domenica 21 giugno 2015

#CriticaNera - Tra noir e romanzo storico: "Manzoni e la spia austriaca" di Umberto De Agostino

Manzoni e la spia austriaca
di Umberto De Agostino
F.lli Frilli Editore, 2015


Una delle caratteristiche che conferisce omogeneità al noir europeo contemporaneo è la confluenza di diversi generi letterari. Mi spiego: le narrazioni di Conan Doyle o quelle di Agatha Christie avevano il loro nucleo in un enigma, un mistero, un omicidio che si mutava in una sfida intellettuale. Ciò che davvero contava era arrivare alla soluzione e tutta l'arte narrativa era concentrata nel modo in cui l'investigatore riusciva a risolvere il rompicapo. La storia personale di Sherlock Holmes, Poirot o Miss Marple era un di più, utile ad arricchire la trama, ma non certo centrale. E ciò che muoveva questi personaggi non era l'ideale di giustizia, ma bensì la sfida che implicava la soluzione dell'enigma. L'arresto del criminale era solo un effetto collaterale, come dimostra il capostipite di questi detective, ovvero quell’Auguste Dupin creato da Edgar Allan Poe.

Poi, però, sono arrivati gli americani. Raymond Chandler e Dashiell Hammett in testa hanno rivoluzionato il poliziesco creando il sottogenere dell'hard-boiled, che in Italia è stato esplorato con successo da Andrea G. Pinketts, e che è possibile riscontrare in quasi tutti i romanzi noir contemporanei. Con Chandler e Hammett diviene centrale la figura del detective, la sua storia e l'ambiente che lo circonda, il più delle volte urbano e degradato. Ecco che questa forma di noir, una volta sbarcata in Europa, inizia ad assumere quella che sarà la sua modalità attuale, ovvero una cronaca disincantata della realtà. Il delitto diviene pretesto per dare spazio ad altre istanze che sono la critica nei confronti della società in cui si muove il detective, la volontà di narrare un determinato periodo storico, la denuncia sociale, la riflessione sul passato (nostalgia e memoria), eccetera. Quindi nel noir confluiscono forme e strategie del romanzo realista, del romanzo storico, del romanzo rosa, del saggio o della spystory. Lo spartiacque è la seconda guerra mondiale, a cavallo della quale inizia a scrivere un tal George Simenon, creatore del commissario Maigret, ovvero il modello indiscusso di tutti i commissari letterari e cinematografici degli ultimi cinquant’anni.
Manzoni e la spia austriaca, ultima fatica di Umberto De Agostino ed edito dai F.lli Frilli, è un noir contemporaneo in piena regola. Anzi, si potrebbe dire che siamo di fronte a un romanzo storico scalfito a tratti da una trama tra il poliziesco e la spystory. Il sipario si apre in Francia, durante l'estate del 1858. Camillo Benso conte di Cavour incontra in gran segreto Napoleone III. Il risultato della riunione sarà un accordo preliminare dell'alleanza franco-piemontese che in parte contribuirà alla nascita del futuro Regno d'Italia. A Milano, pochi mesi dopo, il tenente Sacchi dell'Imperial Regio esercito del Lombardo-Veneto viene inviato come spia nella villa di campagna di Giuseppe Arconati-Visconti, in Lomellina. Il marchese è un cospiratore milanese in contatto con gli ambienti risorgimentali piemontesi e con le alte cariche del governo sabaudo. Nella sua dimora sul confine tra Piemonte e Lombardia si trama ormai da tempo per liberare Milano dal giogo asburgico e portare a compimento il lavoro lasciato a metà nel 1848. L'incarico di Sacchi prevede, per l'appunto, quello di scoprire i piani del Regno di Sardegna ai danni dell'Austria nel Lombardo-Veneto. Il giovane tenente porterà a termine la missione non senza aver conosciuto Alessandro Manzoni, ospite degli Arconati, ed essere scoperto. Nella fuga dalla villa dei marchesi uccide un loro dipendente e viene ferito dal colpo di pistola del colonnello Strada, ufficiale piemontese che innesca dal giorno seguente una vera e propria caccia all'uomo per tutta la Lomellina e che si concluderà con un duello all'arma bianca. Nel frattempo le truppe austriache oltrepassano il Ticino invadendo le zone di confine del Regno di Sardegna, mettono a ferro e fuoco interi paesi e perdono la loro prima battaglia contro l'esercito piemontese nei pressi di Palestro.
Nel suo saggio sul romanzo storico, Alessandro Manzoni scriveva che è necessario bilanciare la finzione letteraria e la verità storica al fine di dare vita a una narrazione verosimile per quanto concerne l'ambientazione e le atmosfere storiche, ma comunque finta per quel che riguarda i personaggi principali e le loro vicende. In ogni caso, il lettore deve essere in grado di riconoscere e riconoscersi in quello che sta leggendo. Non c'è dubbio alcuno che De Agostino rispetti i precetti manzoniani, e lo fa per di più in un libro che vede l'autore dei Promessi sposi tra i personaggi secondari. Il Risorgimento, però, non è solo sfondo storico di questa avvincente spystory, ma è vero e proprio protagonista. Si noti infatti che i due personaggi principali, Sacchi e Strada, rappresentano in maniera emblematica le due anime dell'Italia dell’epoca: il primo tradito dal Regno di Sardegna si arruola nell'esercito austriaco per vendicare la memoria del padre; il secondo, invece, mosso da sentimenti patriottici ha come missione la cacciata dell'invasore dai territori lombardi e veneti e l'indipendenza della Penisola italiana. Se per Sacchi i piemontesi rappresentano una manica di traditori che si stanno vendendo alla Francia, per Strada gli italiani a libro paga degli Asburgo sono meritevoli di un unico destino, la morte. 
Sulla frontiera tra due Italie, divise dal corso del Ticino, si gioca l'intera tensione narrativa, dando come risultato un romanzo pienamente godibile e, se non fosse abbastanza, istruttivo. De Agostino dimostra infatti di conoscere molto bene la storia del Risorgimento e della Lomellina, che negli anni '40-'50 del XIX secolo era una delle frontiere più calde d'Europa. 
L'alternanza tra storia e finzione e l'interrelazione tra i numerosi personaggi storici e i relativamente pochi personaggi fittizi, conferisce a Manzoni e la spia austriaca una verosimiglianza particolarmente suggestiva. Il lettore si ritrova infatti immerso nell'atmosfera risorgimentale, che rimanda a un'epoca in cui non c'era l'Italia, ma sì gli italiani, a ricordarci che la libertà e l'autonomia di cui godiamo oggi è anche il frutto del sacrificio di migliaia di uomini e donne. Al di là della retorica, in un Paese come il nostro che non si guarda mai indietro, e per questa ragione non può neanche guardare avanti, un romanzo come quello di De Agostino non è solo lettura consigliata, ma indispensabile. Non aggiunge certo nulla di nuovo a quanto non sappiamo o possiamo sapere, ma, come solo la letteratura sa fare, restituisce sul Risorgimento una prospettiva del tutto originale, che ci dice qualcosa sull'Italia di ieri e, di riflesso, su quella di oggi: unita, indipendente e più ricca, ma enormemente impoverita nello spirito.

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