martedì 28 aprile 2015

Il pensatore solitario di Ermanno Cavazzoni: Una comicità fantastica che suscita meraviglia


Il pensatore solitario
di Ermanno Cavazzoni
Guanda Editore, 2015

pp. 172

 € 15





Secondo il critico Epifanio Ajello, la scrittura di Ermanno Cavazzoni è "come un suono che si unisce al disegnare; ma è un disegnare che sbava via dai contorni delle cose, ed è tipico dei bambini che colorano le figure degli album. E alla fine si rimane stupiti dal guazzabuglio di colori che ne deriva". Quella di Cavazzoni è una letteratura fondata sul gusto del farneticare delle parole e su di una comicità che suscita meraviglia, con una voce narrante che racconta storie strampalate, assurde e impossibili ma che diventano narrabili per la tonalità incontrovertibile con la quale questi fatti sono documentati come se fossero realmente accaduti  da qualche parte. E grazie a questo originale modo di procedere, le vicende si snodano per leggeri incastri e per continue sorprese che mettono allegria.

Quando si fa riferimento al mondo narrativo di Ermanno Cavazzoni si deve necessariamente citare una parola, fantasticazione, neologismo coniato da Gianni Celati, che corrisponde al termine inglese revery, con cui si definisce l’atto del fantasticare. Questa parola rimanda all'idea di una totale distensione e rilassamento del corpo nell'atto della scrittura, che si compie in uno stato di dormiveglia, come se si scrivesse sotto l’impulso di alcuni sogni. Si genera così l’ideale di una scrittura concepita in uno stato che si avvicina alla trance e al sogno. Le fantasticazioni sono definite dallo stesso Cavazzoni come "tutti quei ribollimenti di pensieri che vengono trascritti e che hanno qualche possibilità di far ribollire chi legge, come se il lettore riconoscesse qualcosa di suo, entrando in uno stato di intesa: sono, quindi, essenzialmente moti comici ed euforici, determinati da un riconoscimento di una similarità di sentire tra autore e lettore. E di queste fantasticazioni è pieno l’ultimo libro di Cavazzoni, Il pensatore solitario, che raccoglie una serie di saggi e raccontini di fantaeconomia, fantapolitica e fantantropologia.

La fantastoria di Cavazzoni è una storia divertentissima, completamente diversa da quella ufficiale, e fatta di se ipotetici: cosa sarebbe accaduto se Hitler fosse morto da piccolo?; se Gesù Cristo fosse stato ateo convinto o se non lo avessero messo in croce e fosse vissuto fino a novant'anni?; se Cristoforo Colombo non avesse scoperto l’America?; se i congiurati non avessero ucciso Cesare?; o se per caso un milleunesimo garibaldino un po’ matto avesse preso parte alla famosa spedizione dei mille?
Si passa poi alla fantaeconomia; Cavazzoni ha una soluzione per tutto, anche per risolvere, con una sola mossa, la crisi economica italiana: si deve  mantenere uno stato di guerra endemica lungo i confini e mandare a combattere, al posto dei giovanotti in età di leva, i pensionati. E dopo aver determinato così il decesso inevitabile di molti pensionati,  che saranno comunque ricordati come eroi, lo Stato Italiano potrà incamerare la pensione degli anziani morti in guerra, risanando così i bilanci, portando lo spread a parità e rilanciando l’economia.
Si arriva anche a disquisire della situazione dell’uomo moderno. Cavazzoni riflette sulle innovazioni, spesso dannose, della civiltà che non permettono più a un essere umano che ne abbia voglia, di allontanarsi dal consorzio umano e condurre una vita da eremita, come si faceva nel passato; sulla futura famiglia moderna di oggi che è formata da un solo individuo che si accompagna a un fornello a gas, un frigorifero e una lavatrice. Cavazzoni descrive poi il rito estivo, nato nel secondo dopoguerra, di andare al mare a luglio e agosto: paragona il mare a un girone dell’inferno dantesco, mentre la spiaggia, con la sua sabbia rovente che brulica di persone, è simile alla riva dell’Acheronte, con gli spiaggianti tutti stipati, ammassati e sudati, arrivati lì su quelle cose infernali con i loro motori bollenti che sono le auto, incolonnate a passo d’uomo, tra le bestemmie e le maledizioni dei conducenti per l’infinita coda, in un'autostrada infuocata di pece bollente che assomiglia alla quinta bolgia di Malebolge. Anche l’acqua è calda e ribolle di bagnanti che inutilmente cercano di raffreddare l’estremità delle gambe. Non ci si immerge quasi mai, anche perché non c’è posto mentre il sole, a fatica, penetra nella caligine. E alla fine tutti si chiedono: Che senso ha questa vita? E si pensa ai propri cari rimasti al fresco in città.
Cavazzoni nel suo libro raffigura anche un Dio distratto e strampalato, colto nel momento in cui crea l’universo per sbaglio, mentre si trova in quel dormiveglia demente che somiglia a uno stato di anestesia: si addormenta con la sigaretta accesa e lascia la bombola del gas aperta; fatto sta che quando a Dio cade la cicca di bocca, circa quindici miliardi d’anni fa, c’è un’immane esplosione. Dunque il nostro universo è nato da un errore. E lo stesso vale anche per le specie viventi. In genetica l'errore è fondamentale: se non ci fossero errori saremmo ancora amebe o protozoi o semplici virus, e ci duplicheremmo sempre identici. Invece di errore in errore si sono create le differenze, individui più adatti, nati dal caso, e quindi le specie. Un pesce ad esempio anomalo che usciva dall'acqua, era considerato asmatico dagli altri pesci, gli avevano dato pochissimi anni di vita, e invece scopre che può respirare fuori dall'acqua. Il pesce rispetto agli altri pesci era "un po' scemo", era cioè un errore, altrimenti non usciva fuori dall'acqua come tutti i pesci assennati. Questo pesce è dunque un errore, e una volta fuori dall'acqua trova non male la respirazione aerea, finché trasmetterà i suoi "difetti" ai figli, che di errore in errore si metteranno a gracidare. Ma i figli dopo un milione di anni saranno rane e guarderanno i pesci dall'alto in basso. E così, di errore in errore, siamo arrivati all'uomo che dicono sia il vertice della scala zoologica, cioè la massima degenerazione. Scimpanzé e gorilla ci guardano con compatimento, loro che dal punto di vista di una proscimmia sono già dei degenerati. Degenerazione che ha colpito, irreversibilmente, nel tempo anche la civiltà, passando dai primi uomini che vivevano felicemente di caccia e di pesca, attraversando tutta la storia dell’Impero romano, fino alla nostra età, fatta di festini danzanti, nanetti e baiadere, che rappresenta il massimo della degenerazione. Infatti l’evoluzione che continua in campo sociale seleziona il peggiore, che però risulta il più adatto. Ed è tutta colpa di questo universo, sbagliato all'origine.
Tutte queste fantasticazioni danno vita a un mondo tragicomico e surreale, che assomiglia però a quello attuale, e provocano in chi legge una serie di risate, anche amare, al solo pensiero che molte delle cose immaginate non sono poi così distanti dalla realtà. 
Non mancano poi, come in tutti i libri di Cavazzoni, i brillamenti, cioè quelle frasi che per il modo perfetto in cui sono scritte, non possono essere nemmeno spiegate. E allora vale la pena di scriverle per intero, come farò per questa considerazione sul rapporto e sull'intreccio tra vita, immaginazione e letteratura:
"Ogni vita è come il rumore disordinato del sonaglio di un pazzo o di uno scemo; ognuno opti per quello dei due che sente più prossimo; e il senso della vita è tutta una nostra immaginazione, di cui abbiamo bisogno come di un ormone. Quindi la cosiddetta letteratura, questi spruzzi intensi di immaginazione con le loro verità esemplari, deve far parte delle necessità fisiologiche; se la letteratura manca uno si ammala, come è ammalato un diabetico per carenza di insulina, o un ipotiroideo per carenza di tiroxina, un anemico per mancanza di globuli rossi e di ferro, un pellagroso per mancanza di niacina e di triptofano, e cosi via. Sarebbe interessante vedere se la letteratura è una sostanza che stimola un neurotrasmettitore: se agisce ad esempio sul sistema nervoso simpatico come l'adrenalina, o sul parasimpatico come l'acetilcolina, o se agisce sul sistema nervoso centrale come la dopamina, l’istamina e le endorfine, o se per caso ha gli stessi recettori della morfina, e ne è un succedaneo".

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