giovedì 30 aprile 2015

Ascesa e caduta dei grandi poteri di Tom Rachman: linee ondulate sul quaderno del tempo umano

Ascesa e caduta dei grandi poteri
di Tom Rachman
Mondadori, 2015

pp. 372

 € 22





Tutto inizia come in un racconto breve di Balzac. Si segue una mano che imbraccia una penna che scorre nomi e titoli di autori sopra un libro mastro. Ma non siamo nello studio da clerc de Il Colonnello Chabert. Ci troviamo comunque in un luogo ingombro di carta, in cui l’odore, la consistenza e l’atmosfera crea “un piccolo mondo ordinato di carta sottile e spessa” che gli essere umani chiamano “libri”. Anche se siamo nel 2011 quella desolata libreria, perché di una libreria si tratta, potrebbe essere benissimo appartenente al 1816. Questa “ambiguità temporale”, assieme alla precipua importanza della lettura (che se effettuata su grandi testi è, a prescindere, positiva e fortificante per lo spirito), è la caratteristica più interessante di “Ascesa e caduta dei grandi poteri” di Tom Rachman, un romanzo intricato, come un libro a cui mancano alcune pagine. La vicenda si concentra su Tooly Zylberberg, enigmatica ragazza, americana d’origine, ma cosmopolita di adozione, e sull’ambivalenza dei piani temporali paralleli e sovrapposti.



Ascesa e caduta dei grandi poteri lo si può leggere come un trattato di astrofisica. Infatti attraverso capitoli rigidamente divisi per sezioni temporali distinte (che vanno dal 1988 fino al 2011), si comprende, pian piano, come le differenze temporali siano una mera convenzione tra gli uomini e come, i diversi piani temporali, siano molto più compenetranti e collegati tra di loro di quanto sembri. La formazione di Tooly, randagia e raminga fin che si vuole, prima in compagnia del padre Paul, tecnico informatico che lavora per le più sperdute ambasciate degli Stati Uniti, poi compagna di venture assieme al seducente Venn, sua madre Sarah  (vulcanica anglo-italo-kenyota) ed all’ex farmacista sudafricano d’origine russa Humphrey è, seppure dicevamo nella sua totale eccentricità, regolare.

E Tooly infatti cresce, la vediamo prima curiosa bambina di dieci anni in una Bangkok intricata come una jungla tropicale, poi giovane viaggiatrice a New York, dove entra in contatto, un po’ per gioco un po’ per necessità di rapporti umani, con tre scapestrati e promettenti studenti dell’Università e poi, infine, gestore di una biblioteca nelle nebbie del Galles, in maniera costante e regolare, pur nella sua totale irregolarità.

È un libro che non si può definire di “agile lettura” questo. Non lo è per la complessità del meccanismo narrativo, che specialmente nei primi capitoli, forse stenta ad ingranare. Ma poi, come quando si fa la bocca ad un sapore esotico che prima non si amava tanto ma di cui poi non se ne potrà fare più a meno, anche le vicende di Tooly ci diventano via via molto famigliari. Anzi in un certo qual modo ci entrano "in circolo", come una malattia stagionale. 

Ci si appassiona ed incuriosisce alla critica profondità del sentimento che lega la ragazza con il proprio padre, Paul, “che non sopporta eppure né è legata da un sentimento di profondo affetto”, si leggono con passione i dialoghi con Humphrey, il migliore nonno acquisito che uno potesse avere (“amava parlare con i grandi autori dei suoi libri. Lui era convinto che se leggeva libri di gente in gamba voleva dire che era in gamba anche lui”) ed infine, pur non svelandosi, si rimane rapiti dallo stordente rapporto con Venn, una figura troppo diabolica per non apparire seducente.

La storia è anche, almeno in piccolo, una critica al mondo contemporaneo, dove dal profumo della carta dei libri si è passati al non-odore degli ebook-reader ma è anche un cocente canto del cigno per la nostalgia di un mondo perduto, talmente perduto che non si è mai potuto conoscere. Infatti centrale nel libro è il discorso, farina del sacco di Humphrey, secondo cui lui non sarebbe adatto a questo tempo. Egli infatti si sente un uomo del Novecento, un “marxista non praticante” e per lui la Storia è finita molto prima del “fatidico” 1989.

In fondo, oltre che una struggente dichiarazione d’affetto alla sorella, quello che Tom Rachman vuol dirci (aiutato in questo da una traduzione fedele e molto attenta di Delfina Vezzoli, molto precisa nel significare in modo diretto i modi non-italiani) è che “molti di noi non sono di questo tempo, eppure vi siamo e per questo dobbiamo prenderci il meglio di questi giorni che non ci appartengono”. In fondo, come viene anche accennato verso la conclusione del libro, “i grandi imperi non crollano mai, si trasformano e basta. L’ascesa e caduta dei grandi imperi non sono altro che linee ondulate sul grande quaderno a quadretti del tempo umano”.


Mattia Nesto



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