venerdì 22 maggio 2015

Ribeyriana #3: Gli Scritti apolidi: un inventario di enigmi per una realtà in frammenti

Scritti apolidi
di Julio Ramón Ribeyro
La Nuova Frontiera, 2015

Traduzione: allievi scuola di traduzione editoriale Tuttoeuropa

pp. 131
€ 15,00


Dopo il romanzo I genietti della domenica e gli otto racconti di Solo per fumatori, la recente traduzione degli Scritti apolidi completa una sorta di ideale "trilogia ribeyriana", aggiungendo alla nostra conoscenza dell'opera di Julio Ramón Ribeyro un terzo, fondamentale elemento: la scrittura frammentata e dispersa del pensatore aforista. La raccolta comprende duecento pensieri, bozzetti, riflessioni e soliloqui che ci restituiscono il volto di Ribeyro nella sua essenza più autentica: l'osservazione della realtà svincolata da sovrastrutture narrative e ridotta a puro sguardo. Un volto i cui tratti combaciano perfettamente con quelli del ritratto in quarta di copertina.

Nella foto Ribeyro fuma, e distoglie gli occhi dall'obiettivo. Sembra distratto. Il bello è che non ha l'aria di essere una posa, un'espressione posticcia assunta così, tanto per aderire all'immagine stereotipa dello "scrittore riflessivo": sembra davvero distratto. Come se un attimo primo fosse stato lì, concentrato, a pensare al momento, al fotografo, a dare un altro tiro alla sigaretta, e un attimo dopo, di colpo, la sua mente si fosse sintonizzata su lunghezze d'onda del tutto diverse, remote: il bicchiere di Bordeaux sul tavolino, la sonata barocca ascoltata la sera prima, la ragazza in jeans attillati incrociata quella mattina mentre andava al lavoro, i mille scalini della spiaggia dei Faraglioni di Capri al tramonto, la portinaia con cui aveva scambiato le solite quattro parole di rito sulla soglia della sua tristissima loge, i complessi di inferiorità degli scrittori peruviani, i complessi di superiorità dei critici, quei due giovani innamorati in Place Falguière...

Era fatto così, Ribeyro: si distraeva sempre.


Uno dei miei difetti principali è la dispersione, l'impossibilità di concentrare a lungo il mio interesse, la mia intelligenza e le mie energie su una cosa determinata. I confini tra l'oggetto della mia attività del momento e ciò che mi circonda sono troppo elastici e attraverso di essi si infiltrano richiami, tentazioni, che mi spostano da un'occupazione all'altra.

Non che sia molto sincera, come lamentela: tutto sommato a lui piaceva così. Proprio in quella tendenza alla dispersione, in quei confini mentali così elastici e fluidi da consentire l'ingresso alle più diverse sollecitazioni esterne, affonda le radici la modalità creativa prediletta da Ribeyro: aprire gli occhi, lasciar vagare la mente, prendere un foglio e donare corporeità e temporalità agli oggetti delle sue distrazioni. Come gli capitava di fare a Parigi, in certi pomeriggi primaverili: pomeriggi

come questo di oggi, soleggiato, dorato, non si vivono, ma si prendono a spicchi e si mangiano come un mandarino. E a tal fine non c'è niente di meglio che i tavolini all'aperto di un caffè, una bibita tonificante, una vacanza dall'attenzione, un lasciare che il nostro sguardo a riposo riceva e archivi le immagini del mondo, senza preoccuparsi di trovarvi ordine, senso o priorità. Essere solamente il vetro attraverso cui la vita ci penetra intatta.

E penetrava eccome, la vita, dal vetro dello sguardo di Ribeyro. Penetrava in mille rifrazioni, frammentandosi, ramificandosi, offrendo di sé prospettive e colori ora luminosi ora oscuri: immagini mai uguali a se stesse, mai coerenti o organiche. È così che nascono gli Scritti apolidi, che poi sono apolidi proprio per questo: non perché frutto delle riflessioni di un "apolide", ma semplicemente perché, per la loro stessa natura occasionale e non-letteraria, non riuscirono mai a trovare collocazione in altri libri, continuando a vagare tra le carte di Ribeyro senza scopo né funzione. In disordine. Un disordine che costituiva il vero essere del loro autore, e che si trasferiva dal suo modo di percepire la realtà ad attività molto più ordinarie come, per esempio, tenere in ordine la casa:

Quando resto solo in casa come ora, bastano due o tre giorni perché intorno a me si instauri il disordine che mi ha sempre accompagnato ai tempi in cui ero scapolo. Disordine che giunge peraltro con tutta naturalezza, come emanasse da me stesso, e che costituisce in realtà il mio vero ordine.

Il disordine di Ribeyro non era però solo il "vero ordine" della sua vita: è anche l'intrinseca attitudine del mondo. La percezione del mondo è disordinata perché il mondo stesso è caotico, contorto e in fondo incomprensibile. L'incapacità di fissare a lungo l'attenzione su qualcosa, di isolare un singolo elemento nella molteplicità di stimoli intellettuali, visivi e sensoriali dell'esistenza in tutte le sue manifestazioni, deriva dal carattere intimamente illusorio di quelle stesse manifestazioni e si traduce abbastanza inevitabilmente nell'impossibilità di un discorso organico e coerente sulla realtà. Da cui l'ambigua importanza assegnata al dubbio nell'interpretazione del reale.

Viviamo in un mondo ambiguo, le parole non vogliono dire niente, le idee sono assegni scoperti, i valori mancano di valore, le persone sono impenetrabili, i fatti un groviglio di contraddizioni, la verità una chimera e la realtà un fenomeno così vago che è difficile distinguerla dal sogno, dalla fantasia o dall'allucinazione. Il dubbio, che è segno di intelligenza, è anche la tara più nefasta del mio carattere. Mi ha permesso di vedere e di non vedere, di agire e di non agire, mi ha impedito di formarmi solide convinzioni, ha ucciso persino la passione e alla fine mi ha dato del mondo l'immagine di un vortice nel quale affogano i fantasmi dei giorni, senza lasciare nient'altro che briciole di avvenimenti insensati e un vano e immotivato gesticolare.

Il passo, tra parentesi, spiega facilmente anche la predilezione di Ribeyro per una forma narrativa "interrotta" come il racconto breve: tanto che persino I genietti della domenica, il suo più grande romanzo, è organizzato in forma non unitaria, ma episodica, come una sorta di raccolta di racconti a tema. Il racconto breve è per sua stessa natura una "narrazione incompleta", come lo definisce bene Paolo Cognetti in A pesca nelle pozze più profonde (minimum fax, 2014). A differenza del romanzo, non prova neanche a comprendere in sé tutta la storia che vuole raccontare: "comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos'altro deve ancora accadere". È un tipo di narrativa spezzata, frammentaria, particolarmente congeniale a uno spirito incline alla dispersione intellettuale come Ribeyro. Non per niente, nell'ultima prefazione alla raccolta integrale La palabra del mudo, per definire i suoi racconti Ribeyro ne richiama appunto la natura essenzialmente disgregata: "fragmentos de mi vida", frammenti della mia vita.

Eppure non bastava ancora. Nei racconti c'era troppa narrativa. Al momento di fare un bilancio della propria variegata produzione letteraria, Ribeyro non ebbe dubbi: la parte migliore di sé non stava nei racconti, ma proprio nei testi che compongono gli Scritti apolidi. Solo in queste pagine Ribeyro sentiva di aver raggiunto lo scopo che aveva sempre associato alla vera funzione della scrittura: lasciar passare la vita così com'è, senza filtri né artifici, senza impalcature letterarie che la rendano artefatta e fangosa, falsificandola e attribuendo al reale un ordine fasullo che nulla ha a che vedere con la sua inafferabile autenticità. Ciò che voleva fare lui era semplice, e difficilissimo:

lasciare dei segnali, piccole tracce di giorni che non meriterebbero di figurare nella memoria di nessuno. In ognuna delle parole che scrivo passa il filo del tempo, il mio tempo, la trama della mia vita, che altri decifreranno come il disegno nel tappeto.

E la cosa davvero affascinante è che per trovarla, quella trama, non bisogna nemmeno andare troppo lontano.

Non credo che per scrivere sia necessario andare in cerca di avventure. La vita, la nostra vita, è l'unica, la più grande avventura. La carta da parati di un muro che abbiamo visto da bambini, un albero all'imbrunire, il volo di un uccello, quel volto che ci ha sorpreso sul tram possono essere per noi più importanti dei grandi avvenimenti del mondo. Forse quando avremo dimenticato una rivoluzione, un'epidemia o le nostre peggiori sventure rimarrà in noi il ricordo del muro, dell'albero, dell'uccello, del volto. E se rimangono, è perché qualcosa li rendeva memorabili, c'era in loro qualcosa di imperituro, e l'arte si nutre soltanto di quel che continua a vibrare nella nostra memoria.

Da questo punto di vista, gli Scritti apolidi di Ribeyro sono vita distillata in forma scritta ma non letteraria, priva di organizzazione e unità interna al pari di quel mondo di cui vogliono costituire il riflesso traslucido. Una raccolta ironica, malinconica, spesso disincantata, quasi sempre sull'orlo della "tentazione del fallimento" (La tentación del fracaso è il titolo dei diari di Ribeyro), che segue l'andamento erratico delle distrazioni del suo autore.

Così, gli spazzini del metrò che grugniscono in argot gli fanno venire in mente gli svantaggi delle rivoluzioni, che non fanno altro che trasferire i problemi sociali da un gruppo all'altro. L'impiegata delle Poste che rifiuta di consegnargli una raccomandata per un minuscolo errore nel nome gli ricorda "Minerva nell'atto di disarmare un soldato troiano per lasciarlo indifeso di fronte a un greco": gli dèi dell'Olimpo di ieri si sono reincarnati nei grigi burocrati di oggi. Un incontro inatteso con un vecchio amico di cui aveva perso le tracce gli richiama alla mente "l'infinito concatenarsi delle circostanze favorevoli perché questo incontro sia avvenuto".

Nelle pagine degli Scritti apolidi, Ribeyro salta senza sosta di palo in frasca, alternando temi, toni e registri senza ordine né priorità. Donne, vecchi e bambini lo conducono a riflessioni sull'amore, le età della vita e l'inesorabile solitudine di ogni individuo. Osservazioni casuali su libri e letteratura si sviluppano in riflessioni sul senso della cultura, della critica ("i critici lavorano con i concetti, gli artisti con le forme. I concetti passano, le forme restano") e della scrittura. Ma ci sono anche bozzetti di figure, personaggi, descrizioni sintetiche di interni o paesaggi, ricordi, idee stravaganti come quella di una banca dei servizi ("Trovare il modo di metterci in contatto per scambiare le nostre azioni. Io faccio questo per te qui e tu quello per me lì").

Insomma, la vita in tutte le sue forme, così com'è, senza mediazioni di sorta se non quella, ridotta al minimo, dello sguardo di Ribeyro. Uno sguardo onesto, che non ha mai avuto la presunzione di imporre se stesso a ciò che vedeva, ben sapendo che "il rompicapo della realtà" è un enigma troppo complesso da ricomporre:

ho vissuto mischiato ai pezzi sparsi, senza sapere dove collocarli. Così, per me vivere sarà stato come cimentarsi in un gioco di cui mi sono sfuggite le regole e dunque non aver trovato la soluzione dell'enigma. Per questo, tutto quello che ho scritto è stato un tentativo di mettere in ordine la vita e di spiegarmela, tentativo vano che è culminato nell'elaborazione di un inventario di enigmi... Se mai ho avuto una certezza nella vita è che non esistono certezze. Buona definizione, questa, di scetticismo.


Luca Pantarotto
@HoldenCompany

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