mercoledì 27 maggio 2015

Marina Plasmati, "Il viaggio dolce"





Il viaggio dolce
Marina Plasmati
La lepre Edizioni

pp 166
16,00


Era come se avesse il mondo dentro al cuore, non davanti agli occhi

Il viaggio dolce” è quello che il protagonista del romanzo di Marina Plasmati sta per compiere di lì a breve, fatale ed ultimo. Il protagonista resta sempre “l’ospite di riguardo”, persona schiva che se ne sta chiusa in camera senza disturbare, parlando sottovoce, con mite gentilezza. Ma noi sappiamo bene chi è, anche se non viene mai nominato, è Giacomo Leopardi, e questo bellissimo romanzo costituisce quasi una versione in prosa delle sue poesie immortali. 
Il romanzo racconta gli ultimi mesi di vita del poeta, quelli trascorsi in Campania, a villa Ferrigni, presso il cognato dell’amico Ranieri, e la Plasmati li ricrea attingendo direttamente ai testi leopardiani. Sono le stesse vicende e gli stessi protagonisti descritti in “Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi”, di Antonio Ranieri, senza la malignità piccata del biografo ottocentesco ma con il rispetto e compassione della studiosa.    
Il paesaggio è lo stesso de “La ginestra”, il penultimo canto prima della morte, nato proprio in quei luoghi estremi e ripubblicato qui in appendice, insieme al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani”. La ginestra è un fiore povero e tenace, dal profumo persistente, bello nonostante la sua ruvida semplicità, buono come le persone che abitano quei luoghi, capace come loro di strappare la propria esistenza al deserto - “contenta del deserto” - di sentirsene comunque pago, ma destinato, alla fine, a soccombere come ogni altra cosa. La ginestra ci parla della forza e dell’ostilità di una natura splendida e matrigna e di come l’uomo debba, con un atto di supremo coraggio, guardare in faccia la realtà, “nulla al ver detraendo”, riconoscendo negli altri esseri umani la stessa sua condizione e unendosi a loro per sopportarla. Il vulcano tiene in scacco gli abitanti, può risvegliarsi da un momento all’altro e distruggere tutto, come ha già fatto con Pompei, che il protagonista visita a dorso di mulo, può seppellire l’umana vanagloria in un soffio.

Ma per quanto cattiva, la natura resta vagheggiata, proprio perché tutto è così labile, caduco, effimero. Negare i valori della vita, tenersene lontani, serve solo a farli amare di più e il famoso pessimismo cosmico altro non è che un disperato richiamo di vita e d’amore.

Appena usciti dalla vista della villa, un panorama quasi senza orizzonte si aprì al loro sguardo: colline e vigneti a destra, macchie di alberi da frutta a sinistra, prati di fiori davanti, il vulcano inquieto alle spalle e il mare quieto in lontananza. L’estate rinvigoriva i colori, i sapori e gli odori di tutto il paesaggio con una forza impetuosa. La terra partoriva dappertutto virgulti e germogli di erbe, piante e fiori: l’aria ribolliva d’insetti rumorosi, impazziti alla ricerca di cibo, il cielo risuonava di canti di uccelli affannati al lavoro del nido, la luce stessa splendeva carica di un’intensità abbagliante. Tutto, persino il deserto di cenere e lava, sembrava esplodere di nuova vita.” (pag 88)

Esplosione e rigoglio che fa da contrasto alla violenza dello “sterminator Vesevo”, all’aridità del deserto di lava, al nulla che sta per inghiottire il poeta, al quale si può opporre solo una stoica rassegnazione, una dolcezza quieta, un amore sotterraneo e mai sopito per la vita, quella che rinasce alla fine nel grembo di Silvia. Quest’uomo schivo e triste, timido e amareggiato, persino un poco capriccioso a causa dei mali che lo affliggono, è l’essere più solo e più assetato di vita:

sognava la gloria e l’amore, volava col pensiero oltre ogni confine, creava con la fantasia mondi infiniti e nel frattempo vedeva la vita vera, la vita della carne e del sangue, fuggire lontano e non voltarsi indietro: la piangeva, la cercava nella pagina, la innalzava nei versi, talvolta, oppure la rincorreva per guardarla dalla finestra nella vita degli altri, rimpiangendone disperatamente l’assenza. (pag 25)

Tanta sofferenza è il risultato di una mente superiore rinchiusa in un corpo brutto e malato, è il risultato, soprattutto, di una sensibilità acutissima e dolorosa. “Un nonnulla lo poteva turbare fin nel profondo, in modo incomposto, eccessivo.” (pag 39)
Alla villa egli conversa con ospiti più o meno eruditi, ospiti che si rivelano di vedute ristrette, di animo coriaceo e fanno risaltare, per contrasto, la sua nobiltà sdegnosa. A un altro livello, invece, si muovono Cosimo e Silvia, due giovani servitori che si piacciono fra loro. Essi rappresentano tutto quello che il poeta vagheggia ed ha perso, rappresentano la materia stessa degli Idilli. Lei, ingenua, fresca e dalla voce ammaliante come Teresa Fattorini, la compianta e mai dimenticata Silvia di cui è ignara omonima. Lui giovane, forte, pieno di vita, garzoncello scherzoso con ancora tutta la vita davanti, con le promesse in fiore, con il cuore buono e gentile. Infine c’è Pasquale, più vecchio, portatore di una saggezza antica. A loro, epitome di tutto ciò che di prezioso c’è nella vita, ciò che egli sta per lasciare, va l’affetto dell’ospite di riguardo.
E sono anche gli unici in grado di capire davvero la poesia, che parla direttamente al cuore attraverso scorciatoie intuitive. La poesia è considerata dal Leopardi come appartenente alla sfera dell’istinto, connaturata alle società e agli individui più semplici. Le domande che si pongono le persone ingenue, come il pastore errante dell’Asia, sono le stesse dell’umanità di fronte al mistero dell’universo, della vita e della morte, di cui tutti noi, filosofi o analfabeti, siamo ignoranti.

È la ginestra nostra quella, disse ad alta voce e la sua bocca si aprì al più semplice dei sorrisi.
Anche lui sorrise, continuando a fissarla.
Sì, è proprio lei, che ne dice?
“È bellissima, esclamò la ragazza con gli cocchi stupiti.” (pag 86)

È lo stesso stupore che ci coglie di fronte ai versi leopardiani, quando li leggiamo con umiltà e senza sovrastrutture, lasciandoci irrorare dalla loro bellezza.
Da notare l’uso del dialogo senza virgolette che trasforma le conversazioni in una sorta di indirekte rede, a metà fra l’agito e il pensato, fra narrazione e analisi del testo leopardiano.
La descrizione di questa Silvia rediviva ricorda il famoso quadro di Veermer e il romanzo di Tracy Chevalier.

“Il vento ricominciò a scherzare col vestito e i capelli, la veste aderì alle curve dei fianchi e disegnò il ventre gonfio di giovane ragazza. I capelli presero a svolazzare morbidi e giocosi sulla fronte e intorno alle orecchie. Un raggio di luce trasparente le colpì gli occhi chiarissimi e le illuminò le linee azzurrognole delle vene del petto e della nuca scoperta. La bocca risaltò di un rosso intenso, come le gote bagnate di sudore. Così, immobile, assorta in un sogno inondato di luce, la trovò l’ospite di riguardo, affacciandosi silenziosamente nella sua stanza.” (pag 84)

Lo stile è lirico e struggente, degna perifrasi di versi meravigliosi che sono nel cuore di tutti noi.

Sentiva che non era di felicità che si trattava, ma di semplicità sottile e sapientissima, la semplicità del fiore, della lucciole, della rondinella, di ciascuna creatura una ad una. Sentiva che non era comprendere o ingannarsi il dramma, m vivere, semplicemente vivere, come fa il fiore, la lucciola, la rondinella, vivere, per poi svanire, come fa ogni creatura, una ad una. Sentiva che nessuna consolazione né reticenza era possibile, che nessuna ambizione era essenziale, tranne la vita, semplice e sapiente, quella del fiore, della lucciola, della rondinella, di ciascuna creatura, una ad una E in ogni sua creatura, una ad una, la natura continua a trasudare delitto e tralucere grazia, in ogni sua creatura, per sempre” (pag 109).   

Patrizia Poli





0 commenti: