martedì 19 maggio 2015

#PagineCritiche - "L'uomo e la morte" di Edgar Morin


L’uomo e la morte 
di Edgar Morin,
Traduzione e cura di Riccardo Mazzeo
Trento, Erickson, 2014

pp. 370

Di Edgar Morin, sociologo francese e interprete autorevole di una trasversalità disciplinare che include la sociologia, l’etnologia e la semiologia, viene presentata una nuova traduzione di L’uomo e la morte, del 1951. Morin, nella prefazione, in un dialogo con il critico Riccardo Mazzeo, spiega come abbia trovato sempre nuova linfa per una riconsiderazione globale del problema della morte. Se sono cambiate notevolmente le relazioni che intercorrono tra la vita e la morte e anche la biologia e la genetica hanno contribuito in modo esponenziale ad un miglioramento e prolungamento della qualità della vita, essa è ancora un fenomeno inevitabile, un “susseguirsi di un accumulo di errori a cui neppure i batteri possono sfuggire”. Nel proprio “eterno” peregrinare Morin ha cercato le risposte alla morte; l’incontro con studiosi importanti, come i biologi Leslie Orgel e Jean Claude Ameisen, colloca ad un livello comparativo i progressi della scienza biologica  in stretta correlazione con le esperienze sociali e culturali di aspettativa di vita.
L’idea di un arrivo alla sovrumanità pone anche una serie di interrogativi sul controllo della genetica e della medicina che contrastano con le visioni teologiche caratterizzanti le dottrine filosofiche anche attuali. Se Morin, con i precedenti studi, sentiva l’urgenza di una metodo, di una nuova mentalità, che potesse provocare un cambio di idee e di prospettive, in cui al posto della frammentarietà l’uomo sapesse interpretare la complessità del reale, il vivere in una condizione costante di rischio, abbandonando di conseguenza la pseudo-sicurezza di un programma, ciò che diviene importante, alla luce dei suoi nuovi approfondimenti, ora il problema si concentra nella complessità delle interazioni biologiche e sociali per cui l’innato ( l’irrazionale) e l’acquisito (il certo che si ottiene dai progressi e dalle sperimentazioni genetiche) si oppongono ma ugualmente si associano.
L’uomo e la morte diviene un libro intersecante e ancora attuale come tutti i saggi e i contributi nati dagli studi di Morin. L’antropologia moderna vi occupa un posto privilegiato: l’aspetto umano viene osservato e studiato da un punto di vista soprattutto fisiologico, psicologico e i fenomeni culturali sono connessi alla natura delle scienze, elementi quindi non sufficientemente trattati organicamente, secondo Morin, dall’antropologia e dalla medicina nel corso del Novecento .Gli studi recenti tendono ad associare con maggior evidenza, la realtà umana alla sfera del mito e dell’immaginario.
Ecco come l’antropologia proposta da Morin va a configurarsi in un universo biologico, fisico e cosmico che arriva a toccare il problema di vita delle nuove generazioni e della possibilità di creazione e di cambiamento demografico, fonti di nuovi problemi sociali e politici. Morin sottolinea come negli ultimi decenni sia tornata in auge l’idea dell’immortalità e della transumanità in antitesi alla fatalità esterna, improvvisa e brutale. “La morte non cambia, ma cambiano le condizioni della morte”.


Il volume è suddiviso in quattro parti che comprendono un’ampia parte introduttiva riguardante l’Antropologia della morte . In particolare nel capitolo La morte in comune e la morte solitaria, oltre alla tragicità bellica, che costituisce un nucleo di analisi a sé stante e con possibilità interpretative anche discordi, Morin dà un quadro esaustivo sul significato che assume la morte per l’individuo singolo all’interno di specifiche situazioni collettive sociali. Il punto di arrivo ci riporta dunque a quello di partenza confermando che il dato preistorico ed etnologico della morte è un dato totalmente umano, cioè antropologico. L’affermazione dell’individuo, intrinseca nel dato preistorico, è il carattere proprio dell’umano ed è esso che sviluppa e approfondisce il progresso della civiltà. [1]La prima sezione è intitolata Le concezioni primarie della morte. Qui Morin rimette in circuito il concetto delle metamorfosi nelle coscienze arcaiche: le trasmutazioni non sono altro che le “sparizioni e le riapparizioni in cui ogni morte annuncia una nascita, e ogni nascita deriva da una morte”. La seconda parte tratta Le cristallizzazioni storiche della morte. La terza sezione indaga La crisi contemporanea e la «La crisi della morte». Morin si interroga sulla crisi del pensiero sulla morte che avviene dopo la seconda metà del Novecento quando l’idea della morte porta a frantumare la vita stessa “liberando ed esasperando le coscienze improvvisamente lasciate senza freno”. In quello che Morin definisce il naufragio del pensiero, l’individualità ricorre alle “sue ultime risorse cercando delle risposte per rimuovere il concetto di morte “facendo appello alle forze vitali più primiginie. Se l’individualità supera questa crisi, con le proprie implicazioni antropologiche, non può essere superata se non con la risoluzione della crisi stessa.

L’ultima interessante sezione è dedicata a Tanatologia e azione contro la morte. L’umanità si identifica nelle radici e nel proprio destino terreno dove viene bandita ogni idea presunta di immortalità” e di paradiso sulla terra. Accogliere veramente la vita vuol dire accettare che “non abbia alcuna ragione esterna ad essa”.




[1] Ivi, p. 57.

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