domenica 16 agosto 2015

Pillole d'Autore: "A proposito di Čechov" di Ivan Bunin

A proposito di Čechov è una miniera di tesori nascosti, un libro che porta alla luce materiale letterario e umano di immenso valore, offrendo una prospettiva unica dalla quale scoprire Anton Čechov, come scrittore e come uomo. 
Ivan Bunin - poeta e narratore russo, Premio Nobel nel 1933 - dà vita a questa raccolta di memorie su Čechov (quasi un tentativo, una rivisitazione di biografia) nel 1952, un anno prima di morire. 
Lo spunto di partenza è la pubblicazione dell'epistolario cechoviano in Urss; è grazie a quelle lettere che Bunin intraprende un viaggio nella vita di Čechov e ripercorre la storia della loro amicizia. Leggendo quei frammenti di vita vissuta, scopre commosso quanto Anton Pavlovič gli fosse legato, che considerazione avesse del suo talento di scrittore. 
Il rapporto tra i due comincia già nel 1891, quando un giovanissimo Bunin invia a Čechov i suoi primi racconti, scrivendogli: 

Siete lo scrittore contemporaneo che prediligo, e poiché alcuni amici... che vi conoscono vi descrivono come persona semplice e cortese, la mia "scelta" è caduta su di voi. E ho dunque deciso di rivolgervi la preghiera seguente: se mai doveste avere un po' di tempo libero, dedicate la vostra attenzione - ve ne prego - alle opere del sottoscritto.

Inizia così, con una lettera, l'amicizia tra due dei più grandi nomi della letteratura russa, che dal 1895 si legano l'uno all'altro in modo forte e sincero: un sodalizio umano nonché un continuo confronto letterario.


Čechov è stato il maestro elettivo di Bunin, vicino a lui non solo in una dimensione artistica ideale, ma soprattutto quotidiana e umana. Grazie a questa vicinanza Bunin coglie tutti i colori dell'animo di Čechov, la sua gentilezza, il suo essere schivo ma sempre benevolo, un attento osservatore dell'esistenza e degli uomini. 
I rapporti con i familiari, l'accoglienza o l'ostilità della critica ufficiale russa, la malattia, l'approccio alla vita e alla scrittura: Čechov è ritratto da Bunin in un libro che è insieme un atto di stima e d'amicizia, un omaggio al suo genio
Ciò che è più interessante di questo testo è la sua struttura disorganica e frammentaria. Bunin era già confinato in un letto quando si dedicò al libro, in parte scrivendolo, in parte dettandolo alla moglie. Per questo i ricordi sembrano annotazioni estemporanee che aspettano di trovare una forma: "Le sue pagine vedranno la luce così come le aveva lasciate, qualche ora prima di spegnersi: di qui la frammentarietà di appunti presi secondo quanto dettava l'ispirazione, di qui le bizzarrie della memoria, le imprecisioni circa le letture fatte e alcune ripetizioni di troppo", scrive Claire Hauchard nella prefazione all'edizione Adelphi 2015.

Nel ripercorrere la storia di Čechov e della loro amicizia, Bunin si trova faccia a faccia anche con i propri ricordi di vita, la propria scrittura. Il libro suggella il tempo che scorre ed è anche una riflessione, sempre sottile, sulla morte
Il risultato è un continuo confronto tra due grandi della letteratura: Čechov con la sua essenzialità, il massimo riserbo nel mostrare le emozioni, e Bunin con i suoi impeti passionali, "quasi un bulimico dell'essenza del mondo, dei suoi colori, suoni e odori", per usare ancora le parole di Claire Hauchard.
L'idea del confronto tra due letterati ricorda un'altra grande opera di biografia critico-letteraria, Nikolaj Gogol' di Vladimir Nabokov, un libro che ha a sua volta dei caratteri formali e stilistici unici nel suo genere. Quello che più distingue l'omaggio di Nabokov da quello di Bunin è che quest'ultimo appare del tutto immerso nella dimensione umana cechoviana e in essa si tuffa per raccontare anche se stesso. Leggiamo tra le righe la passionalità di Bunin, spesso impegnato a difendere l'amico dai tanti critici che lo etichettarono senza capirlo. 

Mentre è impegnato a scrivere questi ricordi, Bunin si imbatte anche nelle memorie della scrittrice Avilova, edite in Urss nello stesso periodo. Da queste riemerge la storia dell'amore impossibile, vissuto come un segreto fino alla morte, tra Anton Pavlovič e Lidija. Questo libro è un omaggio anche a lei, alla sua forza fiera e alla sua intelligenza.
Le pagine commosse di Bunin si uniscono a quelle piene d'amore della Avilova e insieme dialogano con frammenti delle opere di Čechov in un risultato che è pura emozione. Non è solo l'incontro di tante diverse dimensioni testuali, ma anche di tre vite straordinarie.


Edizione di riferimento: Ivan Bunin, A proposito di Čechov, a cura di Claire Hauchard (traduzione di Claudia Zonghetti), Adelphi, Milano, 2015.


Lo conobbi a Mosca alla fine del 1895. Ci vedevamo di sfuggita, all'epoca, e non ne parlerei nemmeno di sfuggita se non mi fossero rimaste in mente alcune sue frasi assai tipiche. "Scrivete molto?" mi chiese una volta. Risposi che scrivevo poco. "Male" disse quasi burbero con la sua voce profonda da baritono. Bisogna lavorare, sapete... Lavorare sodo... Tutta la vita". E dopo qualche attimo di silenzio aggiunse, senza un nesso apparente: "Secondo  me, terminato  un racconto bisognerebbe gettare via l'inizio e la fine. È lì che noialtri uomini di lettere concentriamo le bugie maggiori..."

Capitava che ideassimo insieme dei racconti [...] La sua immaginazione non aveva limiti. Quanto a me, mi divertivo a fare l'ubriaco. In una foto amatoriale - non ricordo più chi la scattò - siamo nel suo studio, lui seduto in poltrona, io sul bracciolo. Lui ride, io ho la faccia torva, imbambolata: da ubriaco, appunto [...] Talvolta restavamo in silenzio a sfogliare giornali e riviste. E a ridere delle recensioni - ai suoi racconti ma soprattutto ai miei. 

 Era preciso e di poche parole anche nella vita di ogni giorno. E alle parole dava grande peso; espressioni pompose, false, libresche lo irritavano oltre misura: lui poi si esprimeva in un modo splendido, tutto suo, sempre chiaro e corretto. A sentirlo parlare non lo si sarebbe detto scrittore, raramente ricorreva a similitudini e a epiteti, e se lo faceva non erano mai astrusi, non mirava a stupire l'interlocutore né si compiaceva di un'espressione azzeccata. 

E sempre sulla terrazza, sempre davanti a una tazza di tè: "Mi accusano spesso, lo faceva anche Tolstoj, di scrivere di quisquilie, di non avere eroi positivi: rivoluzionari, Alessandri Magni o quanto meno un onesto capo della polizia, come Leskov. Ma dove volete che vada a prenderli? Noi siamo uomini di provincia, abbiamo città senza selciati, campagne povere, gente stremata [...] Mi dite che i miei testi teatrali vi hanno fatto piangere... Non siete il solo... E pensare che li avevo scritti con tutt'altro intento [...] Io volevo dire alla gente, in tutta onestà: 'Guardatevi, e guardate che vita vivete, brutta e noiosa!...' Perché bisogna che la gente lo capisca; così, una volta capito, cercherà sicuramente di cambiarla in meglio, la vita... Io non sarò qui a vederla, ma so che sarà molto diversa da quella di oggi...."

"Mi leggeranno solo per altri sette anni, vedrete, ma da vivere me ne restano ancora meno: soltanto sei. Acqua in bocca con i giornalisti di Odessa, però". Si sbagliava: avrebbe vissuto meno. Morì serenamente, senza soffrire, all'alba di uno di quei mattini d'estate meravigliosi e silenti che tanto amava. E quando morì, "sul suo viso, tornato giovane all'improvviso, apparve un'espressione di felicità...".


A cura di Claudia Consoli

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