giovedì 23 aprile 2015

#ioleggoperché | La redazione si racconta: Mattia


#ioleggoperché quando ero piccolo pioveva sempre


Quando avevo appena imparato a leggere e a scrivere in modo decente, diciamo arrivando a risultati similari a quelli che uno scimpanzé mediamente intelligente potrebbe conseguire dopo anni e anni di applicazione e abnegazione (alla faccia di Cesare de Il Pianeta delle Scimmie), mi sentivo orgoglioso e pieno di fiducia “nelle parole e nelle cose”. Me ne andavo in giro per la mia città a tormentare i genitori, nonni e amichetti leggendo praticamente tutte le scritte, manifesti, insegne e scarabocchi sui muri che mi si paravano di fronte. Erano giornate piene di sole, gli uccellini cinguettavano nel cielo e io mi sentivo “uno scopritore di mondi arcani”, riuscivo a decifrare dei segni che prima, all’occhio distratto del fantolino dell’asilo, apparivano come antiche orme di zampe di dinosauri di piccoli taglia. Già i dinosauri, questi enormi lucertoloni che avevano affascinato il mio immaginario quando ancora non sapevo leggere. Ora che riuscivo a capire le lettere, non mi interessavano più, li consideravano troppo “primitivi e barbari” per un bambino raffinato e preparato come me: io, il bambino che ormai sapeva leggere e scrivere.
Ma poi arrivò la pioggia e non è che mi avvertì con una scritta sul muro o un cartellone pubblicitario. O meglio, magari qualche colonnello dell’Aeronautica Militare l’avrà pure detto ma io non mi curavo di guardare le previsioni del tempo in televisione, all’epoca ero entrato nel tunnel della dipendenza da Mighty Max e preferivo il ragazzino biondo che viaggiava nel tempo ai tempi atmosferici.

Sta di fatto che si mise a piovere e quel primo inverno in cui ero in grado di leggere lo ricordo come un lungo, interminabile e buio pomeriggio di pioggia. Un bambino mediamente pigro come me non era troppo spaventato dal non poter arrampicarsi sugli alberi (e chi era capace?), giocare a biglie (si dove siamo, nella fottutissima Italia anni Sessanta?) o giocare a pallone (all’epoca ero molto radical chic e snobbavo il calcio ma negli anni poi mi ricredetti). Detto questo non potevo certo passare tutto il tempo a guardare Italia 1 (con ogni tanto degli spot di un signore mezzo calvo con uno splendido sorriso a 62 denti che ammiccava furbo dal teleschermo) ed ad ingozzarmi di snack della Ferrero. Se avessi fatto solo quello probabilmente sarei diventato ben presto protagonista di un programma stile M.A.D.E. di Mtv, quello in cui giovani pachidermici americani lottano con tutte le loro flaccide forze per perdere peso.
Sta di fatto però che la pioggia non perdeva di intensità e ormai la mia scorta di merendine era finita. Che fare, mi chiesi un po’ amleticamente, visto anche il tempo “danese”. Allora mi venne un’idea. Perché non riprendere i libri che mi avevano accompagnato quando andavo all’asilo, ovvero quei volumoni, comprati qua e là nelle bancarelle di paese, pieni zeppi di figure di titanici mostri dell’epoca giurassica, ovvero i libri dei miei dinosauri ? Fu una sensazione strana. Prima quei libri per me erano soltanto una serie di inquietanti e seducenti immagini, che io sfogliavo e guardavo per ore, felice e sazio di “quei piccoli brividi alla schiena” che mi prendevano quando mi immaginavo di trovarmi di fronte ad uno Spinosaurus aegyptiacus mentre mia madre mi accompagnava all’asilo.
Però c’era qualcosa di diverso. Prima i libri me li leggevano i miei genitori e io li “bacchettavo” se sbagliavano una pronuncia di qualche nome di Dinosauro. Ora ero io a leggerli, senza “intermediari”, riuscivo ad intendere a meraviglia (non tutto per carità, ma gran parte) di quelle intricate vicende. Scoprii così il coraggio di un cucciolo di Triceratops che, dopo aveva perso la mamma a causa di un Megalosauro, lo “bracca” per tutta la foresta tropicale e neppure fosse “Taxi Driver” lo uccide in una palingenesi finale. Oppure venni a conoscenza di tutta la saggezza di un anziano Brachiosauro che riuscì, sino al termine della sua lunga vita, a condurre il proprio branco al pascolo più verde della praterie. Mi arrabbiai di fronte alla fellonia di un Oviraptor che puntualmente rubava le uova di “mamma coraggio” Protoceratops.
Erano storie semplici, in cui i Dinosauri venivano umanizzati in modo massiccio, eppure per me equivalevano alla scoperta della pietra filosofale. Dopo anni in cui altri leggevano per me, finalmente ero io a riuscirci tutto da solo e quei libri, che io credevo di conoscere così bene, acquistavano un nuovo ed immenso significato.
#ioleggoperché quando ero piccolo pioveva sempre, proprio come nel primo Cretaceo.

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