giovedì 26 marzo 2015

#PagineCritiche - Tre per Toti: Eloisa, gli Altri, l'arte

Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja
di Eloisa Morra
Quodlibet, Macerata 2014

pp. 240
€ 20


Eloisa Morra apre la sua monografia con una domanda di Anna Banti (a proposito di Fenoglio): «Chi ha scritto le pagine che andiamo leggendo?» (p. 7). La stessa domanda si potrebbe porre il lettore del libro della studiosa, Un allegro fischiettare nelle tenebre. Ritratto di Toti Scialoja. Un volume considerabile una conditio sine qua non per tutti i futuri studi scialojani, non solo per la mole straordinaria di testi (inediti, sfuggiti alla critica, trascurati), ma soprattutto per il metodo di lettura (e non di analisi) utilizzato nel trattare i materiali.
Il sottotitolo “ritratto” è la vera chiave di volta per entrare nei meandri dell’operazione compiuta da Eloisa Morra: un ritratto cristallizza nel tempo e nello spazio, fissando qualcosa che resta immutabile e come lo si è colto in un determinato cronotopo.
Creare un ritratto dinamico è (quasi) impossibile: Eloisa Morra è riuscita in questo.
Ha scommesso su qualcosa che, in apparenza, potrebbe essere considerato fuori moda: il legame tra biografia e creatività artistica. Ripercorrendo le tappe della vita di Toti Scialoja, la studiosa costruisce un percorso biografico legato a doppio filo con un’artisticità a trecentosessanta gradi. Ma ogni fase della vita non è una mera manciata di anni, consumati tra le proprie carte, nella propria fucina di Efeso: è una fitta rete di incontri e di letture, di recensioni, di “sentito dire”, di viaggi, di scoperte.
Eloisa Morra riesce a ricostruire questo puzzle, mettendo al centro l’artista romano, senza togliere nulla a chi e a cosa ha interagito con lui: l’humus diventa, nelle mani della giovanissima studiosa, uno strumento per dipingere il ritratto di Scialoja, senza pretese di essere arrivata da qualche parte, ma quasi con la consapevolezza di aprire tante porte, di spalancare tanti mondi, vergini e inediti, ancora da studiare, ancora da approfondire.
Questa consapevolezza, a parere di chi scrive, porta la Morra a costruire un libro bussola, orientato secondo una precisa architettura, che poco presta il fianco a fraintendimenti, che non fa di Scialoja un eroe incompreso e da rivalutare, bensì gli restituisce la statura che ha avuto tra i coevi, che oggi va ricostruita, alla luce dell’interdisciplinarietà che lo contraddistinto.
Scorrendo i titoli dei paragrafi è chiara la volontà della Morra: quella di restituire metodologicamente ciò che Scialoja ha fatto artisticamente.
Si analizzino uno per uno: forse è l’unico modo per entrare nel mondo di Scialoja secondo Eloisa Morra.

1. L’isola delle voci. Le prime letture. Un’isola è sola in mezzo al mare: galleggia nell’acqua, elemento instabile, mutevole, capriccioso, ma anche motore di vita, di refrigerio, di sollievo. Un’isola chiude segreti che sfuggono alla terra, che rimangono sospese, che camminano in punta di piedi, a pelo d’acqua, come le voci, che si sentono, che si frangono e si rinfrangono nell’aria. L’isola delle voci sta alle prime letture, come le letture infantili stanno al nascondersi in un cantuccio per scrivere versi poetici. E allo stesso tempo, la formazione di quella vischiosità letteraria che caratterizzerà tutta la produzione scialojana.

2. Gli anni dell’attesa. Storia di un esordio. Come si può attendere un esordio? Si è consapevoli che sta per sbocciare qualcosa? O si attende l’indefinito, che, nel momento in cui esplode, diventa un prisma?
Un materiale magmatico che la Morra individua in: pregiudizi e intuizioni, nel rapporto tra Moravia e Scialoja, nella domanda sulla mancanza della poesia, e sull’attività di recensore dell’artista romano.

3. Paesaggi di parole. Scherzi e prose. Attingendo dal vocabolario della pittura, un’Eloisa Morra, padrona della materia, comincia un percorso all’insegna dell’ut pictura poësis che sfocerà nell’ultimo, magistrale, capitolo (che si analizzerà a breve). Un lavoro che si apre con la parola «paesaggi», ma che si nutre di musica, di giochi, di polemiche, di scaramucce ludiche, di vita vissuta, e che, al centro, ha una crisi, quella creativa, che non chiude, perché vissuta dall’interno, in maniera endofasica, ma che apre, e che cerca linfa per sbocciare e splendere.

4. Motivi e figure. Viaggio nei libri nonsense. Si può viaggiare in qualcosa che non ha un senso? Si possono trovare cronotopi (motivi e figure) nel nonsense? Eloisa Morra rintraccia nel labirinto vita-arte i punti di forza che fanno di Toti Scialoja un classico col quale si debbono fare i conti, un punto di passaggio obbligato, per chi vuole comprendere cosa significa far dialogare il proprio vissuto con la propria fucina creativa, senza perdere se stesso, anzi, cercando in se stesso la motivazione che spinge a fare arte. Un’arte a trecentosessanta gradi che si confronta con istanze diverse (il disegno, il nonsense, la perdita di un senso, la poesia), ma che dialoga anche con lettori diversi. Toti Scialoja non ha paura di destinare le sue filastrocche a bambini (Tre per un topo), lasciando spiragli anche a quel mondo degli adulti che troppo facilmente tende a mettere l’etichetta “infantile”.

Arricchendo il volume di una nutrita bibliografia su Toti Scialoja, la Morra fornisce un itinerario ragionato all’interno della produzione dell’artista, restituendo l’estrema varietà del mosaico dei suoi interessi e dei suoi guizzi creativi.
Una scommessa vinta, insomma, un rischio corso a perdifiato, ma che vale l’oro di una conquista, non solo per la giovane studiosa, ma anche e soprattutto per la letteratura italiana del Novecento.
Due note di merito, infine, che il volume cela, ma non nasconde.
La prima è doverosa nei confronti del linguaggio: la studiosa dimostra di essere in grado di saper usare e mescidare diverse lingue e diversi linguaggi artistici, trattandoli con eleganza e discrezione, senza lasciare che uno metta in ombra l’altro.
La seconda è l’uso delle fonti, italiane e straniere: una legge di vischiosità individuata dalla Morra non solo negli illustri e (quasi) ovvi referenti, ma soprattutto in quegli artisti che corrono sottotraccia, agendo dall’interno e sbocciando nella scrittura di Scialoja.

Una monografia da leggere, da studiare e da usare come strumento: un libro fresco, che trasuda l’entusiasmo della sua autrice, e la passione che la lega a doppio filo a Scialoja, all’arte e alla poesia in generale.

Anche Eloisa, come Toti, allegra fischietta nelle tenebre, conscia che qualcosa resterà, e qualcosa aprirà: al grido, che spesso (conoscendola personalmente) ripete sempre, «Viva Toti!».

Ilaria Batassa

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