mercoledì 1 aprile 2015

#PagineCritiche - La non accurata “Critica teatrale” di Georgios Katsantonis

Critica teatrale: Codici di lettura scenica
Aspetti specifici della critica teatrale
di Georgios Katsantonis

Edizioni Accademiche Italiane, 2014

pp. 56

Prima di recensire questo breve saggio è necessaria una premessa senza la quale non avrebbe senso nessuna analisi dei temi in esso trattati. Questo piccolo volume ha infatti una pecca enorme, che non può essere taciuta: è scritto in maniera pessima, con frasi e periodi mal costruiti, talvolta errati grammaticalmente, una punteggiatura discutibile e svarioni che fanno dubitare sia stata fatta una revisione del testo prima della sua pubblicazione. Chiarito questo aspetto, che reputo tutt’altro che secondario e che anzi credo pregiudichi qualsiasi altra considerazione in merito al libro, possiamo passare ai contenuti di questa Critica teatrale di Georgios Katsantonis.


Innanzitutto, che cos’è la critica? Per provare a capirlo è bene partire dall’origine greca della parola, che rimanda a concetti come “separare”, “distinguere”, “giudicare”; se però tutti gli uomini sono capaci di esprimere giudizi, la critica vuol esser un passo in più: essa è un’opinione motivata. L’autore è chiaro: in ogni caso non esistono criteri oggettivi e, per quanto fondata, ogni valutazione resta sempre un atto soggettivo (e perciò, viene da aggiungere, a sua volta criticabile). Nello specifico, il ruolo della critica teatrale è (dovrebbe essere) duplice: indagare le forme teatrali contemporanee (fino alla loro messa in crisi) e creare ponti tra artisti, pubblico, società, studiosi e istituzioni.

Dopo un breve capitolo, “Approccio teorico”, che riassume parte della storia della critica teatrale, Katsantonis si concentra sull’approccio che gli preme maggiormente, quello semiologico, riconoscendo come essenziale l’esito della scuola di Praga; debitore del formalismo russo e dello strutturalismo, avendo Jacobson e De Saussure come numi tutelari, questo gruppo di critici linguisti ha finalmente posto l’attenzione su ogni aspetto dello spettacolo, dopo secoli di privilegio della letteratura sulle arti sceniche. Il teatro è per sua natura multi-disciplinare, coinvolge oltre che un testo scritto (tra l’altro non sempre presente) anche linguaggi come la pittura, la scenografia, la musica, la danza, la mimica e la prossemica. Chiunque voglia cimentarsi nella critica teatrale non può ignorare questi aspetti, pena la non comprensione dell’essenza dell’atto teatrale, frutto della relazione di tutti i suoi codici. E’ proprio di fronte a questa pluralità che risulta più evidente la necessità di una critica teatrale: il critico si assume il compito di mediare tra l’artista e il pubblico, non per semplificare la complessità dello spettacolo ma, al contrario, per permettere (forte di una competenza impossibile da pretendere da ogni spettatore) di penetrare la profondità del testo teatrale anche ai non specialisti, indirizzandoli verso una fruizione più ricca e consapevole.

La “sistemazione teorica praghese” si può riassumere, sostanzialmente, in tre principi:
  • principio di artificializzazione, per il quale tutto ciò che è in scena è segno; 
  • principio di funzionamento connotativo, secondo cui i segni mostrati in scena tendono ad assumere una dimensione “ulteriore”, metaforica, simbolica, iconica; 
  • principio della mobilità, che riguarda la possibilità dei segni in scena di cambiare di significato sia in relazione al contesto in cui sono inseriti (che ne influenza il senso) sia diacronicamente, significando prima una cosa e un momento dopo un’altra
Secondo Katsantonis, a questa impostazione teorica va integrato lo studio dei 13 sistemi di segni che per lo studioso polacco Tadeusz Kowzan concorrono alla costruzione multi-lineare dello spettacolo teatrale: parola, tono, mimica, gesto, movimento, trucco, accessori, costumi, acconciature, musica, rumori, elementi di scenografia e illuminazione.

Il critico è dunque un semiologo. Ma nel concreto cos’è la critica teatrale oggi? L’autore fa rispondere alcuni dei professionisti del settore più attivi nel panorama italiano, intervistandoli: Giulio Baffi (redazione di Napoli di Repubblica), Mario Bianchi (Eolo), Rossella Menna (Rumorscena e doppiozero), Roberto Rinaldi (direttore di Rumorscena) e Oliviero Ponte di Pino (Ateatro). Paradossalmente, è forse più interessante la prima parte teorica, perché molte risposte non approfondiscono le questioni, indicando solo per brevi accenni i nodi da affrontare per una riflessione sulla critica teatrale. Si scorgono comunque spunti per studi ulteriori; uno dei più interessanti riguarda il dibattito sulla possibilità che il critico ha di godere dello spettacolo come farebbe uno spettatore qualunque: se Baffi e Bianchi sono concordi nel sostenere che, contrariamente a quanto si può pensare, il critico gode dello spettacolo più dello spettatore medio sia perché è la passione per la materia a muoverlo sia perché la comprensione delle fasi del processo creativo genera in lui un piacere ulteriore, Rinaldi è l’unico ad ammettere che la professione limita la sua libertà di spettatore, non potendo egli guardare uno spettacolo dismettendo i filtri critici che possiede, lasciandosi andare ad una visione “rilassata”.

Ma nel mondo postmoderno e ultraveloce in cui viviamo, il critico teatrale riesce a formare il gusto del pubblico? Senza lanciarsi né in ottimismi ciechi né in requiem per la categoria, gli intervistati esprimono l’opinione che, per quanto marginali, i critici teatrali (“amministratori di immaginario” secondo la definizione di Menna) possiedono ancora una loro utilità concorrendo, certamente insieme a mille altri fattori, allo sviluppo del gusto delle platee e avvicinando spettatori e artisti, magari invitando alla rottura degli schemi e delle abitudini dell’audience suggerendo spettacoli che difficilmente il pubblico raggiungerebbe altrimenti.

In linea generale, il proliferare della critica online non è guardata con sospetto da Katsantonis e dagli intervistati, semmai con attenzione e curiosità: una realtà già presente, in perenne mutazione, che va certamente filtrata ma che offre immense potenzialità. Nel mare magnum di internet si trova di tutto: pareri personali, giudizi affrettati, ma anche competenza e approfondimento; la critica è viva e lotta insieme a noi, basta saperla (e volerla) cercare, attrezzandosi con strumenti idonei per valutare la rilevanza e l’autorevolezza delle fonti cui attingiamo.

Inevitabile, infine, riflettere sulla decadenza del genere, soprattutto nei media mainstream: sui giornali e in tv ciò che viene chiamata critica è sempre più apertamente marketing, mentre le recensioni sono in realtà spot pubblicitari; nei casi migliori assistiamo al “modello Fazio”, con trasmissioni di alta qualità, capaci di portare la cultura nel piccolo schermo ma assolutamente prive di qualsiasi intenzione di problematizzare le opere proposte. A tal proposito, è Ponte di Pino ad esprimere le idee più interessanti, rilevando alcune cause della scomparsa della critica sui quotidiani: la scarsa attenzione dei media per il teatro e la tendenza a privilegiare il rapporto diretto con gli artisti (da cui il proliferare delle interviste); ma soprattutto, e questo è un problema che esula l’ambito teatrale e che forse nasconde una delle questioni centrali della nostra epoca, il generale declino del pensiero critico.

Nicola Campostori

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