sabato 26 settembre 2015

CriticaLibera - Ritratto di Gagliano

Ritratto di Gagliano.
Inchiostro su carta. Carlo Levi.


Un pomeriggio di Maggio, mi capitò di ascoltare sull’autobus una maturanda che commentava l’opera di Charles Dickens. Si trattava di una tesina sulla fotografia, se non vado errata, che ben si sposava con lo stile “fotografico e dettagliato” dell’autore vittoriano. Tra le mani stringevo Cristo si è fermato a Eboli di Levi e i pensieri cominciarono a viaggiare alla velocità della luce.

Si vanta tanto la letteratura straniera sottovalutando sempre quella nazionale. Inizialmente, scelsi di leggere questo romanzo “nostrano” per colmare le mie lacune riguardanti la cosiddetta letteratura “contemporanea” tanto trascurata sui banchi di scuola. In seguito, questo romanzo si dimostrò una vera e propria rivelazione narrativa. In più, l’accostamento Dickens-Levi non è così impensabile. Entrambi gli autori, sebbene di epoche diverse e con intenti diversi, riescono a tratteggiare e ad abbozzare brillantemente la società e la realtà alla quale appartengono. La medaglia al merito va però al nostro Levi, in quanto riesce a rappresentare perfettamente una realtà che gli è estranea dalla nascita.  

La lettura di questo romanzo la definirei “a sensazioni”. Mi spiego. Al di là del contesto storico e politico che Levi vive in prima persona e descrive, ciò che mi ha profondamente attratta è stato l’affresco della società rurale e retrograda che lo circonda. Una società apparentemente lontana da quella attuale, eppure molto vicina a situazioni tuttora esistenti in Italia. Levi è vicino ai contadini, persone oneste e genuine dalle credenze magiche e sospettose. Persone che non hanno Stato e che vedono ingenuamente nei briganti delle divinità da rispettare per ricevere protezione. Gente che, nonostante tutto, vede al di là dell’ignoranza che le viene additata:

“Per la gente di Lucania, Roma non è nulla: è la capitale dei signori, il centro di uno Stato straniero e malefico.”

Carlo Levi
Il punto forte del romanzo sono le caricature. Carlo Levi, sulla scia della più radicata tradizione italiana, dà un’immagine vivida e ludica delle persone che lo circondano. Sono proprio quelle descrizioni così caratteristiche a travolgere il lettore e a farlo sorridere nonostante l’amarezza che traspare dalla realtà lucana. Levi dipinge i sette vizi capitali della locale borghesia che contrastano con l’aspetto scarno e giallognolo della povera gente. Così il protagonista si divincola, tra sana magia e malsana disonestà distorta, accontentando tutti i locali e divertendosi a fare il lucano in trasferta.

La sua narrativa ricorda i racconti assegnati alle scuole elementari, quelli da leggere per dieci volte per migliorare la lettura e la dizione. Tuttavia non si vuole accusare l’autore di superficialità, al contrario. Levi è un Dickens all'italiana. Rappresenta le persone che lo circondano con un misto di satira e serietà per lasciar passare direttamente e indirettamente un messaggio. Difatti, oltre all'essere rapiti dalla narrativa di Levi, si è altrettanto rapiti da quanti punti in comune ci siano tra la realtà di ieri e di oggi del nostro Paese. In particolare, c’è un passaggio interessante che potrebbe far sospirare molti neolaureati come me:

“L’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”

Un’Italia a noi ben nota, quella ritratta in queste righe. Allora, alla fine della lettura, chiedo ai lettori lucani se riconoscono la Basilicata selvaggia ritratta da Carlo Levi. Lo chiedo esplicitamente perché da italiana e meridionale quale sono, ho ritrovato delle caratteristiche ancora esistenti. Non parlo solo del ben noto slogan “Roma ladrona”, della malasanità o dell’Italia della disoccupazione. Parlo dell’Italia fatta di povera gente che si rimbocca le maniche, che suda, si sacrifica e invecchia prima del tempo. Le pratiche magiche descritte dalla donna delle pulizie di Levi, la “strega” ma piacente Giulia, mi hanno riportato indietro nel tempo, quando mia nonna mi raccontava delle leggende del suo piccolo paesino meridionale. I sacrifici dei contadini e la consunzione fisica che li caratterizza mi hanno ricordato la fatica che leggevo negli occhi di mio nonno quando la sera rincasava.

Il ritratto di Gagliano corrisponde ancora in parte alla nostra Italia e al nostro Meridione. Un Paese in cui anche Cristo deve fermarsi per i disagi sociali, economici e politici, oltre che geografici. In questo modo, l’affresco di Levi lascia ancora un sentore amaro nella bocca del lettore italiano contemporaneo.

Arianna Di Fratta

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