giovedì 4 giugno 2015

Piccola dea

Foto di Debora Lambruschini
Piccola Dea
di Rufi Thorpe
Sonzogno, 2015

traduzione di Cristina Vezzaro

pp. 269
€ 16,50

Se c’è una cosa che ho sempre apprezzato enormemente della letteratura statunitense, dai classici alla produzione contemporanea, è il coraggio con cui moltissimi scrittori si interrogano sulla società in cui calano le loro storie, senza pudori o falsi moralismi, raccontando contraddizioni, peccati e vanità, miti e cadute, del mondo e delle persone. La fine del mito borghese, le ingiustizie sociali, l’odio e l’ipocrisia, la complessità dei sentimenti, superficialità e consumismo.. Solo alcuni esempi di temi e spunti di riflessione che la narrativa americana indaga con sguardo lucido, senza vergogna, spingendosi spesso oltre i limiti imposti. Ovviamente non esistono assoluti in letteratura e questa riflessione non è per sua natura che una considerazione parziale su un panorama editoriale complesso e variegato; ma quella libertà di esprimersi è sempre stata, almeno per me, uno dei tratti caratteristici più intriganti della letteratura nordamericana. Oggi, in cui molti tabù sono stati abbattuti e scandalizzarci, sorprenderci, diviene forse più difficile, l’America non smette di osservare la propria contraddittoria società, in alcuni casi regalando al lettore un nuovo punto di vista su luoghi e persone che in qualche modo non ci sembrano del tutto estranei, spingendoci a guardare oltre.
Una critica attenta che ho piacevolmente ritrovato anche in Piccola Dea, romanzo d’esordio di Rufi Thorpe, recentemente edito in Italia da Sonzogno. Partiamo dagli essenziali: Piccola Dea è, a tutti gli effetti, un romanzo di formazione nel senso più tradizionale del termine, in cui la protagonista – e in questo caso anche voce narrante della storia – ripercorre in un continuo spostarsi tra il presente della sua vita di adulta e gli anni dell’adolescenza, la propria vicenda e quella della persona a cui è da sempre legata da un’amicizia estremamente profonda, gioie e drammi quotidiani di due ragazzine cresciute nel quartiere di Corona del Mar, Newport Beach, che con fatica e traumi differenti cercano di diventare adulte e trovare, sà va san dire, il proprio posto nel mondo, la propria identità.


L’amicizia è quindi il cuore del romanzo, un tema che non smette mai di incuriosire scrittori e lettori che costantemente si confrontano con esso, nelle innumerevoli sfaccettature che il sentimento può assumere ma che, nella sua declinazione al femminile, mancava in effetti un po’ dalla scena letteraria recente; mentre il rapporto da un punto di vista maschile è stato osservato, solo per limitarci ad uno degli esempi più recenti ed interessanti, in Shotgun Lovesongs, romanzo – d’esordio, anche in questo caso – di Nickolas Butler. E in effetti di storie d’amicizia virile, la letteratura statunitense è piuttosto ricca; dare invece un punto di vista interessante ed originale al sentimento d’amicizia che lega due ragazze, due giovani donne, è a mio avviso qualcosa che mancava da un po’ e che è stato piacevole ritrovare nel romanzo della Thorpe, scelta che risulta estremamente interessante proprio per la capacità dell’autrice di raccontare dell’amicizia gli aspetti meno camerateschi, edificanti, convenienti, affettuosi, ma concentrandosi invece su tutte quelle zone d’ombra e difficoltà che possono far parte di un rapporto. In primo luogo, soprattutto, l’incapacità di conoscere davvero, fino in fondo, l’altro, anche quando esso è la persona con cui abbiamo condiviso una parte tanto importante della nostra vita, mettendolo a conoscenza dei nostri segreti più profondi e scabrosi, credendo ciecamente nel sentimento che ci lega. Mia – la voce narrante – e Lorrie Ann sono infatti due ragazzine nella California di inizio anni ’90 che la vita divide per qualche tempo, senza mai spezzare del tutto – almeno apparentemente – il sentimento che condividono, anche oggi, quasi trentenni, ognuna concentrata sui propri drammi. Estremamente diverse per carattere ed aspetto, le persone che sono è la stessa Mia a chiarirlo senza equivoci all’inizio del romanzo:
Per me, la mia amica Lorrie Ann era era la buona, mentre io ero la cattiva. Lei era la bella (e in maniera sconvolgente, come un dipinto di Vermeer) ma io ero sexy (a tredici anni bastava un po' di Labello alla ciliegia per sentirsi sexy). Eravamo entrambe sveglie, ma Lorrie Ann era riflessiva mentre io ero furba, lei seria e io scaltra. Se lei faceva la sentimentale, io diventavo sarcastica. Di solito le amicizie tra ragazze vengono catalogate e riposte in scatole piene di cartoline e biglietti di concerti, ma qualsiasi cosa ci fosse tra me e Lorrie Ann, non fu tanto semplice da archiviare.
Se poi davvero i confini siano così netti, quanto profonde cattiveria o bontà, dell’una o dell’altra, sono elementi da scoprire una pagina dopo l’altra, mentre i giudizi che siamo stati tanto pronti a formulare cambiano via via che la storia prende vita.
Ciò che appare chiaro fin dall’inizio è la profonda ammirazione di Mia nei confronti di Lorrie Ann, così perfetta e fuori posto in quel luogo abitato da esseri umani tanto volgari ed imperfetti:
Gli avevo decantato tutto ciò che di incredibile, di quasi divino c'era in lei: la sua etica – misteriosamente senza un’origine, forse un vero esempio di generazione spontanea -, le sue incredibili doti di nuotatrice e il suo naso adorabile, l’amore che, come una santa, provava per il figlio, l’infinita allegria a fronte dell’orribile sacrificio, la sua sensualità alla Vermeer, la sua intelligenza sprecata, il suo coraggio, più di ogni altra cosa: il suo coraggio.
Una “piccola dea” insomma, da ammirare, proteggere, venerare. Ma idealizzata da chi la ama tanto profondamente e non si rende conto del suo essere umana e come ognuno di noi capace di sbagli, capace di meschinità. Ma nello sguardo benevolo di chi le è tanto disperatamente affezionata, il dramma che costantemente si intromette nella sua vita è una punizione che non merita, un castigo divino a cui la dea reagisce però sempre con coraggio, bontà, sacrificio, devozione. La caduta del mito, la scoperta della sua umanità sarà ovviamente tanto improvvisa e chiara quanto devastante. Ma fino a quel momento Lorrie Ann, nonostante avversità e debolezze, resta la martire bellissima cui la sorte mette più volte alla prova, a partire dalla morte dell’amatissimo padre, Terry, musicista country di scarso successo:
E la morte di Terry non era che il primo segno, il primo ticchettio alla finestra di Lorrie Ann da parte di quegli uccellacci del malaugurio. Durante gli anni successivi ne arrivarono altri e altri ancora, a saltellarle attorno muovendo su e giù le loro creste spelacchiate, con la pelle rossa e scorticata che si staccava dalle loro teste.
Lorrie Ann la buona, costretta più volte a confrontarsi col dolore, messa alla prova di fronte alla malattia, la morte, la povertà, la solitudine, la frustrazione.
Le differenze tra loro si fanno via via sempre più evidenti, a partire da quella scelta presa quando l’una a distanza di poco più di un anno dall’altra scopre di essere rimasta incinta: Mia, coerentemente nell’interpretare il suo ruolo di “cattiva” sceglie con apparente freddezza e rimorso alcuno di mettere fine a quella maternità indesiderata a cui, quindicenne, non solo non è pronta ma convinta anche di non esserne degna per via di quel suo “cuore nero” che le rende impossibile l’amore; Lorrie Ann al contrario, proprio per quel suo essere buona,  fa la scelta opposta, la più difficile, che avrà conseguenze tanto inaspettate quanto drammatiche, portando avanti la gravidanza, sposando Jim il padre del bambino – ovviamente un bravo ragazzo, che la ama sinceramente -, sorprendendo tutti con la sua decisione. Perchè implicitamente capiamo che se qualcuno meritava di andare via da Corona del Mar, dal disagio, dall’insuccesso, era proprio la bella e buona Lorrie Ann. Non era lei a dover rimanere incastrata poco più che adolescente con un bambino, a non andare al college sprecando così la sua intelligenza, il suo potenziale, senza possibilità alcuna di fuggire da quel buco di provincia. Ma è proprio la sua vita invece che sembra andare a rotoli, segnata dalle difficoltà e dalla sofferenza, perchè, come ricorda Mia, dalla morte di Terry è un susseguirsi di prove sempre più ardue da superare: Zach, il bambino, nasce con un gravissimo danno celebrale, Jim per far fronte alle costosissime cure necessarie al figlio decide di arruolarsi e perderà la vita in Iraq, lasciando a Corona del Mar l’amata Lorrie Ann sola e sempre più in difficoltà.
Forse, come lei stessa crede, non sarà giusto ma è proprio Mia “la cattiva” ad andarsene per prima da quel luogo, da quella vita di famiglie disfunzionali, alcolizzati, violenza, povertà e disperazione. L’inaspettata opportunità è l’ammissione a Yale, l’occasione per costruirsi una vita ben al di là di quanto avesse osato sperare di meritarsi:
E mi avevano preso. Mi avevano preso ed ero diventata quello che ero diventata. Il prezzo di tutto ciò era stato un bambino mai nato. Quello era stato il dazio che avevo dovuto pagare.
Il college mette una distanza tra Mia e Lorrie Ann che sarà difficile da colmare, rende i rapporti complicati, meno spontanei e complici mentre le loro vite prendono strade diametralmente opposte e poco sembra restare di quelle due ragazze di Corona del Mar che condividevano segreti e piccole crudeltà quotidiane. Mia, in quella vita che costantemente sente di non meritare – come se tutto si riducesse a questo – prima a Yale, poi impegnata a costruirsi una carriera nell’ambito degli studi classici traducendo insieme al compagno – ecco, l’amore, qualcos’altro che non merita – un antichissimo poema sumero. La storia della dea Inanna, forte, coraggiosa, messa alla prova, madre, moglie, donna bellissima e sensuale: non è forse straordinariamente simile a Lorrie Ann, la piccola dea che venera da tutta la vita?
Mentre l’esistenza di Mia si fa appagante, stimolante, ricca di passioni, quella di Lorrie Ann va in pezzi, trascinando la bellissima dea sempre più in basso, che si macchia di colpe e difetti che, nonostante tutto, ancora Mia non riesce a vedere fino in fondo.
Ma Lorrie Ann è una martire, una madre affettuosa che coraggiosamente ha scelto il sacrificio e che forse, nasconde un oscuro dolorosissimo segreto, un male profondo e tanto crudele che è quasi impossibile da accettare. Ma che è la sola spiegazione possibile per l’acuta disperazione che ha devastato la sua vita.
Ho sempre pensato che Lorrie Ann fosse una vittima di Dio. L’idea che fosse la vittima di un uomo era in un certo senso molto peggio.
Entrare nelle vite di Mia e Lorrie Ann, toccarne la sofferenza, l’affetto che le lega, i sogni, le insicurezze e i sensi di colpa, è qualcosa di intenso e tangibile come quella California decadente lontanissima da ricchezza e sorrisi smaglianti che immediatamente siamo portati ad immaginare; sono due vite che Rufi Thorpe tratteggia con maestria, permettendoci di osservare da un punto di vista nuovo l’America e i sentimenti: ne mette in luce tutti i difetti più vergognosi, vizi e contraddizioni che inevitabilmente stridono con l’ideale che amiamo ricordare. Questo è il sogno americano che si infrange, è l’errore e il fallimento di un sistema sanitario che siamo – erroneamente – portati a credere infallibile ed esemplare e delle cui conseguenze nessuno sembra capace di assumersi le responsabilità; è l’assurdità di una guerra con cui ancora non abbiamo smesso di fare i conti, di vittime e famigliari, di orrori impossibili da dimenticare e scelte con cui dover convivere per il resto della vita, delle salme di giovani soldati mandati a morire o di veterani che hanno perso moltissimo e di cui portano segni che non sempre si possono chiaramente vedere.
Ed è, ancora, il coraggioso, duro, racconto della maternità, senza dubbio una delle parti più interessanti del romanzo, che la Thorpe non ha paura di indagare tra luci ed ombre, mettendo in scena punti di vista scomodi che ci spingono però, come ogni volta, a riflettere su preconcetti e moralismi. L’aborto, innanzitutto, e il carico di sofferenza, senso di colpa, le conseguenze psicologiche o fisiche che può generare, un’unica azione che sembra in qualche determinare in maniera indelebile chi sia Mia, quale il ruolo dal quale è impossibile affrancarsi. O la riflessione – dolorosa, complessa, necessaria – su etica e scienza, sul potere decisionale di una madre, la difesa della vita ad ogni costo; e, in parallelo, il racconto dell’altra faccia del sistema sanitario e dei servizi sociali:
abbiamo perso completamente la testa, cazzo, per cui adesso "la cosa giusta da fare" è fargli soffrire delle pene che non augureremmo al nostro peggio nemico. Questa è la cosa civile da fare. Lasciare che si torturi a morte nel suo stesso corpo rifiutandogli di morire.
Due donne che vivono o rifiutano la maternità e sulla base delle loro scelte diventano martiri o colpevoli. Due amiche il cui legame, si è detto, è al centro della vicenda, insieme al dubbio che lentamente si insinua su quanto davvero conosciamo l’altro:
E se non l’avessi conosciuta davvero? E se tutti questi anni avessi visto solo quello che mi aspettavo di vedere, quello che volevo vedere?
Riflessione che, per sentimenti e con esiti differenti, abbiamo seguito di recente – e anche questa volte per voce di una scrittrice americana, neanche a dirlo – anche in un romanzo seppur molto diverso da questo della Thorpe altrettanto forte, ancor più sorprendente e “disturbante”, Gone Girl di Gillian Flynn da cui è stato tratto lo scorso anno il film omonimo arrivato fino alla corsa agli Oscar grazie alla conturbante protagonista, la glaciale Rosamund Pike. Un punto di vista impietoso, a tratti cinico, su rapporti e sentimenti, ma proprio in tale peculiarità il potere di spingerci oltre, di riflettere liberi da condizionamenti e buonismi.

È il potere della letteratura, di una storia che non teme di raccontare l’oscurità dentro ognuno di noi, con linguaggio crudo, pervaso di accattivante realismo, che ci restituisce un’immagine dell’America e degli uomini, meno edificante e patinata, certo, ma probabilmente molto più vera e necessaria. È la letteratura che, ancora una volta, mi sorprende e cattura, procura disagio, insinua il dubbio, mette a rischio sicurezze ed assoluti.

di Debora Lambruschini

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