mercoledì 20 maggio 2015

Il Salotto - "Cade la terra": intervista a Carmen Pellegrino


Cade la terra
di Carmen Pellegrino
Giunti, 2015

pp. 220
€ 14,00 



Cade la terra è il romanzo d'esordio di Carmen Pellegrino, scrittrice e studiosa già nota per la singolare quanto suggestiva occupazione di 'abbandonologa'. In un Sud profondo e remoto che è più un luogo dell'anima, Estella, la protagonista di questa storia, tornando dopo anni di lontananza al suo borgo natale, decide per un atto di vocazione di farsi custode di una memoria che, come la terra del titolo, rischierebbe altrimenti di franare per sempre, e con essa quella linea d'ombra, quella soglia impossibile e indefinibile che separa (e unisce) i vivi e i morti. 
Di questi spunti di lettura ne abbiamo parlato con la stessa Carmen Pellegrino.

Cade la terra è in fondo la storia di un nòstos, della protagonista Estella nel suo borgo natale ma anche di coloro che quel borgo non lo hanno mai lasciato e sono rimasti come ombre. E, va da sé, il nòstos implica una necessaria nostalgia. Qual è dunque la radice della sua nostalgia per questa «terra» e per le storie dei personaggi che la popolano?

Estella ritorna nel suo paese d’origine, dopo gli anni della lontananza, sperando di trovare un posto in cui stare. Se di nostalgia parliamo, quella di Estella è nostalgia dell'inaccaduto: un ritorno a ciò che non ha mai avuto, una famiglia, una casa. La terra, solo quella le è famigliare, ma non è una terra madre, piuttosto è una terra malsicura, tremolante. Così si appropria della casa di Marcello, dai cui genitori viene assunta come istitutrice. È una ladra d’affetti, sebbene ignori cosa sia quest’affetto che le manca. In fondo ha solo una certezza: la voragine che la muove. La stessa voragine che minaccia la terra dove è nata. Dunque Estella porta i segni della sua terra, forse è la sua stessa terra. E che disordine c’è in quella terra, che disordine.


«Non è gran cosa questo tutto che mi resta, lo so» dice Estella a un certo punto del romanzo, consapevole e rassegnata al fatto che per lei fuori da questo ossimoro non ci sono altre possibilità. Eppure si ha l’impressione che il tono dimesso della sua ‘voce’ nasconda un grido disperato di paura per una dimensione della memoria che questo presente storico sta riducendo ai mini termini. È così?

Estella non vuole dimenticare perché dimenticando teme di condannarsi a un pianto muto, inghiottito a forza (forse la storia del Meridione non è anche questo?). Sa che nell’oblio si costringerebbe a una solitudine ancora più ostinata di quella in cui ha deciso di vivere. La memoria invece le permette di vivere in comunione con quelli che non ci sono più, ma che non sono sotto la terra, perché per lei i morti non sono morti. Perciò li cerca nell’albero che freme, negli spacchi dei muri. Estella sa di avere un debito nei confronti del passato da cui proviene e inscena patetiche ‘restituzioni’, per riportare i morti alla sua tavola. Saranno poi loro, una sera, a dirle che non è questo che vogliono.


La funzione narrativa di Estella è chiaramente quella di custode del passato, di una memoria privata che si fa storia. È infatti in virtù di questo suo ostinato radicamento (proprio come l’olmo di fronte alla casa dei de Paolis) che cerca di offrire almeno una parvenza di riscatto a quel «mondo offeso» di vittoriniana memoria che popola il paese immaginario di Alento. Dunque al crollo della Storia – nel romanzo metaforicamente incarnato dall’erosione del suolo e dalla conseguente frana del centro abitato – si può opporre, come atto di ri-costruzione antropologica e morale, solo la frammentazione della molteplicità delle storie?

Il punto è che le vite che Estella rievoca erano già dissipate mentre si svolgevano, trascorse senza gridi senza gesti, anche quando – come nelle storie di Cola Forti e di Maccabeo – non erano mancati i gesti, né i gridi. Questi morti, durante la cena a cui ogni anno Estella crudelmente li costringe, questi morti che giudicano i vivi non meno di quanto i vivi facciano con loro, chiedono ora di essere liberati del peso di quella vita desolata; chiedono ai vivi – se ancora sentono il bisogno di richiamarli – di cambiare loro i destini, senza più recriminare. Chiedono ai vivi, che hanno gambe buone e nemmeno un osso rotto, di fare meglio di quanto sia riuscito a loro, di continuo osteggiati da un destino inesorabile.


Nella breve biografia nell'aletta di copertina si legge che lei «nel tempo libero partecipa a funerali di sconosciuti». Occupazione invero alquanto insolita che però richiama la trama di un bel film di qualche anno fa, Still Life di Uberto Pasolini. Anche lì, come nel suo romanzo, il cuore della storia metteva in evidenza la relazione impossibile tra i vivi e i morti o, se preferisce, tra chi va e chi resta. Solo una coincidenza o una citazione, a differenza dei numerosi modelli citati in nota, occultata?

Ho cominciato a prender parte ai funerali di sconosciuti prima di vedere Still Life, fra l’altro non al cinema ma in dvd appena è stato disponibile, su consiglio di amici. Non penso che sia impossibile la ‘relazione’ tra i vivi e i morti se è vero, come credo, che esiste una sorta di comunione fra gli uni e gli altri che si realizza, per esempio, attraverso il gioco della memoria.


Lei è molta nota per aver coniato la definizione di abbandonologia e lei stessa si definisce una «abbandonologa». A questo punto non è peregrino affermare che tale attività abbia rappresentato l’humus di Cade la terra. Ma qual è stato il momento esatto in cui questa nuova «scienza» si è tramutata in narrazione, scrittura creativa che, per definizione, è il luogo deputato dell’alterità?

La passione per l’abbandono ha rappresentato senz’altro l’humus di Cade la terra. Quando è stato il momento di cominciare un romanzo – prima scrivevo solo racconti e saggi di storia – sono andata lì dove stavo meglio, ho voluto scrivere di ciò che conoscevo meglio: la dimensione dell’abbandono, nelle sue gradazioni.


Secondo lei nel mondo di oggi e, soprattutto, in quello di domani ci può essere davvero spazio per eventuali conseguenze “pedagogiche” del suo lavoro di abbandonologa e di scrittrice?

Se potessimo vedere un cuore di speranza nelle cose in perdita, in quelle lasciate indietro, nelle fragilità, persino nell’inutile; se recuperassimo anche un tanto d’immaginazione e rinunciassimo a un po’ di cinismo, forse potremmo andare avanti con più fortuna.


I progetti futuri di Carmen Pellegrino.

Continuerò a occuparmi di abbandono, e di uomini e donne dimenticati.



Pietro Russo



         

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