sabato 25 luglio 2015

#CritiComics | "Moby Dick" di Olivier Jouvray e Pierre Alary

Moby Dick
di Olivier Jouvray e Pierre Alary
Kleiner Flug, 2015

Traduzione di Stefano Visinoni

pp. 124
€ 15.00


Lo ammetto: "Moby Dick" è il mio libro preferito. Non solo è uno dei pochi libri che rileggo con continuità, ma lo faccio sempre volentieri, consapevole di scoprire ogni volta qualcosa che mi era sfuggito alla precedente lettura. Siccome sono anche noioso, ammetto candidamente che le parti del libro che preferisco sono quelle in cui Melville si mette a descrivere la balena, i suoi processi di lavorazione e l'uso che se ne faceva all'epoca. 

Quelle, sono pagine straordinarie perché sembrano saggistica ma sono letteratura. Melville per raccontarci la balena parte dall'uomo, descrivendo la caccia e i riti a essa collegata, la vita a bordo della baleniera e soprattutto gli usi che gli esseri umani fanno dei prodotti della lavorazione (dall'olio per lampade alle stecche per bustini). Melville la prende alla lontana e man mano che si avvicina alla balena, le dà corpo evitando quasi del tutto le descrizioni della creatura, ma raccontandoci la furia, l'utilità, l'immensità e la forza del cetaceo. Se il demone Achab è descritto per filo e per segno (nel corpo e nell'animo), Moby Dick è una divinità rappresentabile solo tramite porzioni del suo corpo e scampoli della sua Storia.

Melville usa questo stratagemma non solo per rendere la Balena Bianca misteriosa agli occhi del lettore tanto quanto appariva allo spaesato Ismaele, ma anche perché della balena Melville conosceva ben poco. Come tutti i suoi contemporanei, lo scrittore sapeva dire per cosa si usava una balena e poteva dirci come essa appariva spiaggiata, squartata o alle prese con l'attacco dei ramponieri, ma non poteva ad esempio dirci perché l'animale si ritrova sulla fronte un grande ammasso di prezioso grasso oppure come appariva una balena nel suo ambiente naturale: le profondità marine. Per farvi capire che animale misterioso è la balena, rubo le parole a Philip Hoare e al suo bellissimo libro "Leviatano": 
Le balene esistono da prima dell’uomo, ma noi le conosciamo davvero da due o tre generazioni. Prima della fotografia subacquea avevamo del loro aspetto solo vaghe notizie. L’immagine di una balena che nuota nel suo ambiente naturale è più recente della prima foto della Terra presa da un satellite. Il primo filmato subacqueo di un capodoglio, ripreso al largo dello Sri Lanka, risale al 1984: il moto aggraziato di queste enormi e placide creature ci è noto da un’epoca in cui già esistevano i personal computer. Conoscevamo la forma del mondo prima di quella delle balene. 

Nel loro adattamento al classico di Herman Melville (edito da Kleiner Flug), i francesi Olivier Jouvray (sceneggiatore) e Pierre Alary (disegnatore) hanno una visione della balena simile a quella del romanzo. Per buona parte del fumetto, il cetaceo è una presenza continua ma sfuggevole, che viene catturata dal disegno solo per alcuni istanti, come se non fosse possibile descriverla se non attraverso fugaci visioni dei suoi movimenti fuori dall'acqua, senza però dimenticare di posizionare sullo sfondo qualche breve ma puntuale momento descrittivo sulla sua lavorazione. Al contrario di Melville però, i due autori si permettono di mostrarci per intero l'immensità di Moby Dick con alcune illustrazioni a tutta pagina che con forza distruggono la gabbia classica delle tavole precedenti per raccontarci tutta la forza, la grazia e l'inconsapevole crudeltà della balena. 

La sceneggiatura di Jouvray compie la mossa intelligente di basare la sua struttura non tanto sul rapporto tra Ismaele e il Capitano Achab, quanto sugli attriti e i punti in comune che coinvolgono due coppie di personaggi: Quiqueg e Ismaele, Achab e il suo primo ufficiale Starbuck.
Grazie al primo incontro tra il cannibale Quiqueg e Ismaele (spaventoso e comico al contempo), Jouvray rilegge il loro rapporto come fosse un buddy-movie, raccontandoci un'amicizia vera e gioiosa anche se non priva di dolori.
Diversa invece la relazione tra Achab e Starbuck, continuamente assediata dai demoni del Capitano che il Primo Ufficiale cerca prima di domare e poi di comprendere, sentendo su di sé il peso della sconfitta di non essere riuscito a salvare l'anima persa del Capitano.
Jouvray ci racconta dolore di entrambi i personaggi con due sequenze inaspettatamente intime e toccanti, capaci di descrivere a fondo il legame che li unisce.


Jouvray impone pochissimi ma significativi cambiamento al suo adattamento. Quello più vistoso riguarda l'inizio della storia che, in questo caso, non si apre con il classico Chiamatemi Ismaele. Nel fumetto, il protagonista inizia la sua avventura aggrappato alla bara di Quiqueg, sopravvissuto a un naufragio e tratto in salvo dalla Rachele, un nave di passaggio. Qui Ismaele comincia a raccontare la sua storia, con un lungo flashback che si conclude proprio con la distruzione del Pequod da parte di Moby Dick. E' solo dopo tutto questo che il protagonista può finalmente dire di chiamarsi Ismaele, perché l'esperienza del Pequod lo ha forgiato come uomo ed essere umano.

La sceneggiatura è ben supportata dai disegni di Pierre Alary, che riesce a intercettare gli stati d'animo dei protagonisti attraverso uno stile cartoonesco che si rivela inaspettatamente funzionale anche nelle sequenze di caccia o nel lungo e concitato duello finale tra Achab e Moby Dick. Alary si fa aiutare anche dai colori (realizzati insieme a Didier Gonord) e, scegliendo una paletta limitata basata quasi esclusivamente sui toni del giallo-arancione e dell'azzurro (e sul loro contrasto), riesce a infondere al racconto un'atmosfera originale e interessante.

Il "Moby Dick" di Jouvray e Alary è un'occasione per avvicinarsi al romanzo di Melville o per scoprirne nuove sfumature.

Matteo Contin

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