martedì 21 aprile 2015

#CriticaNera. I mille volti del dolore: "La banda degli amanti" di Massimo Carlotto

La banda degli amanti
di Massimo Carlotto
edizioni e/o, 2015


Confesso che finora Massimo Carlotto mi era del tutto indifferente a causa di un forte pregiudizio nei suoi confronti: la sua storia passata. Non voglio con questo dire che, per quanto successo ormai qualche decennio fa, egli porti la stigmate del condannato a vita. Semplicemente, nel perverso universo editoriale italiano, ero convinto, a torto, che questo turbolento passato, e non la qualità letteraria, fosse alla base del suo successo. Pubblicare, vendere, comprare i libri di Massimo Carlotto perché è stato al centro di un caso giudiziario. Dopo aver letto La banda degli amanti, devo ammettere di aver compiuto un errore da principiante: ho giudicato senza leggere. Tempo per rifarmi ne ho a sufficienza, ma queste righe d'introduzione hanno il senso di avvertire il lettore che quella che leggerà non sarà probabilmente la recensione che si aspetta, come invece inviterebbe il sottotitolo del romanzo: “Il ritorno dell'Alligatore”. Non un bilancio quindi, semmai la personale e parziale opinione di un nuovo lettore.
Marco Buratti, investigatore senza licenza, è a Cagliari. Da quasi due anni non esercita più e vive in un limbo che assomiglia più a un pensionamento anticipato che non a una lunga vacanza. Viene contattato da Oriana Pozzi Vitale, facoltosa donna della Svizzera italiana, che da un anno non ha più notizie del suo amante clandestino, il giovane docente universitario Guido Di Lello. La coppia viveva la sua storia d'amore nella tranquilla Padova, dove la donna aveva acquistato un lussuoso appartamento lontano da occhi indiscreti. Un nido d'amore in cui ritrovare il senso di un'esistenza appiattita dalla routine quotidiana.
Le vite degli amanti si incrociano con quella di Giorgio Pellegrini, acuta e spietata mente criminale già conosciuta dal lettore affezionato di Carlotto (Arrivederci amore, ciao). Pellegrini è proprietario della Nena, ristorante d'alta fascia della città veneta frequentato dalla coppia. Il nuovo business criminale del sadico delinquente è il rapimento con riscatto. Proprio per questo, fa sparire il bel professore e chiede un sostanzioso riscatto per la liberazione alla donna, senza mai svelare la sua identità. Oriana, spaventata, decide di ignorare la richiesta e abbandona il suo amante nelle mani degli esecutori materiali del rapimento, i fratelli Centra. Questi, su ordine di Pellegrini, torturano Di Lello e lo ammazzano barbaramente, seppellendo il cadavere nel giardino di casa.
Dopo circa un anno dall'omicidio, Oriana è disperata: il senso di colpa non le dà tregua e non può più vivere senza sapere che fine ha fatto l'uomo che le aveva regalato qualche scampolo di felicità. Decide di assumere l'Alligatore perché ha bisogno di sapere dov’e finito Guido e chi sono i criminali che hanno messo la parola fine alla sua serenità. Buratti, nello stile ormai codificato del detective borderline con un codice etico volto a riparare i torti subiti dai più deboli, accetta il caso, convinto anche dal cospicuo onorario che la donna è disposta a pagare. Si fa affiancare dagli amici di sempre, Max La Memoria, reduce dei movimenti dell'estrema sinistra degli anni '70, e Beniamino Rossini, un malavitoso vecchio stampo che da qualche tempo si è appartato dalla vita criminale.
Noir in piena regola, La banda degli amanti contrappone l'Alligatore e i suoi amici a Giorgio Pellegrini. Buratti, Max La Memoria e Beniamino Rossini sono consapevoli che per arrivare alla verità è necessario percorrere vie laterali che, però, devono essere ben limitate da precise regole etiche. La giustizia spesso si serve dell'illegalità per compiersi e sporcarsi le mani è inevitabile. Non può farlo l'ispettore dell'antirapine Guido Campagna, che rappresenta l'impotenza delle forze dell'ordine di fronte a una mente criminale raffinata e incurante di qualsiasi regola come quella di Pellegrini: sadico, egocentrico, freddo calcolatore, riesce a servirsi a suo uso e consumo di tutti quelli che lo circondano. Svuota le persone che gli stanno vicine di ogni personalità e le assoggetta completamente ai suoi desideri. Le pagine in cui è lui il narratore in prima persona sono particolarmente significative in quanto rivelano gli anfratti più inquietanti della sua mente perversa, fanno entrare il lettore in un universo fatto di soprusi, violenze, sesso senza regole e morte. E tutto visto dal suo interno, senza alcun filtro che possa mitigare la sensazione di fastidio e l'inevitabile fascino che un tale personaggio riesce a suscitare. 
Su contrasti come quello appena descritto si regge l'intera tensione narrativa. L'Alligatore per primo altro non è che un criminale con una coscienza, che non si mette in affari di puttane o droga, vive di rapine e di casi disperati, in cui la verità e la giustizia sembra che se la siano data a gambe, fuggite o sequestrate dal Pellegrini di turno. C'è chi definisce Buratti un personaggio donchisciottesco, simile in qualche modo a Fabio Montale. Patrizia Debicke su Milano Nera arriva addirittura ad affermare che Carlotto prende il timone di Izzo, forse dimenticando che il primo volume della trilogia marsigliese con protagonista Fabio Montale venne pubblicato nel 1995 (La verità dell'Alligatore è dello stesso anno) e che i due personaggi sono coetanei. Le similitudini, che pure ci sono, io credo siano dovute al fatto che i due autori sono in qualche modo figli di una stessa epoca, superstiti di un fallimento colossale che è quello di non riuscire a lasciare ai propri figli un mondo migliore di quello che hanno trovato. Per il resto l'Alligatore è un personaggio autonomo che sicuramente si nutre dei detective che l'hanno preceduto, a cominciare da Pepe Carvalho, molto più saldamente ancorato alla frontiera tra legalità e illegalità di quanto non lo sia l'ex poliziotto marsigliese Fabio Montale.
Ciononostante, quello che accomuna l'Alligatore ad altri personaggi del noir italiano e non solo, non è tanto il carattere ruvido o un naturale istinto eremitico, ma il disincanto, la consapevolezza che il passato è lì per non ritornare, che condiziona il nostro presente e, nelle sue pieghe più dolorose, non sempre riesce a trasformarsi nel motore del nostro futuro.
Disincanto e verità: valore assoluto, ma allo stesso tempo relativo, che sembrano tutti ricercare e che assume forme sfuggenti, amare, difficili da raggiungere a meno di forzare il proprio bagaglio di principi e moralità. E morale: cosa è giusto e cosa non lo è, dove l'osservanza meticolosa di principi etici può diventare un limite e in che modo etica e giustizia coincidono. Questi interrogativi nutrono La banda degli amanti nel personaggio dell'Alligatore, di Max La Memoria e di Beniamino Rossini:
Afferrai il braccio di Beniamino e avvicinai la bocca al suo orecchio. «Ammazzalo» sussurrai.
«No».
«Non merita tanto rispetto».
«Smettila, abbiamo dato la nostra parola» tagliò corto Beniamino prima di rivolgersi a Pellegrini che ci osservava sospettoso: «E ora sbarazzati dei cadaveri».
[…]
Quando arrivammo Beniamino esce e le aprì la portiera. Poi la abbracciò e le sussurrò qualcosa che la commosse.
«Cosa le hai detto?» chiesi più tardi sulla via del ritorno.
«Che non tutti gli uomini sono come Pellegrini, Togno o peggio ancora i fratelli Centra» rispose. «E che l'amore del amante l'aiuterà a guarire».
«Come sempre ci sai fare» mi complimentai.
«Parole necessarie quanto vuote» ribattè in tono amaro. «Quando una donna subisce quel livello di violenza è difficile se non impossibile voltare pagina. Guarda quello che è successo alla miaSylvie».
E scoppiò in un pianto disperato.” (182)
L'Alligatore e Rossini hanno appena barattato la vita dell'ultimo ostaggio di Pellegrini con quella del criminale: hanno deciso di salvare la donna barbaramente torturata dai fratelli Centra, ma di lasciare che il mandante del suo sequestro sia libero di fuggire. Nella logica di Rossini, non è ammesso venir meno alla parola data, agli accordi presi, che sono naturalmente orali e non scritti. E poi il disincanto delle righe finali, il passato che ritorna, che non molla la presa, morde affondando i denti nelle cicatrici ancora sanguinanti dell'anima di Rossini, senza pietà. L'orrore che ha vissuto quella donna è impossibile da cancellare e si rifrange nel dolore che affligge Oriana Pozzi Vitale, inconsolabile, ma anche nella schiavitù a cui sono costrette e sottomesse le donne di Pellegrini, Marina e Gemma, ormai incapaci di qualsiasi ribellione nei confronti del loro Re di cuori. Le sfumature del dolore sono numerose e Carlotto le mette in scena in fredda successione, ma senza condirle di melensa retorica. Sembra solo volerci dire, senza illusioni, che non c'è spalla che possa asciugare le lacrime di una donna che non ha perso nulla, ma a cui hanno rubato tutto.





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