lunedì 28 settembre 2015

I segreti (non) svelati di Alice Munro

Segreti svelati
di Alice Munro
Einaudi, 2014

pp. 282 
€ 12,00



Traduzione di Marina Premoli            
1^ edizione originale: 1994 (Open Secrets)





Louisa, in tempo di guerra, s’innamora ricambiata di un giovane con cui scambia lettere appassionate ma che non vedrà mai, rimanendo prigioniera del proprio sentimento celato e irrisolto. Una ragazza scompare in occasione di una gita scolastica per non essere mai più ritrovata, ma la timida e insicura Maureen pare per un attimo intuire la verità che si cela dietro a tale mistero. L’amicizia tra Eunie e Rhea deve passare attraverso le complicazioni della crescita, ma non riesce a sopravvivere al cambiamento. Gail si trasferisce in Australia sotto mentite spoglie sulle tracce di una relazione fallita, per ritrovare l’uomo che ama o forse se stessa. Questi sono solo alcuni degli scorci esistenziali che Alice Munro ci permette di intravedere nella sua raccolta.

I racconti che compongono Segreti svelati sono acquerelli, e come tali non possono che disturbare sottilmente chi ama gli olii dai colori intensi e le pennellate pastose. Non è la forte emozione o il colpo di scena che deve cercare chi intraprende la lettura di questa silloge. I testi dispiegano infatti trame dalle sfumature delicate, istantanee che catturano momenti transitori di singole esistenze umane, con cui il lettore può identificarsi, ma senza essere costretto a farlo. La scrittura piana e scorrevole tratteggia scene e caratteri con acume, cogliendo il dettaglio dissonante, il punctum barthesiano che si imprime nella mente di chi osserva e non l'abbandona.

Le protagoniste degli otto racconti che compongono l’opera sono donne, donne che cambiano, donne in transizione o in ricerca, donne che si fanno carico con naturalezza e senza enfasi di decisioni spesso radicali. Il panorama è quello desolato del Canada centro-occidentale, tra Alberta e Ontario, descritto nelle sue cittadine polverose e nella sua ristretta mentalità paesana, sullo sfondo le vicende della fabbrica di pianoforti Doud, vero filo conduttore dell'intera raccolta. Le storie sono ambientate in un passato sempre in bilico tra il prossimo e il remoto, che non si riesce a non sentire irrimediabilmente distante, con un inevitabile effetto di straniamento.

Sono storie che sanno di verità, ma di una verità lontana, che ci tocca solo di sfuggita. La stessa messa a fuoco è parziale, volontariamente ingannevole. Come nei Sillabari di Goffredo Parise, il tema centrale del racconto - quello che realmente preme all'autrice - non viene mai affrontato direttamente, ma sfiorato, lasciato emergere tra le righe, proposto allusivamente al lettore accorto. A differenza di quanto sembra suggerire il titolo dell’opera, i segreti che si nascondono dietro ai fatti narrati non sono quasi mai pienamente svelati e, come in tutte le avventure che scaturiscono dalla vita e alla vita vogliono ritornare, ai testi non è data una conclusione univoca e definitiva: la storia inizia e si conclude in medias res, suggerendo ma non imponendo le possibili linee di sviluppo ulteriore.

I racconti, che pure per estensione e contenuti si configurano come veri e propri romanzi brevi, si pongono all’interno della raccolta come meteore: permettono di intravedere come un lampo alcuni aspetti della vita dei loro protagonisti, per poi lasciarli ricadere nel buio. Permane un senso di malinconica insoddisfazione: troppo è rimasto non detto, troppe ipotesi sono state formulate e sono rimaste senza soluzione. Raramente i personaggi a cui il lettore si è affezionato hanno trovato giustizia, o risposte, o felicità. Più spesso si è lasciato intendere che la loro vita è semplicemente andata avanti, come quella di chiunque, nel solco di una quotidianità che tende a riassorbire tutte le eccezioni, tutti i picchi emotivi. Lo suggerisce la stessa autrice, attraverso le parole di una delle sue protagoniste: “Durante la mia vita mi sono resa conto che è buona regola trarre il maggiore piacere possibile dalle cose anche quando non si è felici”. E allora perché non abbandonare il volume, alla ricerca di qualche emozione più forte, di qualche avventura più epica o clamorosa? Per l’abilità che ha Alice Munro – come del resto molte altre e ugualmente note connazionali, si veda ad esempio Anne Tyler – di creare mondi coerenti, di mostrare l’eroismo della normalità, di osservare gli abissi che si possono spalancare in una psiche femminile, talvolta per futili motivi. Le protagoniste dei racconti, come si diceva, sono donne, donne sensibili, complesse, donne sciocche o brillanti, anticonformiste o appiattite da regole troppo pressanti. Sono però, sempre, donne vive, che fanno appello direttamente al lettore perché si avvicini loro con curiosità e desiderio di conoscenza, come avverrebbe in qualunque incontro casuale, anche al di fuori dei confini letterari.
Quello che pensava davvero era che certe donne, donne come lei, erano sempre pronte a fare la posta a una follia che potesse contenerle. Infatti, che cosa era vivere con un uomo se non vivere nella sua follia? Un uomo poteva avere una follia del tutto normale, invisibile, come la passione per una squadra di pallone. Ma poteva non essere una follia sufficiente, poteva non essere abbastanza grande, e una follia non abbastanza grande rende semplicemente una donna irritabile e scontenta.

Per tutta un’estate Eunie e Rhea giocarono insieme, senza mai pensare che quell’attività fosse un gioco. La chiamavano così per far contenti gli altri. Era la parte più seria della loro vita. Quello che facevano il resto del tempo sembrava frivolo, da dimenticare. Quando scendevano al fiume, dal giardino di Eunie, diventavano persone diverse. Lì, si chiamavano entrambe Tom. I due Tom. Per loro Tom era un sostantivo, non solo un nome. Non era né maschio né femmina. Significava qualcuno di eccezionalmente coraggioso e intelligente, non sempre fortunato, ma – sempre per un pelo – indistruttibile.



Carolina Pernigo