lunedì 4 maggio 2015

#IlSalotto - "Fossi in te io insisterei": intervista a Carlo Gabardini

... da quando non ci sei è il vuoto a ogni dubbio. E io sono strapieno di dubbi. Su tutto, costantemente, e più ci penso più i dubbi aumentano e rischiano di lasciarmi immobile nel panico davanti a uno scaffale di supermercato, incapace di decidermi fra pasta lunga o pasta corta.

Un meccanismo inceppato che si perde nel dubbio.
Fossi in te io insisterei di Carlo Gabardini è un libro che racconta una sensazione che probabilmente ognuno di noi ha provato, almeno una volta nella vita.
Mentre scrive questa lunga lettera a suo padre, piena di amore e di rispetto, racconta tra le righe anche le storie di tutti i meccanismi che si bloccano: i rapporti, le aspirazioni, i sentimenti.
Non è un monologo e non è semplicemente un romanzo autobiografico, sebbene da un lato si avvicini al romanzo familiare e il racconto della propria vita sia uno degli elementi fondamentali.
È una scrittura che diventa tentativo di superare lo stallo e di generare qualcosa di proprio e di vero, di diventare padre, lui che è sempre stato figlio.
Sto cercando di separarti da me per poterti finalmente stringere la mano e dirti addio [...] Rinascere io, e solo così poter far nascere altro da me. Perché senza un padre che ti passa il testimone, è difficile diventare padri a nostra volta.

Fossi in te io insisterei è una vera storia di famiglia ed è la dimostrazione che, anche quando sembra difficile o addirittura impossibile, abbiamo sempre la possibilità di cambiare.

Carlo racconta suo padre e il rapporto con lui e in questo racconto traccia se stesso ieri e oggi, gli svela quanto non ha potuto dirgli e lo fa con l'onestà e la trasparenza necessarie nei momenti di saluto. 
Non avendolo lasciato veramente mai andare, ecco che gli scrive una lettera che è "un biglietto di viaggio", un regalo. A lui e anche un po' a noi che leggiamo. 

Fossi in te io insisterei ci ricorda già dal titolo che ci sono tanti momenti in cui dovremmo insistere nella ricerca di quello che ci manca. Per quanto tempo riusciamo ad accontentarci di una vita che non è quella che vogliamo? 

In fondo, quando tremavo di paura nell'annunciarti che avrei fatto l'attore, mi hai detto: "Va bene, non ti angosciare"; quando volevo ripiegare su giurisprudenza e mollare il teatro, mi hai sorpreso col tuo: "Io insisterei"; quando ti ho implorato di spiegarmi quale fosse il senso della vita, mi hai risposto: "Non lo so, forse cercarlo".

Sicuramente deluderemo qualcuno e sicuramente non mancheranno i dubbi, ma almeno saremo alla ricerca. 

Qualche giorno fa ho incontrato a Milano Carlo Gabardini per parlare insieme di questo libro.
In una piazza piena di sole mi ha raccontato da cosa e come è nato Fossi in te io insisterei (ed è riuscito a mettermi così a mio agio da farmi sentire libera di raccontarmi a mia volta).


Un romanzo che parla con il "tu" è una scelta che richiede grande onestà. Quanto è difficile raccontare se stessi guardandosi nello specchio dell'altro?

È vero, la seconda persona ha un fascino particolare nella scrittura, ma per me non è stata una scelta di stile, ma una decisione che ha radici più profonde. Scrivere un libro è sempre stato il mio sogno; ti confesso di avere quasi un timore referenziale nei confronti del libro in sé, un amore che deriva proprio da mio padre che era un grandissimo lettore.
Dopo la lettera aperta a La Repubblica e il video "La marmellata e la nutella", non avevo nessuna intenzione di scrivere un libro che parlasse solo di omosessualità. Mi vedevo già in copertina con la camicia rosa... cosa che non credo mio padre mi avrebbe mai perdonato.
Ho capito allora che l'unica cosa che avrei potuto scrivere era una lettera indirizzata a lui. Non mi sono mai veramente fermato a pensare: "Adesso scrivo un libro in seconda persona". Era un'urgenza e così l'ho fatto. Chissà, starò diventando uno scrittore epistolare?

Fossi in te io insisterei è molto di più di un libro sull'omosessualità. C'è dentro un'idea di coming out che ci riguarda un po' tutti e che non ha a che fare solo con il modo con cui viviamo la nostra sessualità.

Assolutamente si. Il libro è stato definito un'autobiografia, ma è come se per me avesse due momenti. Nella prima parte c'è tanto racconto autobiografico, è vero, ma la morte di mio padre fa da spartiacque: è a partire da quel momento che io non so più come andare avanti, sia nella mia vita che nella scrittura di questo libro. Questa lettera era in continuo divenire, mentre scrivevo non sapevo dove mi avrebbe portato, non avevo nessun piano, nessuna struttura. Mi sono lasciato condurre dalla volontà di essere sincero, di dire tutta la verità.
In un'intervista mi hanno chiesto se questo libro sia stato per me terapeutico e ho dovuto ammettere di sì.

Come hanno accolto questo libro gli altri protagonisti indiretti della storia, i tuoi familiari?

Mia sorella l'ha letto in anteprima, quando mancavano solo quaranta pagine alla conclusione. Sembra assurdo, ma ha avuto quasi l'impressione di essere in un giallo in cui non sei sicuro di come andrà a finire. Ecco, lo stesso è successo a me. Mi ripetevo che avrei dovuto tirare mio padre fuori dalla mia testa, che avrei dovuto trovare un luogo per lui, un posto in cui conservare il suo ricordo e, allo stesso tempo, lasciarlo finalmente andare. Ma ti confesso che mentre scrivevo non ero sicuro che ce l'avrei fatta.
Per quanto riguarda la mia famiglia, all'inizio ero molto spaventato, ma poi la loro reazione a questo libro è stata ottima. Ho detto ai miei fratelli che questa è la mia versione. Potremmo dire "La versione di Carlo" ma, al contrario di Barney, non c'è neanche una menzogna in quello che ho raccontato.
È un libro in cui non c'è la possibilità di essere falso, di non essere il Carlo che lui conosce. Mi immagino davvero che lui questa lettera l'abbia letta, o magari la stia leggendo.

Insomma è un libro che ha sorpreso anche te...

Esatto. Infatti dico sempre che questo non è una lettera in cui un figlio rovescia su suo padre un gigantesco non detto, è un dialogo. Ci siamo dentro tutti e due. Mi confronto con lui per capire veramente chi sono io.

È estinta o si sta estinguendo la stirpe dei padri. Da tempo orfani, noi generiamo degli orfani, essendo stati incapaci di diventare noi stessi dei padri.
Hai scelto le parole di Natalia Ginzburg come esergo nel libro. Qual è secondo te il lato più difficile dell'essere padre?


Assumersi la piena responsabilità per un altro essere umano, con tutto quello che la parola "responsabilità" comporta. E aggiungo che non avrei mai pensato di poter scrivere nel libro che anche io vorrei avere un figlio, di dirlo soprattutto a mio padre. È uno dei tanti importanti coming out della vita di cui parlo.

Fossi in te io insisterei è anche una riflessione sui maestri, su quello che sono capaci di insegnarti. Secondo te un vero maestro è chi ti lascia libero di scegliere o chi ti indirizza lungo la strada migliore da seguire?

Un maestro è chi ti dà i tanti strumenti per stare sulla strada. Se dovessi dire chi è stato il mio maestro direi mio padre, ma in fondo ho l'impressione che siamo tutti un po' orfani di maestri, e anche di padri, per riprendere le parole di Natalia Ginzburg. Mi sembra che in questo momento il Pese intero lo sia. C'è un punto nel libro in cui racconto un episodio relativo al G8 di Genova, quando un giovane carabiniere impaurito mi puntò un fucile tremante a un metro dalla faccia intimandomi "Se non ti sposti ti ammazzo!".
Penso che il G8 di Genova sia un momento in cui con chiarezza emerge questa assenza di veri padri. Siamo del tutto in balìa di noi stessi.

Dicono che sia dall'inizio del Novecento che abbiamo iniziato a "uccidere" i nostri padri, con la psicoanalisi e i cambiamenti dei paradigmi del pensiero.

Nel libro, verso la fine, io lo dico chiaramente: questa lettera è l'atto freudiano di infilare dolcemente la lama nel cuore di mio padre per ucciderlo simbolicamente e rinascere ancora.
Ma prima di tutto ho dovuto comprendere mio padre nel senso di "prenderlo con me". Questo non vuol dire allontanare i padri, al contrario vuol dire partire da tutto quello che ci hanno insegnato per costruire una vita nostra.

E questo libro ti ha aiutato a farlo...

Fossi in te io insisterei è stata l'elaborazione del lutto. Serve il coraggio di lasciare andare le persone che non ci sono più, perché altrimenti si corre il rischio di lasciarli lì solo a giustificare i nostri alibi.

Uno dei lati interessanti del libro è anche il legame con le migliaia di pagine di diario che hai scritto nel tempo. 

Le ho rilette tutte perché volevo essere sicuro di scrivere le cose giuste. Non avrei ammesso di sbagliare, di essere impreciso. Si passa dalle pagine di estrema cronaca a quelle di struggimento e pene d'amore. Rileggendole ho riscoperto tante cose di me e del mio passato che non ricordavo.

A proposito di scrittura, anche questo è un regalo che in qualche modo ti ha lasciato tuo padre?

Si, penso sia un dono che mi ha lasciato lui. Con la macchina da scrivere su cui lavorò alla sua tesi di laurea io scrissi la mia prima commedia. Lo stesso vale per la lettura. Fino ai tredici anni non la amavo per niente, è stato lui a insegnarmi con il suo esempio perché è davvero utile leggere.

Fossi in te io insisterei è davvero un bel titolo. Ce l'avevi già in mente mentre scrivevi?

Non all'inizio. Nella mia testa c'era la Lettera al padre di kafkiana memoria. Avrei usato anche l'espressione "coming out", ma questa è esclusivamente associata al mondo omosessuale. Però sapevo che quella era l'idea centrale del libro: la possibilità che tutti abbiamo di dichiarare il mondo chi siamo, cosa amiamo, cosa sogniamo; e questa non è un'esclusiva degli omosessuali.
A Firenze, durante una presentazione, mi hanno chiesto se secondo me il coming out omosessuale sia più difficile di tutte le altre ammissioni che possiamo fare agli altri e a noi stessi. Io ho risposto di no, perché il coming out che deriva dall'essere omosessuali è in qualche modo legato alla nostra natura, all'istinto. Quelli esistenziali, invece, in quanto profondamente mentali, portano con sé un sacco di scuse che ripetiamo a noi stessi per non prendere delle decisioni, per non cambiare.
Passiamo tanto tempo a ripetere a noi stessi che quella che viviamo è più o meno la vita che vorremmo. Ma cosa aspettiamo a viverla davvero?


A cura di Claudia Consoli

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