romanzo che narra i sogni della memoria di un anziano sessantenne, alter-ego dello stesso scrittore. Il protagonista ripercorre, in un'atmosfera incantata e quasi fiabesca, le sue avventure giovanili. L'anziano si trova nella stanza d'albergo di una Roma invernale e piovosa, intento a rievocare se stesso trentenne nel 1951, in una città siciliana, Modica, estiva e luminosa. Scorre un juke-box di  ricordi programmato a disubbidire, scorrono soprattutto gli amori della sua gioventù per le brune e avvenenti ragazze siciliane, che si sporgono ridenti dai davanzali e dai balconi delle loro case. C'è quindi uno sdoppiarsi dell'io in due città e due età diverse che provoca nel lettore un felice effetto disorientante, ipnotico e allucinatorio.





(Edizione di riferimento: Argo il cieco ovvero i sogni della memoria di Gesualdo Bufalino, Sellerio Editore, Palermo 1984)


"Il luogo dell'incantesimo si nascondeva là, in un angolo della cucina dove c'era la boccia del pesce. Qui l'attenzione degli avventori tornava ogni cinque minuti sui guizzi del carcerato che parevano, nel loro apparente capriccio, eseguire un intreccio di mutole melodie, svelando e velando la celeste cabala della stagione".

"Ero un bambino vecchio allora, invecchiato dalla vita e dai libri, ma sempre bambino. Quanto può esserlo chi sulle cose spalanca, appena si sveglia, due pupille grandi che si sorprendono".

"Silenzi blu della notte neonata, quando, varcando il debole paravento dei muri, sale dalla strada al nostro cuscino, ma subito s'attutisce e si spegne, il passo d'un solitario (ubriaco a zonzo, mammana che rincasa, accalappiacani zelante, adultero del giovedì), e quel sigillo termina il giorno come una mano abbassa morbidamente un sipario".

"All'avventura e ai suoi movimenti ho sempre attribuito nella mia vita virtù di ginnastica igienica. Quanto più salutari, i batticuori, dei malincuori, dei crepacuori! Ricordo che da bambino, per andare a rubare nelle vigne, sceglievo le notti di luna piena e le viti più vicine al campiere addormentato: e che spavento, che delizia, mentre poppavo con le labbra i grappoli come grosse e brune mammelle".

"Perfino il gusto del fantasticare, questo spasso mio del teatro a occhi chiusi, sono felice ogni volta che posso pervertirlo in un rischio della mente. Quasi volessi emulare da fermo il sonnambulo che passeggia su un davanzale largo due palmi e ripeterne nel pensiero le fatali anestesie".

"Il tuo amore è un disordine,una pura fata morgana, polvere negli occhi per frastornarmi".

"Questa cominciava, appena alzata, in pantofoline e vestaglia, a battere con un battipanni un tappeto e già con questa sua musica a introdursi nel mio dormiveglia".

"Pensavo ai miei amori, dicendomi ch'erano infatuazioni, prima che per una donna, per me stesso; e che potevano essere tanti nel medesimo tempo, perché in ognuna amavo me solo. Bisogna prima innamorarsi di sé per potersi innamorare di un'altra".

"Senza preavviso ma dolcemente mi conquisto il difficile orgasmo delle lacrime".

"Non pioveva , ma il vetro del cielo s'era come affumicato, una malanotte si preparava. Noi, senza cappello, esaltati dal vino, guardavamo la valle, le minuscole case, laggiù, i minuscoli uomini, ognuno con la sua pace, con la sua guerra, con il suo borbottare del sangue entro le arterie ad ogni istante più dure".

A cura di Marco Adornetto

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