venerdì 26 giugno 2015

"L'appartamento" di Mario Capello: un posto piccolo, ma pieno di trappole

L'appartamento
di Mario Capello
Tunué, 2015

pp. 95
€ 9,90


Fate molta attenzione con L'appartamento di Mario Capello: è un romanzo breve, ma funziona come un racconto lungo. So che sembra un gioco di parole per secchioni non troppo spiritosi, ma non è così: vi sto mettendo in guardia. Un romanzo è una narrazione conclusa che insegna via via al lettore come farsi leggere e gli lascia il compito di cercare tra le sue stesse pagine la soluzione alle proprie domande – o l'impossibilità di trovarne. Con i racconti è diverso: un racconto è una trappola. Come osserva Paolo Cognetti in A pesca nelle pozze più profonde (minimum fax, 2014), la storia narrata da un racconto è più ampia della sua pura estensione fisica, comincia prima della prima pagina e finisce dopo l'ultima, e spesso la porzione che ci è dato di leggere non è nemmeno la più importante. Quindi alzate le difese. State per leggere un racconto: tutto quello che vi dirà potrà essere usato contro di voi, per depistarvi.


La storia è a prima vista lineare. Angelo, ex freelance editoriale, dopo la separazione dalla moglie Marzia si reinventa agente immobiliare e lascia Torino per trasferirsi in provincia, nel paese di Cortemaggiore. La decisione di lasciare l'editoria è drastica: Angelo vuole cambiare vita, lasciarsi alle spalle una vita studentesca protratta ben oltre i limiti naturali e barattare ambizioni e velleità giovanili con la solidità di un'esistenza forse banale, ma finalmente adulta. Tornare al paese per rifugiarcisi come in una tana, ricominciare da zero. Quando Angelo conosce il signor Ferrero, un uomo sulla settantina che cerca un appartamento da regalare al figlio, tra i due si instaura subito una tensione carica di silenzi e sottili reticenze, che evolve in un'amicizia quieta e trattenuta. Finchè un giorno Ferrero chiede all'amico di leggere un suo manoscritto, la storia della sua vita: una storia destinata a strappare il velo sottile di un mondo piccolo-borghese che, sotto la sua apparente inerzia, rivelerà ad Angelo un lato oscuro sepolto e insospettabile.

Qui la linearità si spezza. Da un momento all'altro, la storia di Angelo cambia direzione e la sua percezione della vita a Cortemaggiore si carica di sottotesti nuovi.
... potevo immaginare casa mia, gli orti cresciuti ai bordi del paese, le strade dove avevo giocato da piccolo, dove aveva giocato mio padre, sentendomi parte di qualcosa che nascondeva qualcos'altro. Senza sapere di essere in guerra, o dentro il gioco più simile a una guerra che l'uomo fosse riuscito a inventare.
La stessa cosa succede al lettore de L'appartamento: quello che fino a poco prima sembrava il tipico racconto della crescita individuale di un personaggio in via di ricostruzione, d'improvviso prende una piega del tutto imprevedibile. Da una pagina all'altra, Capello ribalta il tavolo confondendo le carte. Angelo si smarrisce, e noi con lui. Siamo tutti caduti nella prima trappola.

Eppure, anche prima della svolta che porta il passato di Ferrero a prevalere sul presente di Angelo, a ben vedere la linearità del racconto è una copertura. Con il sostegno di una scrittura rigorosamente controllata e insieme profondamente evocativa, Capello cela sotto la quotidianità ripetitiva di Angelo (fatta di caffè al bar, appuntamenti di lavoro, cene solitarie e passeggiate serali) ben più radicate complessità sotterranee. Temi e istanze che durante la lettura restano confinati alla periferia del nostro campo visivo intervengono subdolamente a moltiplicare e complicare i significati del racconto. Lo stesso Angelo, nelle sue pulsioni e motivazioni, è molto meno sincero su se stesso di quanto vorrebbe farci (e farsi) credere. Inevitabile: in passato veniva "pagato per leggere, per cercare buone storie". Come fidarsi fino in fondo di un narratore abituato a trattare con l'inaffidabilità di ogni narrazione?

Angelo, dice, vuole diventare finalmente un adulto. Vuole lasciare Torino per dire addio al simbolo stesso del suo fallimento evolutivo, l'appartamento che durante gli anni dell'università aveva condiviso con altri studenti e dopo con la moglie e il figlio. Una casa da studente, con camere da studente e poltrone da studente. Una casa che rispecchia perfettamente il modo con cui Angelo, fino ad allora, aveva risposto al richiamo del mondo degli adulti: concedendo alla propria esistenza piccoli aggiustamenti incaricati di dissimulare l'incapacità di autentiche trasformazioni. Quando Marzia torna a Cortemaggiore a vivere dai suoi, Angelo si guarda intorno e si scopre
a invidiarglielo, quell'appartamento piccolo-borghese, con le mattonelle di finto marmo bianche screziate di marrone. Con i gerani sul davanzale e la televisione incassata nel mobile da soggiorno. Le invidiavo la confidenza con i gesti che, fino ad allora, avevamo attribuito agli adulti. Forse erano sempre stati lì, sottopelle, pronti a emergere come certi virus. I gesti degli adulti veri. Noi, semmai, ne eravamo dei pallidi imitatori.
Di essere un imitatore Angelo ormai è stufo. Per questo decide di lasciare l'editoria: non vuole più limitarsi a leggere le storie degli altri, vuole costruirsi una vita propria, autentica, adulta. Basta con il precariato editoriale, i manoscritti, le bozze, le esistenze inventate di un mondo letterario che, negli anni, gli si era rivelato non solo meschino, ma anche sfigato. È ora di crescere.
Avevo rinunciato a vederla specchiata, la vita, per entrarci. Per farne parte davvero.
Un argomento, questo, su cui Angelo insiste più volte: come se, oltre al figlio Marco (non molto contento del nuovo lavoro del padre), volesse persuadere prima di tutto se stesso. Vivere "senza storie e libri" si può, lui l'avrebbe fatto.

Qui sta la seconda trappola. Angelo può raccontarsi quello che vuole, ma la verità è che non sa fare a meno delle storie. Come resistere all'attrazione magnetica per quel mondo ignoto e variegato che pulsa appena dietro gli occhi di uno sconosciuto, o al di là della soglia di casa sua? Ecco perché l'agente immobiliare: vendere case e leggere manoscritti non sono poi due mestieri così diversi. Entrambi estendono l'orizzonte visibile dell'immaginazione oltre i confini sorvegliati a vista della confidenza reciproca. Non a caso, tra le parole più frequenti usate da Capello, spiccano termini come "fessura", "pertugio", "ferita", "breccia": necessarie conseguenze dell'atto di entrare in uno spazio altrui (una storia, una casa) per rubarne uno sguardo, trasferire con la mente la propria vita in quel nuovo mondo. Come quando, la sera, Angelo si apposta per spiare l'esistenza della famiglia di sua moglie dispiegarsi dietro finestre non sue. Qualsiasi forma assuma la sua vita, è e resta un osservatore. Quando legge una storia:
Pensai... a come entrare nelle storie degli altri fosse un pertugio, un buco in cui affondare lo sguardo dentro una camera oscura.
O quando visita una casa.
Il più delle volte mi ritrovavo a immaginarmi come fosse, vivere lì, con loro, come loro. Mi vedevo fumare una sigaretta guardando fuori da quella finestra così incassata da sembrare un bovindo d'altri tempi. O fare il bucato usando la lavatrice nascosta nel bagno di servizio. Cose così, da poco.

Proprio la passione per le storie rappresenta il punto di innesto tra la vita di Angelo e quella di Ferrero. Se al primo piacciono le storie, il secondo ne ha giusto una da raccontare. E che storia: dietro la facciata linda e noiosa di un'esistenza provinciale, Ferrero porta in luce una polveriera ancora calda di occulti gruppi paramilitari, attività di disinformazione, servizi deviati, strategie di tensione, piani sovversivi di guerriglia e controguerriglia, artiglierie nascoste e pronte all'uso, con i nomi della più oscura storia recente italiana che, stridendo, risuonano nella linda cucina di Ferrero: Piazza Statuto, Cossiga, De Lorenzo, Moro, i centottanta giorni.

Così Angelo, che voleva evitare le storie, finisce per conoscerne una troppo grande per lui. Troppo grande per chiunque: perciò Capello sceglie di filtrarla attraverso l'esperienza personale, diretta ma quasi sempre marginale, di Ferrero. Il quale può così svelare se stesso lasciando in ombra, taciuti, sfiorati o sussurrati, nomi e fatti ancora troppo inquietanti persino per un anziano narratore. Per lo stesso motivo, una volta concluso il racconto di Ferrero (tanto atteso e quasi temuto, e poi riversato tutto d'un fiato sulle spalle dell'ascoltatore), finisce anche la storia, quasi di botto. I due si sorridono e si salutano, Angelo torna a casa, è una sera d'estate: l'indomani lo aspetta il lavoro, gli immobili da vendere, i sabati a pesca con Marco.

Sembra un finale interrotto, molti recensori ci hanno visto una mossa sbagliata, una promessa mancata; invece è solo l'ultima trappola. Come nella maggior parte dei racconti moderni, la storia svicola il momento della resa dei conti. Cosa farà Angelo del manoscritto di Ferrero? Cos'ha imparato dalla sua storia? Come proseguirà la sua vita ora che il velo è caduto? Il racconto non ce lo dice, la conclusione resta sospesa, al di fuori del vero e proprio spazio narrativo. Oltre la soglia dell'appartamento.


Luca Pantarotto
@HoldenCompany

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