mercoledì 8 luglio 2015

"E la vita in generale?". La risposta, di solito, è una scrollata di spalle.

La vita in generale
di Tito Faraci
Feltrinelli, 2015

pp. 208
15 (cartaceo)
€ 9,90 (ebook)


"Gli americani hanno quel modo di dire: attento a quello che vuoi, perché potresti ottenerlo. A Milano puoi diventare proprio tutto. Un avvocato, un batterista, un giornalista, un manager, una velina, un dentista, un cabarettista, un imprenditore, uno zoologo, un attore... e un barbone, sì. Un clochard, che suona bene. Milano ti dà tutto quello che vuoi. Prego, accomodati. Ma non vedi le note in piccolo, in fondo al contratto." (p. 63)
Confesso di aver aperto La vita in generale con grandi aspettative: molti riconoscono in Tito Faraci un dio dei fumetti, e in tanti lo seguono su Twitter, dove lui ha sempre una battuta salace, un motto intelligente, una riflessione giornaliera. Più difficile era immaginarlo narratore: non perché non sappia raccontare grandi storie - in fondo, ci è abituato! -, ma perché nell'universo dei possibili non riuscivamo a capire in quale genere si sarebbe messo alla prova. Da un lato, Tito è un grande lettore di opere d'azione (mi viene in mente la sua passione per Lee Child e l'hard boiled, ad esempio), ma dall'altro il titolo che mi ha confessato in anteprima, a pochi passi da Irvine Welsh, faceva pensare a ben altro... Sì, non sto delirando: in un locale milanese, mentre festeggiavamo l'uscita del nuovo romanzo di Welsh, Tito mi ha rivelato che il romanzo si sarebbe chiamato La vita in generale, titolo che mi ha subito incuriosito. Ovviamente le domande sono fioccate, ma c'era ancora la doverosa riservatezza pre-pubblicazione. 
Poi, finalmente, il libro. Fin dalle prime pagine, ci si immerge in una Milano che è «folla innumerevole e dispersa, formicaio senza geometria» (p. 103), in cui è facile far perdere le proprie tracce, se la vita tracima e si scende dal ring quotidiano.
Così è accaduto a Mario Castelli, che tutti chiamavano "il Generale" per la sua naturale predisposizione a essere leader. Nell'azienda familiare di tessuti, prima; in strada, poi. Come sia finito a dormire in strada, all'inizio il lettore non lo sa: conosce Mario, i suoi strampalati compagni di vita, le abitudini a cui non può più fare a meno e una fantomatica voglia di giustizia, che si palesa anche lì. Ad esempio, davanti all'abuso e al mercanteggiare di corpi, Mario e i suoi decidono di tendere un tranello a uno sfruttatore di giovani immigrate: anche se i risultati lasciano un po' a desiderare, a spingere il gruppo assortito è la voglia di salvare queste ragazze. Non pensiate a un romanzo da "vendicatori della notte": anzi, non sarebbe proprio possibile, vista l'assenza di pistole e soprattutto di un pasto adeguato, in grado di sfamare e ridare le giuste energie agli uomini. Eppure è impossibile restare con le mani in mano: i senzatetto di Faraci non si sono mollemente abbandonati al loro destino. Ci sono capitati, o hanno scelto di distaccarsi da un mondo che li aveva traditi troppo crudelmente:

Mario Castelli sparì agli occhi del mondo, per scoprire che ne esisteva un altro. Un mondo nascosto, invisibile. Un mondo di uomini come lui: spariti. (pp. 119-120)
E dire che fino a pochi anni prima, Mario era a capo dell'azienda di famiglia, aveva avuto il coraggio di sperimentare e di correre rischi economici per modernizzarsi e ridurre l'orario di lavoro ai dipendenti. Era un capo ideale, perché lui non si era limitato a ereditare, no, lui era partito con la gavetta da operaio per capire fin dal profondo cosa muoveva i suoi dipendenti. Era uno di loro, insomma, un esempio di integrità morale e di talento. In più, Mario aveva una moglie che amava e un amore del passato che avrebbe sposato, se solo... 

Più leggiamo La vita in generale e più si delinea davanti ai nostri occhi una parabola che possiamo via via completare, intuendo quali tappe abbiano sconvolto il protagonista. Intanto, però, il passato chiama, e ha un nome: Rita. Rita è giovane e particolarmente bella, non conosce direttamente Mario ma fin dall'inizio del romanzo lo sta cercando tenacemente per le vie di Milano, dove «il cielo è, come sempre, più arancione che nero, un colore bastardo che sta come uno stendardo appeso» (pp. 132-133). Lei capisce Mario, e non solo per le pagine dei quotidiani, ma per una ragione ben più profonda, che non rivelerò qui per non togliere la sorpresa. 

Mentre si corre per le strade di una Milano descritta benissimo, tra scabra poesia industriale e angoli in abbandono, ci si affeziona ai personaggi e si impara a non dare mai nulla per scontato. Anche una domanda banale, come "e la vita in generale?" non va trascurata con una scrollata di spalle. Anzi!
"E la vita in generale?". La risposta, di solito, è una scrollata di spalle. La vita in generale va avanti, con le solite cose date per scontate: avere qualcosa da mettere nel piatto, avere un posto per dormire, avere famiglia e amici. Questa è la vita in generale. Che sembra ai margini. E invece è il centro di tutto. Io lo so, perché l'ho persa. Ho perso quella vita e, quindi, sono morto. (pp. 186-187)
E il risultato di questa bella fiaba metropolitana è riflettere sul nostro presente e sentirci un po' più fortunati, anche solo per aver letto una storia di vita drammaticamente verosimile, che non cade mai nella trappola di parlare "in generale"! 

GMGhioni



Una frase promemoria:
Un uomo che si nega i sentimenti è un uomo pericoloso. Il suo autocontrollo lo rende incontrollabile dagli altri. (p. 185)

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