mercoledì 17 giugno 2015

Un po’ Tacito un po’ Chateaubriand, molto Django: "Oroonoko" e Aphra Behn, prima romanziera d’Inghilterra

Oroonoko – Nobile Schiavo
di Aphra Behn
Traduzione di Adalgisa Marrocco (testo a fronte)
Rogas Edizioni, 2015
pp. 345

€ 16




La prima domanda che viene da farsi, quando si gira pagina 345 e si arriva alla conclusione di un romanzo di tale densità, è questa “Possibile non averla conosciuta prima?”. Già perché Oroonoko – Nobile Schiavo di Aphra Behn è uno di quei libri che scavallano il mero dato letterario per andarsi ad incastonare, come gli occhi fatti di gemme di certe statue antiche o idoli che sarebbero sbriciolati senza troppi pensieri da qualche miliziano del Daesh (o ISIS o Stato Islamico come lo si vuole chiamare), nella Storia dell'umanità.

La vicenda di Oroonoko pare una sorta di archetipo per ogni altra storia di “eroismo&colonialismo” di là a venire. Si prenda un nobile principe africano, Oroonoko, il quale  si innamora della più bella tra le fanciulle, Imoinda, figlia di un valoroso condottiero. I due si amano ma il loro sentimento, neppure fossimo nei Promessi Sposi, viene osteggiato dall’anziano tiranno che prima sposa Imoinda e poi, vedendosi impossibilita a far spegnere il loro sentimento, pensa bene di dividerli, rendendoli schiavi. I due però, dopo alterne vicissitudini, si ritrovano, ambedue in schiavitù, nella colonia britannica del Suriname. Qui però i guai non finiscono e il finale non può certamente dirsi un lieto fine.

L’autrice, Aphra Behn è da molti considerata la vera “fondatrice del romanzo inglese”, essendo nata nel 1640 e avendo pubblicato Oroonoko nel 1688. E già questo basterebbe per rendere tale libro preziosismo, ma non abbiamo finito qui. Infatti bisogna considerare come la scrittrice sia vissuta realmente in Suriname, in quanto il padre lavorava nella missione diplomatica britannica e quindi quando, ad esempio, descrive la natura lussureggiante di questo Paese del Sud America, parla con perfetta cognizione di causa. Una testimonianza diretta del mondo coloniale inglese letta e vista con gli occhi di una donna educata, intelligente e critica nei confronti del Regno: cosa desiderare di più?

Oroonoko, proprio come l’indigeno Venerdì del futuro Robinson Crusoe  di Daniel Defoe  (che lo scriverà, è bene ricordarlo, solo nel 1719), è ribattezzato dai bianchi Cesare perché, alla stregua del condottiero romano, egli incarna il comando, il coraggio e la fierezza. Questa nobilita d’animo (“nobile” è uno degli aggettivi che maggiormente ricorrono per descrivere Oroonoko) si riflette, per contrasto, con l’atteggiamento meschino e baro degli uomini bianchi che, sia al momento della cattura in Africa, sia durante le vicissitudini in Suriname, vengono presentati in maniera molto negativa. Similmente ai condottieri barbari descritti da Tacito nei suoi Annales, Aphra Behn, pur non pronunciandosi in maniera aperta o diretta, denuncia i crimini dell’impero coloniale britannico con la forza dei “dati di fatto. Si prenda ad esempio, capitale, le seguenti righe in cui vediamo Oroonoko nutrire seri dubbi sulla lealtà, nello rispettare i patti, degli uomini bianchi, nonostante le rassicurazioni di quest’ultimi sul fatto che “spergiurare significa fare peccato e quindi essere dannato per l’eternità, questo implica la nostra religione”:

Allora, ditegli che io giuro sul mio onore e che, venendo meno alla mia parola, sarei spregiato e schernito da ogni uomo onesto e di valore, ferendo a morte il mio animo. L’umanità sarebbe afflitta e umiliata, ogni uomo sarebbe ferito, ingannato e oltraggiato. Nell’aldilà, la punizione spetterebbe a uno solo e l’umanità non conoscerebbe il castigo divino, poiché tutto è avvolto dal segreto e impiega tempo a compiersi. L’indegno uomo, invece, continua a patire il disprezzo e lo scherno altrui, morendo ogni giorno per colpa della cattiva fama, che diventa più importante della vita stessa. Non parlo per persuadervi, ma solo per dimostrare l’errore di chi crede che un uomo possa essere fedele ai suoi Dei, quando invece tradisce se stesso.

Parole tonanti quelle pronunciate dal nobile condottiero indigeno, in un n inglese squillante e cristallino, ars oratoria cesellata nei migliori college del Regno, mutuata sull’esempio dei Classici e reso alla perfezione dalla traduzione di Adalgisa Marrocco. La bellezza del volume edito da Rogas Edizione (oltre alla gustosa riproposizione del frontespizio originale del 1688) è il fatto che compare il testo a fronte inglese originale, così che si possa condurre una “lettura doppia” molto utile a comprendere in maniera ottimale la carica appunto retorica, nel suo significato più alto, del libro.

La storia e i personaggi, con anche la forte critica non soltanto all’imperialismo ma anche in un certo qual modo alla religione dei bianchi, è veramente da considerarsi un primo passo verso tutta una serie di storie e pensieri, da, giustappunto, Robinson Crusoe a Renè/Atalà di Chateubriand sino ad approdare al film di Quentin Tarantino Django Unchained

Un guerriero tribale che riesce, grazie alla perfetta unione tra indole naturale(il buon selvaggio rousseviano è ad un passo) e cultura assimilata (Oroonoko infatti impara i grandi esempi dell’antichità, dall’immancabile Cesare alle imprese di Annibale) ad incarnare il meglio dell’umanità. Un personaggio tremendamente moderno e attuale oggi, nell’epoca in cui tutto si confonde. Chissà che tra le centinaia di migliaia di migranti che in questi anni, mesi e giorni affollano le coste del Mediterraneo, non si nasconda anche qualche altro Oroonoko? Non lo si può sapere ma speriamo solo  che noi uomini bianchi, anche grazie ad una scrittrice inglese del’600, abbiamo imparato, finalmente, la lezione.

Mattia Nesto 

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