giovedì 9 aprile 2015

Metroland: nell'esordio di Julian Barnes, un intenso racconto di formazione

Foto di Debora Lambruschini
Metroland
di Julian Barnes
Einaudi, Torino 2015
traduzione di Daniela Fargione

224 pp.
€ 15,00






Si dice che l’adolescenza sia un periodo dinamico, in cui mente e corpo si lanciano in continuazione verso nuove scoperte. Io non ricordo niente del genere. A me pareva tutto terribilmente statico. Ogni anno ci venivano proposti nuovi programmi scolastici che assomigliavano in tutto e per tutto a quelli dell’anno precedente; ogni anno sempre più gente si rivolgeva a noi chiamandoci “signore”; ogni anno eravamo autorizzati ad andare a letto un po’ più tardi il sabato sera. Ma non ci fu nessun cambiamento da un punto di vista strutturale: il potere e la mancanza di responsabilità risiedevano nelle stesse sedi di sempre; i livelli dell’amore, del rispetto reverenziale e del risentimento rimanevano immutati.

L’adolescenza di Chris, voce narrante della storia, e il lento passaggio all’età adulta sono al centro del romanzo d’esordio di Julian Barnes, premiato autore inglese apprezzato da pubblico e critica per l’intensità e il denso lirismo della sua prosa. Pubblicato in inglese nel 1980, Metroland è stato da poco egregiamente tradotto in italiano per Einaudi, all’interno di un progetto editoriale che mira a rendere tutta la produzione narrativa di Barnes disponibile per il pubblico italiano.


Metroland è appunto il romanzo d’esordio e inevitabilmente vi si riscontra un certo grado di incertezza se paragonato alle opere maggiori di Barnes, ma è anche e in modo inequivocabile un romanzo intenso, in cui già evidenti i tratti che caratterizzeranno la produzione letteraria più matura del suo autore. Lo leggiamo oggi, alla luce di Il senso di una fine , Il pappagallo di Flaubert, Livelli di vita – solo per citare alcune delle opere più appezzate – e non possiamo esimerci dal fare confronti, ma Metroland è una prima prova letteraria eccellente, che incanta per quel lirismo della narrazione tipico di Barnes, la scelta misurata di ogni parola, la stratificata psicologia dei personaggi – che, va detto, a tratti peccano di un certo surrealismo – e la ripresa di un tema tutt’altro che inedito nella letteratura occidentale ma ancora una volta capace di spingere il lettore a riflettere su incertezze e assoluti che per ognuno di noi hanno caratterizzato il faticoso passaggio dall’adolescenza a quella parvenza di maturità dell’età adulta.

Chris è un adolescente nella Londra degli anni Sessanta, diviso tra conformismo e desiderio di ribellione, fermamente deciso a rifiutare le convenzioni borghesi del tempo su cui la famiglia Lloyd ha invece costruito la propria vita e inventarsi invece un’esistenza su misura, quella vita vera e perfettamente coerente con gli ideali condivisi con Toni Barbarowski, il migliore amico e – sa va san dire – l’unica persona con cui prova un certo grado di empatia. Insieme al disprezzo e alla costante ricerca di espedienti per épater la bourgeoise, Chris e Toni condividono gallomania e una sincera devozione all’arte, in tutte le sue forme, unico credo possibile:

Concordavamo […] che era l’arte la cosa più importante della nostra esistenza, la costante a cui affidarsi con devozione e che mai avrebbe smesso di gratificarci […] Nel preciso istante in cui lo sguardo si posa su un’opera d’arte, si diventa in qualche modo creature migliori. Ci sembrava del tutto ragionevole credere che una simile metamorfosi potesse essere visibile a occhio nudo.

E alla ricerca di questi segni tangibili dell’esperienza dell’arte, i due sedicenni si muovono per le strade di Londra e le sale della National Gallery, muniti di taccuino su cui registrare con maniacale precisione e un interesse quasi scientifico il sentimento che l’arte ispira in quegli sconosciuti presi a campione. Poi letture, appassionate come forse solo l’adolescenza conosce, guidati dalla sola ragione di prepararsi alla Vita Vera, quella che senza dubbio li aspetta una volta superate regole e divieti – della famiglia, dell’ottusa società borghese, della scuola maschile che frequentano – quando saranno invece in grado di inventarsi l’esistenza a loro più adatta.
Fino a quel momento, ogni giorno è sottile ribellione nei confronti dell’istituzione scolastica e di quei genitori «doppiogiochisti», nel più tipico confronto tra adolescenti e adulti:

eravamo ancora in quell’età unica in cui gli amici potevano essere odiosi, irritanti, sleali, stupidi e meschini, ma noiosi mai. Gli adulti erano noiosi, con tutta la loro razionalità, il loro riguardo, il rifiuto di punirci tanto severamente quanto sapevamo di meritare.

Noia, razionalità e rispetto delle convenzioni sono gli spettri di quella vita adulta che rifiutano con forza, nel nome di un’esistenza votata all’arte, alla bellezza, alla libertà e all’appagamento del proprio io.

E quale luogo meglio di Parigi di fine anni Sessanta può diventare per Chris la maestra di vita ideale dove dire finalmente addio all’adolescenza inglese e diventare un uomo? Con la scusa delle ricerche per un’improbabile tesi di dottorato da ultimare, il giovane ha infine l’occasione di vivere realmente la cultura e il fermento francesi che fino a quel momento ha conosciuto solo per mezzo dell’arte, calandosi completamente in quell’ambiente stimolante. È il ’68, Parigi e i suoi giovani sono in fiamme: ma per Chris non è la politica, non sono gli ideali, bensì la scoperta dell’amore e del sesso, che offuscano ogni altro desiderio e convinzione. Chiuso in una soffitta tra i tetti della città, non resta spazio che per la scoperta dell’amore e della prima profonda delusione.
A nulla valgono le lettere canzonatorie di Toni, la cui coscienza politica si fa invece sempre più distinta, Parigi è Annick, così diretta e sincera da lasciarlo interdetto; ed è la prima delusione cocente e la sofferenza che porta con sé la perdita del primo amore, ma anche la scoperta di un’altra Parigi, di nuovi stravaganti amici e legami inattesi.
Intanto, quello con Toni si fa sempre più debole, mano a mano che le loro vite di adulti prendono pieghe differenti:

Toni e io cominciavamo ad allontanarci. I nemici per i quali ci eravamo alleati in una causa comune erano scomparsi; i nostri entusiasmi di persone adulte erano destinati a essere meno coerenti delle nostre avversioni di adolescenti.

Quante volte accade? Gli ideali, gli assoluti che hanno accompagnato la nostra adolescenza perdono di intensità mano a mano che ci avviciniamo all’età adulta e così le amicizie con cui li avevamo alimentati; quante volte ciò che detestavamo opponendoci con l’arrogante certezza della gioventù si è poi trasformato in necessario compromesso? Per alcuni le convinzioni di un tempo sono rimaste immutate nel costruirsi una vita il più coerente possibile con esse, mentre per altri (la maggior parte?) i sogni si sono adeguati e molti di questi giovani “ribelli” sono diventati una copia rivista di quei genitori al cui conformismo sembravano opporsi con tanta tenacia. Ma soprattutto la Vita Vera è capitata e non sempre era come la si immaginava o neanche ce ne si è accorti, eppure è accaduta. Metroland è in fondo proprio questo: ancora un racconto – sensibile, ironico, surreale e realissimo allo stesso tempo – su quell’età incerta che dall’adolescenza ci proietta verso la maturità; sugli ideali, i sogni e i progetti spesso realizzati, altre volte adattati alla nuova versione di noi stessi; è un romanzo di formazione, nell’accezione più moderna e sfuggente del termine, che ci spinge ad interrogarci sui compromessi dell’età adulta.
Sulla vita che immaginavamo e quella che è successa.

di Debora Lambruschini

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